[51.] Secondo il Lubin sarebbe stato nel 1289. La canzone è trascritta in parte sopra un memoriale dell'anno 1292 del notaio bolognese Pietro Allegranza. Ve la trovò il Carducci.
[52.] Si contradice a F P Perez, che si giova di questo passo, per dimostrare che tutto è allegoria e simbolo nella VN. (Vedi ad esempio Gaspary). Si dice che qui si tratta di personificazioni. Le quali, dunque (dico io), il rimatore deve sapere denudare di cotal vesta. E così dunque negli esempi recati da Dante di poeti, Virgilio avrebbe dovuto certo aprir per prosa che Aeole namque tibi valeva, che cosa? Lucano “non senza ragione alcuna, ma con ragione„ avrebbe detto: Multum, Roma, tamen debes, e questa ragione consisterebbe tutta, in che? nel dire, tu, o Roma, devi, invece che, Roma deve? O guardate: lo scoliaste (vedi per ciò la V. N. del Casini, pag. 141) di Lucano qui soccorre: tamen quod per illud (bellum) tantum rectorem habemus, ideo etc. Dante forse non pensava che quel sì grande reggitore fosse Nerone o pensava che il concetto di Lucano fosse “che le guerre civili avevano portato alla monarchia„. Superfluo ricordare i sensi mistici attribuiti all'Eneide. Per questi, e per altri, attribuiti alla Farsalia, vedi di Dante stesso il Co. 4, 26, 28. Dante dice che tali personificazioni non si adoperano che in poemi i quali hanno ben altro intendimento di quel che paia, e così non si debbano adoperare in rime (d'amore, per forza) se non per coprire di tal veste un altro senso.
[53.] FPPerez, Beatrice svelata, Cap. XVIII. “Le quali (Beatrice e Giovanna) mentre esprimono, nel concetto di Dante, la distinzione delle due Vite possibili all'uomo — l'operativa, sotto l'impero della ragione, e la speculativa, sotto quello dell'intelligenza — e i loro rapporti d'attenenza e successione, valgono a sodisfare pur anche un gentile bisogno dell'anima sua; consociare alla propria gloria colui che fu primo e dolcissimo tra' suoi amici„. Così vedi nel cap. VIII il divario tra scienza e sapienza, basato sul passo di Paul. ad Cor. 1 12, 8: alii quidam datur per spiritum sermo sapientiae, alii sermo scientiae. Scientia in Dante era anche sinonimo di “arte„, poichè la Musa (VN 25) egli chiama la propria scienza del poeta.
[54.] La proporzione sarebbe questa: 25 : 10 :: 18 : 7, 2.
[55.] Vel. La selva oscura, pag. 1-48.
[56.] Non diversamente del Giuliani, FFlamini in Dante e lo “Stil Novo„ (Rivista d'I. 15 Giugno 1900): “Nè chiosa più veritiera poteva egli fare appunto a quella designazione (Io sono uno che scrive quando etc.), se gli dobbiamo credere quanto nella Vita Nova afferma, il cominciamento di canzone riferito da Bonagiunta essergli venuto spontaneo sulle labbra„ etc.
[57.] Vedi a pag. 49.
[58.] Ol. II 94. Nem. III 80. V. 21.
[59.] Perchè non si creda trattarsi di facoltà essenzialmente diversa, basti, per un esempio, ricordare (Pur. 4, 73):
Vedrai...
Se l'intelletto tuo ben chiaro bada
············
Non ved'io chiaro sì, com'io discerno,
là dove mio ingegno parea manco.