Bice era una donna reale, ma a Dante negata o vietata. E Dante allora trasfigurò, ispirandosi a un'altra opera di S. Agostino (ai libri contro Fausto il qual Fausto è ricordato nelle Confessioni), in Sapienza o Speranza dell'eterna contemplazione.[571] Essa, la Rachele del patriarca, non si può vedere, se non morendo, se non liberandosi del grave involucro corporeo.[572] E così Dante in due canzoni, che di quel primo disegno ci rimangono, cantava, nella prima, come Beatrice fosse codesta speranza, per cui l'uomo si salva, nella seconda, come egli avesse sognato ch'ell'era morta e che esso moriva, raggiungendo così la sapienza. Queste canzoni, specialmente, se non esclusivamente, costituivano le nove rime scritte con dolce stil nuovo o bello stile, che gli fece onore, e ch'egli dedusse dallo studio dei poeti regolari e grandi.[573] E poichè questi un verace intendimento filosofico (e in ciò stava la loro eccellenza) solevano coprire d'una vesta di figura o colore retorico, anch'esso d'una simil vesta copriva un intendimento profondo, pieno di mistero. Dalle poesie e prose (ma meglio dalle poesie) che nel libello giovanile precedono e seguono le due canzoni Donne che avete e Donna pietosa, s'inducono altri particolari di questa cotal tragedia che Dante non compiè. Nella via della contemplazione, nella quale s'entra morendo, Dante era probabilmente guidato da Amore, da quell'amore che gli si mostrava ora in figura di un signore di pauroso aspetto in mezzo a una nebula di colore di fuoco, con nuda tra le braccia la sua fanciulla, ora come peregrino leggermente vestito di vil drappi, ora come un giovane piangente vestito di bianchissime vestimenta: era guidato da Amore a impetrare il perdono della donna amata. Incontrava, forse, in questo cammino prima Giovanna la precorritrice, ossia la Primavera, che è l'Arte che prima verrà della Sapienza. Dopo, avrebbe veduta, uscito di sè, la Beatrice. Ciò nel suo anno vigesimo quinto, nel 1290, quand'egli stava per lasciar l'età adolescente. Il suo traviare, vero o non vero, era avvenuto a mezzo, presso a poco, del cammino della sua vita nuova. E così avrebbe mostrato (questo era il verace intendimento delle Rime nove) che facilmente nell'anima semplicetta si torce il tallo o appetito sensitivo, il quale, se non si raddrizza o riferma nella sua stagione, fa che il seme, quanto si voglia buono, dia amari frutti nella vita. Ma quest'argomento non era una mera speculazione astratta e nemmeno un trattato puramente morale: Dante s'ispirava già al Liber Sapientiae, e certo, a esempio di quel libro che è in persona d'un re e si volge ai giudici della terra, egli voleva insegnare al mondo come governarsi per essere felice.

Quando, Beatrice morì, e la Tragedia restò a mezzo. Dante che per la necessità del suo soggetto aveva finta poetando la morte di Beatrice e la sua (e con ciò le sue rime erano usate di portar letizia), ora pianse la morte vera, e su quella non seppe più accomodare la sua ultro-umana concezione. E pare che del suo intendimento morale e politico volesse fare un trattatello in latino, con istile biblico, una specie di Liber Sapientiae, ispirato profeticamente, rivolgendosi ai principi della terra, a cui si rivolge Salomone e di cui parla Geremia.

Non corre molto tempo; e Dante, nel 1292 o giù di lì,[574] mette insieme il suo libello, accogliendovi, delle rime fatte sino ad allora, alcune, e vigliandone altre: il tutto collegando con un racconto e comento in prosa. Ciò perchè aveva riconcepito il suo primo disegno. Invero gli s'era presentata una Mirabile Visione, per la quale narrare degnamente, molti anni occorrevano e molto studio. In tanto mettendo insieme quelle prime poesie e collegandole e lumeggiandole con quella prosa, segnava l'antefatto del futuro poema. Il quale non differiva gran che, nel suo principio essenziale, da quel che fu la divina Comedia e da quel che doveva essere la giovanile Tragedia. Beatrice era morta (nella Tragedia la morte si fingeva) veramente. Dante, dopo averla pianta, si commoveva della pietà che una Donna gentile mostrava per lui. Dopo un traviamento, così leggero così attenuato come quel primo o quei primi, che erano amori simulati e schermi e difese, cioè simulacra, cioè imagini di bene false; dopo un traviamento così scusabile, perchè ispirato da non altro che pietà, sentimento buono se altri mai; Dante tornava, in pianto, a Beatrice morta, e la vedeva beata in cielo. Il traviamento fu vero? la Donna gentile era una donna reale? È lecito dubitarne. Si ispirava Dante, anche questa volta, alle Confessioni, e anche questa volta voleva trattare di quel decisivo torcersi del tallo. Questa volta poneva la crisi dell'anima sensitiva alla fine dell'adolescenza o meglio al principio della gioventù; un anno dopo la morte della gentilissima. Ritornava in sè quasi subito, alla fine del terzo novennio della sua vita.[575] Poichè nel libello, che è come un proemio alla futura Comedia, introduce anche i traviamenti primi, avvenuti in vita di Beatrice, si può arguire che, seguendo in parte Agostino che a diciott'anni è preso d'amore per la sapienza e poi per un novennio è sedotto e seduce,[576] dei tre novenni assegnasse uno alla puerizia incosciente, un altro alla bontà, il terzo alle seduzioni, finchè la morte di Beatrice lo fa tornare in sè, non senza un ultimo traviamento, il più inescusabile e più doloroso di tutti, perchè a Beatrice, con la morte, era cresciuta bellezza e virtù.

E si diede dunque, più fervorosamente, allo studio, e più che mai risolvè nel suo cuore di dar la vita alla contemplazione, non all'azione.[577] Studiò, segregato dal mondo, trenta mesi. Nel 1295 abbandonava la via sino ad allora seguìta, rinunziava al proposito fatto e confermato, e si metteva nella via della vita civile o del mondo, la quale di lì a qualche anno doveva imparare a sue spese che non era la via vera per lui. Forse ebbe qualche momento nell'incamminarvelo l'apparizione fastosa e leggiadra di Carlo Martello in Fiorenza e la benevolenza di quel principe per Dante. Il fatto è che Dante, dandosi alla politica, metteva da parte la Mirabile Visione. Del libello giovanile, già pubblico, faceva quasi ammenda, scrivendo la canzone Voi che intendendo.[578] In essa esprime il concetto che una vera donna (cioè domina) lo consola della perdita di Beatrice e lo attira a sè: è, anagogicamente, la Madonna, allegoricamente, la Filosofia. Anche Beatrice egli aveva rappresentata e come Madonna (una specie di Madonna) e come Sapienza. E qui dunque contradice il suo primo libello, e toglie alla morta la sua aureola mistica, lasciandole peraltro il suo pallore di carne che palpitò. Continua a poetare giovandosi degli studi fatti; ma la rinunzia alla vita attiva, che è la pietra angolare della Comedia, egli naturalmente non la canta più. Adoperando ad altro fine i materiali preparati per quell'edifizio, mostra di non volerlo inalzare più il monumento mistico del pensiero medioevale.

Invece egli si dà a scrivere canzoni sulle virtù morali necessarie alla vita civile,[579] facendole precedere da una triade, che significa l'abbandono delle rime d'amore e cancella così nella Vita Nova tutto il significato filosofico e mistico ch'ella aveva ed ha.

