[339.] Non ce n'avrebbe a esser bisogno; tuttavia vedi a pag. 339 in nota come Dante distingua “la parte razionale„.
[340.] Vedi sempre Vel. Le tre fiere, pag. 107 sgg.
[341.] Iud. XVI 19: et rasit septem crines eius... statim... ab eo fortitudo discessit.
[342.] Vel. 123-136.
[343.] MO. pag. 50 seg. Vel. pagina 320 e altrove.
[344.] Questo porta a riconoscere nel leone l'ira, e nella lupa l'invidia e superbia, più, come vedremo, l'avarizia.
[345.] Vel. pag. 159.
[346.] Summa 1a 2ae 46, 3 Vel. pag. 340 e altr.
[347.] Vel. pag. 153 sgg.
[348.] Dell'esattezza di questa indagine, si veda questa riprova. Il leone, avendo inordinato solo l'appetito irascibile e non anche il concupiscibile, come la lonza; essendo tristo e non anche amante di quei beni che concupisce la lonza; apparisce quando l'altra non è ancora scomparsa. Dante bene sperava dalla lonza, quando apparve il leone. Ma si noti, sopra tutto: quando apparisce il leone, Dante, per via dell'ora e della stagione, sperava di vincere la lonza ne' suoi effetti, cioè nella tristizia; quando comparve la tristizia ma accompagnata dal mal volere. Come a dire: quella tristizia mia stavo per vincerla, ma mi capitò addosso la tristizia altrui, che era ben altro! Ora qui bisogna ricordare l'episodio del nemico che dice: Son un che piango! O se non si vuol andare tanto in là, basti dire: Quella tristizia, sì, la vincevo; ma venne quest'altra! Il sì e non sì congiungono due parole uguali. Si noti che il leo è il nesso sì etimologico e sì filosofico delle altre due bestie; leonza e leopede; incontinente (in particolare tristo) come la prima, ingiusto, come la seconda. Ed è maschio tra femmine.