sanza degli occhi aver più conoscenza,
per occulta virtù che da lei mosse,
d'antico amor sentì la gran potenza.
E così vorrebbe dire a Virgilio, come, nel fatto del gabbo, parla all'amico:
men che dramma
di sangue m'è rimasa, che non tremi...
Qualche cosa di simile a quel rimprovero, le donne dall'intelletto d'amore avrebbero inteso da Dante che la gentilissima gli aveva rivolto; e qualche cosa di simile anche all'encomio dolce amaro ch'ella fece di lui in quell'occasione: (Pur. 30, 115)
Questi fu tal nella sua vita nuova
virtualmente, ch'ogni abito destro
fatto averebbe in lui mirabil prova...
Sì, avrebbero inteso anche quest'encomio dolce amaro. Poichè la Vita Nova nella sua prima parte è così costruita, che il dramma abbia quello scioglimento di quel rimprovero e di quell'encomio; come si vede non ostante le sovrapposizioni di dopo. Dopo nove anni di vita innocente e incosciente, vede la gloriosa donna della sua mente; per altri nove anni cerca di vedere e va cercando quest'angiola giovanissima; al termine di questi ha il saluto di lei, e ne ha la prima visione. E dopo “picciol tempo„, ecco, il primo “schermo della veritade„, col quale si celò “alquanti anni e mesi„; passati i quali, essendo la donna dello schermo partita dalla città, egli trova, per consiglio di Amore errante e vilmente vestito, un'altra difesa; e così incorre in quella “soverchievole voce, che parea l'infamasse viziosamente„; e la gentilissima gli nega il saluto. E a lui giunge quel tanto dolore, e si propone di pretermettere i simulacra d'amore, e poco stante concepisce le rime nuove o la tragedia giovanile. Per quanto incerte siano le date (e pure non sembra improbabile che nel 1289 avesse il cattivo consiglio d'Amore, cioè dell'appetito, animo, cuore), noi possiamo scorgere una divisione, che fa Dante, degli anni vissuti fin allora, analoga a quella che poi fece nella Comedia.
Nella Comedia egli distingue un tempo di bontà e virtù e dirittura: il tempo che Beatrice lo guidava con gli occhi giovinetti: l'adolescenza; e poi dieci anni, sino al mezzo del cammin della sua vita, d'oblio e d'oscurità e di smarrimento e di sete. Tosto che Beatrice era sulla soglia della seconda età, cioè adolescenza, e da pochissimo, da qualche mese, Dante aveva di tal soglia levato il piede. Dante si tolse a lei. Sono dunque, di trentacinque anni di vita, venticinque, cioè l'adolescenza, dati al bene, e dieci (subito dopo il ritorno al cielo di Beatrice, quando le era cresciuta bellezza e virtù) di, mettiamo, disamore. E nel libello sono diciotto anni (chè tosto, picciol tempo dopo la visione per la quale s'innamorò veramente della gentilissima, egli prese a schermo della verità la gentile donna di molto piacevole aspetto) diciott'anni e poco più d'amore, e sette anni, (su per giù non molto avanti la morte d'essa egli cominciò le rime nove) di simulacra, di schermi e difese. Ebbene la vita di Dante sì nella Comedia, sì in questa supposta tragedia, riesce presso a poco divisa nella stessa proporzione:[54] in un periodo, cioè, di bontà tra due e tre volte maggiore del secondo periodo, che non è di bontà, sebbene non sia di cattiveria. E il periodo primo contiene, nella Comedia, la adolescenza tutta con tutta la puerizia, e il secondo metà esatta della giovinezza; nella Vita Nova, il primo periodo è la puerizia con un po' più della metà dell'adolescenza. Ora si legga questa dottrina del Convivio: “Il primo e più nobile rampollo che germogli di questo seme per essere fruttifero, si è l'appetito dell'animo, il quale in greco è chiamato hormen: e se questo non è bene culto e sostenuto diritto per buona consuetudine, poco vale la sementa, e meglio sarebbe non essere seminato. E però vuole Santo Agustino, e ancora Aristotile nel secondo dell'Etica, che l'uomo s'ausi a ben fare e a rifrenare le sue passioni, acciocchè questo tallo, che detto è, per buona consuetudine induri, e rifermisi nella sua rettitudine, sicchè possa fruttificare, e del suo frutto uscire la dolcezza della umana felicità„. (Co. 4, 21) Ebbene questo tallo s'ha a ben coltivare e sostener diritto e indurare e rifermare, quando? Nell'adolescenza, nell'età, vale a dire che è “porta e via, per la quale s'entra nella nostra buona vita„. (ib. 24) E il centro, si può dire, della divina Comedia è il torcersi, in Dante ossia nell'uomo, di questo tallo; il disviare, posto con l'esempio tipico di Dante, del mondo per l'inganno dell'“anima semplicetta„, che non aveva guida e freno; cioè il freno sì, della legge, ma non la guida che reggesse questo freno, cioè l'imperadore. Ebbene questo centro della Comedia, nella Comedia sta un po' a disagio; poichè il tallo si torce o si riferma nell'adolescenza, e Dante, quando in lui si torse non era più nell'adolescenza, sebben di poco ne fosse uscito, ed era già con la barba quando di tale torcersi gli fu fatto rimprovero.[55] Or come sarebbe mancato tale rimprovero di tale torcersi, nella tragedia giovanile? Quando si vede che tutto è dal Poeta impostato, per così dire, a questo fine, di far vedere che, nel bel mezzo dell'adolescenza, quel tallo si torce? come si torse, poco dopo i diciott'anni, in Dante, la cui anima semplicetta, il cui cuore fu subito ingannato e non pervertito? E col rimprovero avrebbe avuto luogo l'encomio, perchè, infine, si trattava d'una stortura temporanea, dopo la quale Dante, riconoscendo sè, ripudiava i simulacri e gl'inganni e tornava alla sapienza; dando così prova, e meglio che nella Comedia, ch'egli aveva fatto ciò che l'adolescente deve fare, indurare e rifermare quel tallo, non ostante le intemperie solite di quell'età; e che perciò era virtualmente ben disposto se, pur dopo aver errato, ritornava sulla retta via. Non si può concepire un trattato di simil genere, se non si presenta al lettore il bene e il male; e quando si voglia parlar di sè stesso, se non si narra un traviamento e una conversione. E Dante aveva, come vedremo, un modello nelle Confessioni di Santo Agostino.
Questo era l'argomento delle rime nuove, le quali pur essendo necessariamente d'amore, avevano in sè “alcuno ragionamento„. E alle personificazioni che in esse sono e avrebbero dovuto essere, Dante e sì anche il suo primo amico, avrebbero potuto togliere la vesta. E in ciò consisteva la novità di tali rime, e questo era lo stil nuovo.
[VII.]
LO STIL NUOVO
Chiede Bonagiunta da Lucca: