E dunque, tornando al primo detto, noi vediamo come l'Amore stesso possa rimproverare o compiangere l'amante, di ciò che proprio esso gli consigliò o gli approvò. Noi troviamo la cosa inverosimile e strana, pensando a queste due persone, il peregrino e il giovine, che sono la stessa persona, ora male ora ben vestita; ma questa persona, non è un di noi; è un simbolo; non è un uomo ma uno accidente in sustanzia, una passione, l'amore. E il suo consigliare o approvare, come il suo rimproverare o compiangere, sono rappresentati come parole, ora in volgare ora in latino, d'una persona, ora in vil drappi ora in bianche vesti, ora peregrino, cioè errante (che sbaglia, tradurrei io, non che va da questa a quella), ora seduto, cioè, forse, costante; ma sono fatti intimi dello stesso Dante, il quale dalla stessa impeccabile passione ha avuti ora cattivi ora buoni suggerimenti. In verità Virgilio lo dice chiaramente: (Pur. 17, 103)

esser conviene
Amor sementa in voi d'ogni virtude,
e d'ogni operazion che merta pene.

E questi due fatti intimi, che Dante adolescente racconta di sè, sono dunque simili a quelli ch'egli racconta come avvenuti nel mezzo del cammino di sua vita. La Comedia s'impernia su tali due fatti: uno smarrimento e un ritrovamento; un peccare e un pentire. E il peccare, in essa, non è meno, che nella narrazione giovanile, un suggerimento d'amore. Beatrice parlando di lui come d'amico suo, e pure, al sommo del monte, rimproverandogli d'essersi dato altrui, riconosce quel che Dante esprime nella sua Ballata, che sebbene abbia “altra guardata„, tuttavia “e' non mutò 'l core„. Sì: pargolette e altre vanità della Comedia non sono disformi dagli schermi e difese della Vita Nova, simulacra, imagini di ben false, suggerite dall'amore: il quale in verità era sempre fisso nell'unica Beatrice, cioè, come spiega nella Comedia, nel bene del suo soggetto (Pur. 17, 106).

Appresso la visione, donde uscì la ballata “de lo perdonare„, e dopo “una battaglia de' diversi pensieri„, un'amica persona conduce Dante in parte “dove molte gentili donne erano raunate„. (VN. 13 e 14) Queste donne “ragionando si gabbavano di lui con la gentilissima„ perchè dell'amatore non essendo rimasti “in vita più che gli spiriti del viso„, egli era come trasfigurato. Ora in ciò che il poeta dice “che Amore uccide tutti li suoi spiriti, e li visivi rimangono in vita, salvo che fuori de li strumenti loro„, sono, a confessione del poeta stesso, dubbiose parole. “E questo dubbio è impossibile a solvere a chi non fosse in simile grado fedele d'Amore; ed a coloro che vi sono è manifesto ciò che solverebbe le dubitose parole: e però non è bene a me di dichiarare tale dubitazione, acciò che 'l mio parlare dichiarando sarebbe indarno, o vero di soperchio„. Possiam noi solvere le dubitose parole? Sì; ricordando quello ch'egli dice di aver detto al suo amico, quando fu fuori della veduta di quelle donne: “Io tenni li piedi in quella parte de la vita, di là da la quale non si può ire più per intendimento di ritornare„. Egli fu, cioè, sul confine tra la vita e la morte. Ebbene Dante non può voler accennar altro se non quell'excessus mentis che dà la visione. Il restar in vita gli spiriti del viso o visivi, e l'essere morti tutti gli altri, vuol dire essere fuori della sua vita consueta, e contemplare. E in questi effetti s'indugia ancora in due altri sonetti, finchè al poeta “convenne ripigliare materia nova e più nobile che la passata„. E così s'avvia alla canzone che comincia le rime nuove o la tragedia giovanile, come io volli chiamarla; la quale tragedia è solo composta di due canzoni, ma doveva esser di più, e contenere, ragionevolmente, concetti, quali abbiamo già veduti e vedremo essersi aggirati nella mente di Dante allora, e quindi vediamo ricomparire nella Divina Comedia.

[VI.]
LE NOVE RIME

Prima del 1290[51] Dante propose di prendere “per materia del suo parlare sempre mai quello che fosse loda di quella gentilissima„; e questa era dunque “materia nuova e più nobile che la passata„, e come nuova “così troppo alta„. (VN. 17 e 18) Con le due canzoni, per ciò, tentò far già quello che prometteva di fare nell'ultimo capitolo del suo libello: “più degnamente trattare di lei„. Con le due canzoni, quindi, e con altre che dovevano seguire tentò fare quello che poi compiè con la divina Comedia, se questa è accennata e annunziata in quelle ultime parole. Ora egli pensò di parlare a donne in seconda persona. Nel che si deve riconoscere che gli sarebbe stato malagevole indirizzar la lauda di lei a lei. E pure sarebbe consistita, essa lauda, di rime d'amore, poichè, anche dopo, Dante parlava “contra coloro che rimano sopr'altra matera che amorosa„. Ma il rimatore avrebbe avuto “alcun ragionamento in di quello„ che avrebbe detto, e “domandato avrebbe saputo denudare le sue parole da cotale vesta (di figura o di colore retorico) in guisa che avessero verace intendimento„.[52] Certo è che già la prima canzone di tal lauda ha un verace intendimento sotto altra vesta. Invero la donna che vi si loda, è sì la donna che Dante aveva amata e amava, ma è posta a significare la sapienza, cioè la speranza dell'eterna contemplazione, cioè la speranza per la quale siamo salvi. E anche nella Comedia Dante dice d'essere stato salvo per opera della speranza, poichè fa cantare agli angeli, in te Domine speravi, poichè chi lo soccorse, nel momento in cui aveva perduta la speranza dell'altezza, fu l'amor di quella stessa gentilissima, che significava pur la stessa sapienza e speranza. Nella canzone Dante dice che egli la avrebbe proclamata, tale sua salvezza per opera della speranza, nello inferno ai malnati. Dunque egli sarebbe stato nell'inferno, poichè tali parole là avrebbe detto, e non ci si sarebbe fermato, poichè era salvo e appunto proclamava d'essere salvo. Dunque per l'inferno sarebbe passato. Come nella Comedia. Dove, in vero, egli non dice a nessun malnato d'aver veduto Beatrice nè ciò ch'ella significa, sapienza o speranza della contemplazione; il che mostra che Dante non pensava allora a questo poema sacro così almeno come lo fece; ma però passa, appunto perchè è salvo, salvo per la speranza, da quella porta che è aperta ma ha al sommo, “lasciate ogni speranza„; il che mostra che il concetto espresso nella canzone è simile a quello espresso nella Comedia. Per l'inferno sarebbe passato: dice chiaramente nella canzone prima. Come? Nella Comedia egli entra e passa morendo: e noi vediamo che nella seconda canzone di questa giovanile tragedia, sì, muore. E vede la gentilissima, morta anche lei; e la vede morta corporalmente e viva spiritualmente; vede un corpo sotto un velo, e vede una nebuletta avanti ad angeli. Dante dunque non solo pensava a qualche cosa di analogo a ciò che poi scrisse nel poema sacro, ma già lo compieva. Nella canzone vi è la morte di Dante, come nella Comedia; vi è Beatrice morta, come nella Comedia. Beatrice sale al cielo nella canzone; e nella Comedia sale al cielo. E qui vediamo perchè sin dalla prima canzone il poeta si rivolga alle donne e non a lei. Egli sapeva sin d'allora ch'egli avrebbe imaginata morta la sua donna: dunque non avrebbe potuto facilmente indirizzar la parola a lei. Eppure anche, in questa seconda come senza dubbio nella prima, noi possiamo figurarci che Dante avrebbe potuto, volendo, indirizzare alla donna sua, invece che alle altre donne. Per esempio: riscosso dal suo letargo, avrebbe detto alla sua donna: “Oh! dolore, io vi sognai morta! e morto ero anch'io„. Ora mi par lecito supporre che nelle canzoni che dovevano seguire e non seguirono, ma che Dante aveva già concepite, questo parlare a Beatrice sarebbe stato via via sempre meno agevole. Nel fatto egli sarebbe passato per l'inferno; l'ha annunziato. Pure anche di questo passaggio avrebbe potuto parlare a lei, che certo l'aspettava dopo quello, per rimproverarlo. Quando, infatti, sarebbe stato impossibile a dirittura rivolgere la canzone a Beatrice in seconda persona? Io dico, quando nella canzone stessa Dante avesse narrato di aver parlato a lei. Il raccontare a Beatrice che ella gli aveva parlato, il dire, Voi mi diceste, oltre recare imbarazzo al dicitore e oscurità al lettore, avrebbe infirmata ogni credibilità della cosa narrata. Perchè, o non doveva sapere Beatrice ciò ch'ella stessa aveva detto? perchè ridirglielo? Perchè, si risponde, non era vero che Beatrice avesse detto... Non era vero! ed ecco ogni illusione svanita in chi legge, sopratutto pensando che in tali visioni è necessaria, oltre la verosimiglianza sulla quale conta ogni poeta, anche, e precipuamente, la verità delle dottrine che il filosofo vuole insegnare. Da ciò si può arguire che il poeta continuando le due canzoni, avrebbe narrato un suo viaggio negli inferi tra i malnati e un suo arrivo al cielo, dove si era alzata quella nuvoletta tra gli osanna degli angeli. Ma abbiamo un indizio che la gentilissima sarebbe apparsa dopo un'altra donna gentile. Leggiamo invero che dopo fatte le due canzoni di materia nuova Dante ebbe una imaginazione d'Amore (VN. 24) Amore gli parlava nel cuore, o il cuore gli diceva con la lingua d'Amore: “Pensa di benedicere lo dì che io ti presi, però che tu lo dei fare„. Ed ecco venire verso lui una gentil donna, di famosa beltà, il cui nome era Giovanna, ed era sopranomata Primavera “e fu già molto donna di questo primo suo amico„, di Guido Cavalcanti. Appresso lei vide venire la mirabile Beatrice. E Amore parve dire: “Quella prima è nominata Primavera solo per questa venuta d'oggi; chè io mossi lo imponitore del nome a chiamarla così Primavera, ciò è prima verrà, lo die che Beatrice si mosterrà dopo la imaginazione del suo fedele„. Quale imaginazione? Quella vana imaginazione che è raccontata nella canzone seconda, nella canzone dell'excessus mentis. Continua Dante: “E se anco vuoli considerare lo primo nome suo, tanto è quanto dire prima verrà, però che lo suo nome Giovanna è da quello Giovanni, lo qual precedette la verace luce, dicendo: Ego vox clamans in deserto: parate viam domini„. E ciò è buon indizio che dopo la canzone dell'excessus o vana imaginazione, avrebbe fatto o altra o altre canzoni, nella quale o in una delle quali la gentilissima si sarebbe mostrata al suo fedele, si sarebbe mostrata dopo quella gentil donna. Dante, possiam credere, avrebbe veduta la Primavera, cioè quella che prima verrà, prima di vedere la Beatrice. Non avrebb'egli fatto una selva ombrosa e canora per questa Giovanna, in cambio del deserto per cui errava Giovanni? non avrebbe adornata d'ogni fiore e d'ogni frutto la stanza di questa Primavera? non l'avrebbe egli trovata là dov'è “primavera sempre„? non l'avrebbe veduta simile a quella Proserpina che “perdette... primavera„? non l'avrebbe contemplata scaldarsi “ai raggi d'amore„ e danzare e cantare, (cantare la precorritrice, in una divina foresta; come clamare il precursore, in un deserto), cantare quella che quaggiù gli era annunziata da Amore allegro? non avrebbe indotto lei a dire “Perchè ciò che vien diretro... non guardi?„; lei che quaggiù aveva appresso qualcosa di più bello di lei? (Pur. 28) Chè ella doveva precedere “la verace luce„. E non forse avrebbe vedute, l'una e l'altra, monna Vanna e monna Bice, tra “una gentile schiera„ di donne; come racconta di loro, quaggiù, in un sonetto che non incluse nella Vita Nova? (Ca. s. 19) una gentile schiera di donne, come le tre donne che venivano danzando dalla destra ruota del carro, e le quattro che facevan festa dalla sinistra? Chè tali donne che raffigurano virtù, avrebbero avuto luogo in tale “tragedia„, poichè certo Dante avrebbe cantata monna Bice trasfigurata nella Beatrice sapienza, se è vero, come è vero, che nella prima canzone ravvisava in lei la speranza che si vede, e spiegava il come di quest'assurdo che è di vedere una speranza, e nella seconda narrava di essere come morto, e di excedere, e di veder perciò lei, che era perciò la sapienza. E monna Vanna precorritrice, sarebbe, di questa tragedia, stata quella che nella Comedia è Matelda, cioè quel che è scientia rispetto a sapientia, quel che è il fiore della vita attiva rispetto al fiore della vita contemplativa.[53]

