lo perdonare se le fosse a noia,
che mi comandi per messo ch'io moia;
e vedrassi ubidir ben servidore;
e a tutto il complesso di quel gentil componimento che è una protesta d'amore che fu, contro le apparenze, sempre costante.
Dunque? Dunque, anzitutto, dobbiamo interpretar meglio i consigli di Amore. Amore si presenta a Dante ora coperto di vil drappi, ora vestito di bianchissime vestimenta, come, insomma, “sustanzia corporale„; ma è in verità “uno accidente in sustanzia„. Perciò aver dal “peregrino„ e “leggeramente vestito e di vil drappi„ e “nella sembianza meschino„ e che viene “per non veder la gente a capo chino„, come vergognando; avere da tale quel consiglio che doveva procacciare quella tal soverchievole voce, vuol dire incapriccirsi, innamorarsi, diremo così, leggeramente; poichè il fatto narrato “sotto vesta di figura o di colore retorico„, è pur un fatto psichico, di quell'accidente in sustanzia che è Amore[49]. E così noi spieghiamo simulacra nostra in relazione col simulato amore che il peregrino vestito di vil drappi consiglia a Dante. I simulacra nostra, cioè le finte o false imagini nostre, cioè dello amor tuo, o Dante, sono dette in senso proprio, e valgono quel che “le imagini di ben... false„ che Beatrice rimprovera a Dante di là del fiume sacro; e l'amor simulato è la traduzione di quella frase propria in allegorica. Le imagini false di bene sono un consiglio che ci dà l'irrequieto desiderio, che abbiam dentro noi, di simulare l'amore, e questo irrequieto desiderio si può allora ben rappresentare con la figura d'un uomo errante, d'un mendico, d'un malvestito. Cioè: si può rappresentar così, quando all'ebbrezza passeggiera, nell'anima pensosa d'un più dolce e grave e non mai svanito sebben lontano amore, è succeduto il pentimento: allora sono vil drappi attorno al nostro capriccio, che sembra un tradimento; prima egli non aveva che un
abito legger di peregrino,
ma pareva tuttavia un servo o meschino, meglio che signore, come prima e poi; signore della nobiltà. E, insomma, era il cuore di Dante che si trovava prima in una parte, cioè presso una donna, e poi fu recato in un'altra, cioè presso altra donna, “a servir novo piacere„. Il cuore! Il cuore, o, come Dante stesso spiega altrove, l'appetito (VN. 38).
E possiamo ora spiegare l'enigma d'Amore? Ego tamquam centrum circuli. Come mai? Dante era incostante perchè amava, sia pur leggeramente, questa e quella; e l'Amore, il suo amore, il quale pure era come un peregrino, no? In verità è così: Dante era incostante, Amore no. Questa è la spiegazione; la spiegazione che Dante doveva chiedere poi a Virgilio (allo studio) nella quarta cornice del santo monte: (Pur. 18, 13).
Però ti prego, dolce Padre caro,
che mi dimostri amore, a cui riduci
ogni buono operare e il suo contraro.
L'amore è sempre quello, sia egli diretto e misurato, sia errante
per malo obietto,
o per troppo o per poco di vigore.
(Pur. 17, 97)
E la sua matera è sempre buona, sebben la forma possa non esser buona; cioè l'amor in genere, che è la matera, è una cera sempre buona; ma noi possiamo imprimervi un segno, la forma, il nostro amor particolare, non buono. (Pur. 18, 37). Ora Dante, nella sua vita nuova, già aveva assai di studio, che gli dimostrasse amore; poichè esprimeva allora il medesimo concetto che si fece poi dimostrare da Virgilio nel suo viaggio. In questo glielo dimostrava Virgilio, che è pure studio e amore; in quella Amore, vestito di bianchissime vestimenta, gli parlava “molto oscuramente„, ma gli diceva la stessa cosa, e col paragone del circolo, di cui amore è il centro a cui le parti della circonferenza simili modo se habent, gli significava che l'amore è in sè una cera, che qualunque impronta riceva, è rispetto a quelle impronte come il centro del circolo ai punti della circonferenza; equidistante, siano essi, per così dire, buoni o cattivi, siano esse belle o brutte; equidistante, come a dire, indifferente, sempre esso[50]. Ma l'amante non sic: egli è “forma sustanziale unita con matera„, ed ha una virtù che consiglia; non è una passione, come lo amore.