Nel cammino della vita attiva Dante trovò ben presto la lupa, cioè la superbia invidia e avarizia de' suoi avversarii, gente avara invidiosa e superba; cioè i lupi che facevano guerra all'ovile della sua patria. Fu bandito, andò ramingo, divenne vile agli occhi degli uomini tra cui s'avveniva. Per non perder vita, per non trapassare come non nato, per non essere oscuro come i più, arbori e pietre piuttosto che uomini, cominciò dopo alcuni anni d'esilio, a raccogliere le canzoni che aveva scritte, di rettitudine, e a fare e disegnare le altre e incorniciarle (come aveva fatto per le dolci rime di amore) in un vero trattato di vita attiva. Nel frattempo, in latino (quasi, oltre che per altre ragioni, a mostrare che in latino sapeva pur comporre) componeva il trattato di Eloquenza volgare, col quale giustificava il suo Convivio volgare e gli procacciava onore e lode. La Mirabile Visione era dimenticata.[580] Ma e il Convivio volgare e il trattato latino restarono a mezzo. Questi due libri, cospirando insieme, dovevano farlo vivere nell'estimazione delle genti e impetrargli il ritorno in patria. Il ritorno in patria, ora, gli era fatto sperare da un avvenimento di pace: dalla discesa di Arrigo imperatore che calava a conciliare le fazioni e raddrizzare i torti e cancellare i peccati. Dante pose mano al suo alto stile latino, e cominciò a scrivere i libri de Monarchia.[581] Breve illusione! Tutto si sommuove in Italia avanti l'imperatore della pace; Fiorenza gli si oppone fieramente. E Dante che ha scritte epistole, a mano a mano più severe; che ha implorato, sgridato, minacciato, maledetto; ridottosi alla fonte dell'Arno, nell'aspettazione ogni dì più ansiosa di scendere lungo quella corrente e rivedere il suo bel S. Giovanni, sente che l'imperatore è morto e che la patria, la quale pochi anni prima confidava di muovere con la sua dottrina e gloria, e ora sperava di forzare con l'armi dell'imperatore, spronato dai suoi consigli e dai suoi rimbrotti; la patria, da lui offesa e a lui divenuta ora più ostile che mai, non gli si sarebbe aperta forse più mai per accoglierlo nel suo dolcissimo seno.

E allora lungo quel fiume da lui detto anche fiumicello (e perchè non anche rivo?), gli riapparisce la Mirabile Visione di prima del 1290, la visione, veduta forse andando armato ver Campaldino, la visione ch'egli rivide nel piangere per Beatrice morta e disamata e riamata. Una donna gli apparve come folgore: la divina Comedia. Seguì un tuono pieno di terrore. Egli ne vide, in un lampo, la forma e la sublimità e la gloria: ne sentì, nel lungo e terribile tuono, la difficoltà lunga e terribile. Ciò dunque nel 1313 avanzato.[582]

Se fin qui non raggiungemmo se non il verisimile, di qui innanzi siamo nel vero e nel certo. Dato il concetto fondamentale della Comedia, che è la rinunzia alla vita attiva, resa impossibile dalla lupa, dato che la Comedia è l'attuazione stessa di quel proposito, di lasciare il mondo e darsi a Dio; la Comedia è dunque la conclusione della vita di Dante. E tale si dimostra con un fatto irrefutabile, che in un epitafio, composto per il suo monumento, è scritto ch'egli morì (e vulnere saevae necis si deve interpretare, impensatamente e acerbamente) mentre scriveva il paradiso.[583] E chi compose l'epitafio era tale, per familiarità col Poeta, che si può ben essere certi ch'egli attesta quel primo dubbio, quella prima ansia, quel primo rammarico de' figli e di tutti, che il gran morto non avesse compiuta la grande opera.[584] Il che è confermato da una notizia che abbiamo da Dante stesso, ch'egli nel 1319, due anni perciò avanti la morte, era al principio del paradiso, il quale, perciò, non era meraviglia non si trovasse compiuto due anni dopo. E questa notizia è certissima e liquidissima. Dante riceve un'epistola in versi latini da Giovanni del Virgilio, il quale con essa vuol indurlo a scrivere in latino per i dotti. Risponde con un'ecloga pastorale, in cui, per convenienza di stile, trasforma l'espistola del Bolognese in modulamina e lui stesso in mandriano di bovi, mentre sè pone in figura di pastore di pecore. Tutto dice che Dante ha nel pensiero l'ecloga X di Virgilio e il verso: Nec te poeniteat pecoris, divine poeta. Tutto porta a concludere che tra il mandriano di bovi e il pastore di pecore è la proporzione che tra poeta latino o grande o regolare, e rimatore volgare; non quella che tra grande e piccolo nella medesima poesia latina. Se fosse così, in quest'ultimo modo; poichè la finzione pastorale varrebbe a indicare per l'un de' due, cioè per Dante, anche il proprio genere di poesia latina ch'egli vuol coltivare e coltiva, cioè la poesia latina bucolica; la finzione pastorale dovrebbe valere anche per l'altro, cioè per Giovanni: a indicare che cosa? un genere pastorale più elevato? bovino e non ovino? Ma il maestro Bolognese non aveva mandato all'esule Fiorentino un saggio di poesia pastorale o mandriale; sì di poesia latina in genere, o di sermo, anzi epistola, in ispecie. E perciò se chiamar mandriano di bovi Giovanni non è affermarlo poeta bucolico, ma latino, così chiamar sè pastor di pecore non è affermarsi poeta bucolico, inferiore o no, ma volgare. Inoltre chiaramente Dante allude nella sua ecloga al peana con cui comincia il paradiso e che riecheggia a principio del canto XXV, del canto della speranza per cui fu salvo. Perciò è certo che a Giovanni, ammiratore di lui e delle prime due cantiche del poema volgare, a Giovanni che tuttavia chiedeva a Dante qualcosa di più alto e più negato al volgo e più cònsono alla grande arte degli antichi, egli prometteva l'ultima cantica del poema sacro, con la quale il Poeta, chiaramente a principio del primo canto e del vigesimo quinto, pronunziava ch'egli aveva attinte le cime dell'arte e aveva guadagnata la fronda peneia e il nome di poeta.

