[368.] Vedi in Vel. la pag. 102.
[369.] Vedi nella pag. citata il passo di S. Ambrogio.
[370.] Vel. pag. 84.
[371.] Notevole che la contradizione Dante la trovava per questo punto anche nell'autor suo, e segnata dal comentatore, il quale anche gl'insegnava l'essenza simbolica d'Ercole, mente magis quam corpore fortis, e di Cerbero che raffigura omnes cupiditates et cuncta vitia terrena: l'incontinenza. (Vedi a pag. 411) Servio annota: “Ma Cerbero è subito dopo i fiumi!... Il trono di Plutone è più dentro. Dunque o ci si deve riferire alla natura de' cani, che atterriti fuggono al padrone, o solium è da intendersi pro imperio„.
[372.] Serv. ad Aen. VI 136.
[373.] I versi 743 sq. vanno posti fra parentesi. Vedi il mio Epos. I a questo luogo: pag. 256.
[374.] ad Aen. VI 740.
[375.] Vel. pag. 65 sgg.
[376.] Vedi a pag. 336 segg. Dante, a proposito dei veri “miseri„ del suo inferno, di quelli cioè che direttamente patiscono le conseguenze del peccato originale, esprime il difficile concetto che la suprema miseria sia il non esse, poichè chi è misero vuol piuttosto esse con quella miseria, che non esse pur senza quella. Intorno a che vedi Aur. Aug. de civ. Dei XI 27. I miseri per es. del vestibolo non sono nè furono: quindi la lor miseria è superiore a qualunque altra, ed essi sono invidiosi di qualunque altra sorte. Qual'è la sorte che lor si presenta come invidiabile? Quella dei morti della seconda morte; morti che sono miseri, ma dunque sono, non sono miseri per non esse.
[377.] Serv. ad 720. Si potrebbe ricavarne il senso che dà l'autore dell'epistola a Can Grande, della parola sublimis, attribuita alla terza cantica. Significherebbe “grande, magna„; e sarebbe d'accordo con la protasi di essa cantica, e con l'interpretazione dell'ecloga Dantesca. Vedi a pag. 240.