Ed ella lo avrebbe rimproverato così come nella divina foresta lo rimprovera, perchè Dante a lei allora si sarebbe presentato colpevole di ciò di cui era colpevole quando a lei fu condotto per loco eterno da Virgilio: sì: era stato ingannato dall'appetito, dall'animo, dal cuore; aveva seguito dei simulacra d'amore, ma in verità ella doveva sapere ch'egli era amico suo, non d'altri. (Inf. 2, 61) Questo gli poteva dire colui che lo guidava; un giovane in bianche vesti, che spesso nella sua vita nuova gli s'era fatto incontro nella via, e talvolta anche come peregrino in vil drappi: Amore. Non sarebbe stato, a guidarlo, Virgilio; no: ma Virgilio non significa nella Comedia studio cioè amore? anzi rispetto a Beatrice piuttosto amore che studio? E dunque l'avrebbe guidato il medesimo personaggio, sebbene con nome e vesti differenti; il medesimo in sostanza, se non in apparenza. E la gentilissima avrebbe concesso a Dante quel perdono, che nel libello giovanile che racconta la colpa, non troviamo. In vero che effetto fu delle parole adornate di soave armonia, nella quale era amore, e che Dante mandò a Bice, come il suo signore gli aveva proposto? (VN. 12) Nessuno; se pure tale effetto non fu il gabbo, quella volta che l'amatore “tenne li piedi in quella parte de la vita, di là da la quale non si può ire più per intendimento di ritornare„. (VN. 14).

La donna non sapeva la condizione di Dante che se l'avesse saputa, non avrebbe, dice egli, gabbata la sua persona, anzi molta pietà le ne sarebbe venuta. Non la sapeva, e così gabbava “con l'altre donne„ sua vista. O non avrebb'egli trasformato questo gabbo della sua donna tra altre donne, nel rimprovero ch'egli soffrì, quand'ella gli si mostrò in su la divina basterna, tra le tre e quattro donne, e tra i fiori e la festa degli angeli? (Pur. 30, 16) Prima del gabbo, a lui parve sentire uno mirabile tremore... “nel suo petto da la sinistra parte, e distendersi di subito per tutte le parti del suo corpo„, e dovè poggiare la sua persona ad una pintura, e i suoi spiriti erano come morti ed egli era nel confine estremo della vita e della morte. E così prima del rimprovero, quando vide Beatrice, lo spirito suo (Pur. 30, 34)

che già cotanto
tempo era stato, ch'alla sua presenza
non era di stupor tremando affranto,

(Dante si ricorda del mirabile tremore di quella volta!)