Ma il punto è uno e trino: raggia lume, e il lume affoca: luce e amore. Intorno all'uno si aggirano i nove cerchi d'angeli, distribuiti ne' tre ternari della potenza, della sapienza e dell'amore. Nel primo Mobile Dante coi Serafini, che è il cerchio che più ama e più sape, contempla l'unità di Dio, che pure è trino: (29, 142).

Vedi l'eccelso omai e la grandezza,
dell'eterno Valor, poscia che tanti
speculi fatti s'ha, in che si spezza,

uno manendo in sè, come davanti.

E Dante è nell'Empireo. Vede l'alto trionfo del regno verace: vede la rosa, vede il convento delle bianche stole. Un gran seggio è preparato per l'imperatore; per l'uno in terra. (Par. 30) Restano i tre canti ultimi. Dante s'apparecchia alla visione ultima, a cui è salito a mano a mano: deve vederla “la trina luce in unica stella„. (31, 28) Beatrice non è più presso lui. C'è un sene, che sembra un tenero padre e gli parla come a figlio. È mandato da amore (31, 16) e da carità. (ib. 110) Mostra a Dante (nel canto 31) Maria tra più di mille angeli, raggiante un caldo calore; (ib. 140) e la disposizione dei beati (nel 32), secondo che credettero in Cristo venuto o venturo, in Cristo il cui nome tre volte risuona (ib. 83); e finalmente, dalla Vergine gli impetra la suprema visione della luce eterna. (nel 33)

Negli ultimi giorni della sua vita Dante scriveva queste ultime parole. Si credè che il paradiso ch'egli chiamava il suo peana, non lo avesse compito: Vulnere saevae necis stratus ad sidera tendens.[562]

Gli ultimi tredici canti, in verità, non si trovarono sulle prime. Appunto s'era fermato, essi credettero, avanti il cielo della contemplazione o di Saturno, (il 21) che inaugura la terza parte della cantica, la parte più altamente e meramente contemplativa, la parte che comprende il cielo delle stelle, medio tra Saturno e il primo Mobile. Appunto appunto mancava all'ultimo lavoro, ispirazione ineffabile del buon Apollo, la salita ad sidera. Ma egli l'aveva compiuta questa cantica, che abbiamo veduta procedere per decine, più il ternario ultimo: egli aveva compiuto il poema sacro che, in verità, come nella sua misteriosa canzone s'aspettava, lo fece morire,[563] e non lo ricondusse, come egli nel poema sperava, al bell'ovile della sua patria.

[XXXX.]
LA DIVINA COMEDIA

Nella sua prima giovinezza, “passando... per un cammino lungo lo quale sen gìa un rivo chiaro molto„, (VN. 19) chè può ben essere il “fiumicel che nasce in Falterona„, (Pur. 14, 17) e non differire dal “fiume bello e corrente e chiarissimo„, (VN. 9) lungo il quale gli era già apparso Amore peregrino; Dante concepì un suo primo disegno di ciò che fu la Comedia; la quale fu richiamata al pensiero, e così disegnata come ella è, più di venti anni dopo, iuxta Sarni fluenta,[564] cioè lungo il medesimo fiume d'allora. E quest'ultima circostanza spiega benissimo, come a un tratto, quasi in un baleno, negli stessi luoghi a lui venisse la stessa ispirazione.[565]

Il primo disegno era questo. Dante ispirato dalle confessioni di S. Agostino, il quale narra come di buono divenisse cattivo e di cattivo tornasse buono e migliore e ottimo,[566] imaginava o narrava d'essere stato ingannato, nella sua adolescenza, dall'amore, incolpevole, sementa come d'ogni virtù così d'ogni vizio, e d'essere stato distolto di amar Beatrice; e poi di ritornare a lei pentito.[567] Per mostrare che l'amore è passione incolpevole, mentre è colpevole chi male ama e disama, il Poeta adolescente faceva che Amore stesso, mal vestito e vergognoso ed errante, desse prima il consiglio cattivo, e poi il rimprovero o il compianto d'averlo seguito. Per mostrare che ell'erano false imagini di bene, cioè simulacra d'amore, Dante fingeva che il suo nuovo amore (vero o non vero che in sè fosse) fosse un amor simulato. Ora Dante si pentiva e tornava alla sua Beatrice.

Beatrice o Bice era veramente una fanciulla fiorentina ch'egli amò sin da bambino. L'amò invero come si ama, desiderando e sognando,[568] struggendosi e adorando.[569] Ella era una donna reale; che se tale non era, egli non aveva bisogno di fingere ch'ella morisse, quando per il suo disegno poetico e filosofico ebbe necessità di tal morte: poteva narrare ch'ella era morta.[570] E invece fu la vera morte di lei che interruppe quel disegno primo!