E questa vecchia interpretazione diventa più che mai indubitabile, quando si consideri che nell'ecloga è detto come Dino Perini non sappia di latino, almen tanto da leggere da sè la epistola di Giovanni del Virgilio, la cui poesia (di mandriano di bovi) è separata dal vulgo mediante l'alveolus che solo chi sa di latino può passare. Ma l'ovis del pastore di pecore, questa sì, è conosciuta dall'umile amico; dunque non è un'ovis latina. Oh! ella è l'ovis gratissima all'autore di tanti sonetti e ballate e canzoni e di due cantiche del poema sacro; ella è l'ovis facile ed agevole a mungersi dal divino pastore di pecore che in sì breve tempo compie sì lunga opera; ella è l'ovis così ricca di latte quale noi vediamo che era, noi che leggiamo i cento canti del poema sacro: è la Comedia nella sua terza sublime cantica, la quale Dino sa e Giovanni no. Ma questi ne avrà in dono dal pastore decem vascula (da una pecora, intendi, decem vascula!) di latte, e allora comprenderà che si può essere poeti come gli antichi, degni della laurea Delfica, anche senza scrivere in latino. Dunque nel 1319 Dante era intorno ai primi dieci canti del paradiso.[585]

E questa conclusione, alla quale invano si oppone che l'ovis, tra le altre oves (quali? le sue poesie volgari? e allora “pastor di pecore„ non significa poeta bucolico) gratissima (anche più cara della Comedia?), che Dino conosce (sebbene non munta mai, come si dovrebbe dire per significare che non esisteva prima di quest'ecloga prima; e invece è detta abbondevole di latte e facile e solita a mungersi!); che l'ovis sia la poesia bucolica che a Dante ispirerà la classica decuria d'ecloghe; questa conclusione indubitabile, quando all'ecloga si confronti il principio del paradiso, dove è persino l'indignatio (sì rade volte etc. 28) che nell'ecloga accompagna il prenunzio del peana; questa conclusione vince anche l'obbiezione di coloro che non credono verosimile il compimento in sì breve tempo di poema così grande. In otto anni per vero potè esser compiuto il poema di cento canti, dei quali ventitrè almeno mancavano nel 1319. E il fatto di codeste ecloghe poi dà un singolar valore al verso di Minghino e alla notizia del Boccaccio, riguardo l'interruzione creduta di questa cantica, della quale Dante stesso aveva affermata l'eccellenza in tale celebre, come si ha a credere, corrispondenza poetica.