Ecco la genealogia dei sette peccati secondo Dante.
| Peccato originale | |||||
| (concupiscenza) lussuria e gola | avarizia (cupidità) | ||||
| accidia | invidia | superbia | |||
| ira | |||||
I peccati in corsivo sono inconoscibili e innominabili. Si veda che l'avarizia (mal dare e mal tenere) sta alla invidia e alla superbia, come l'accidia all'ira. È l'accidia dell'invidia e superbia, essa. L'accidia genera l'ira, perchè i violenti o bestiali o rei d'ira piangono dove avrebbero a essere giocondi. (Inf. 11, 45) La lussuria e gola, generano l'accidia. (Vedi pag. 378 sg. e Vel. 123 sgg.) La concupiscenza e la cupidità nascono tutti e due dal peccato originale. Si ricordi (Vel. pag. 141) che S. Agostino trova nel peccato dei primi parenti la mala volontà (in cui si liqua la cupidità) e la mala concupiscenza. L'avarizia è concupiscenza, quando è mal tenere, cupidità, quando si risolve a mal prendere. Si riscontri questo specchietto con gli esempi del purgatorio: si veda come da lussuria gola e accidia non nasca nulla di peggio di violenza o bestialità o ira: dall'accidia, la violenza degli ebrei lapidatori e dei troiani incendiari; dalla gola, violenza dei centauri ebbri (oltre la mollezza degli ebrei di Gedeone, che è accidia); dalla lussuria, Soddoma e Gomorra e la bestialità di Pasife. Dall'avarizia invece deriva frode e tradimento, cioè invidia e superbia: i tradimenti di Carlo d'Angiò, e dell'altro Carlo Giuda, e del nuovo Pilato, e Pigmalione traditore e ladro e parricida, e Polinestor, e il folle ladro Acam (folle e ladro, come Vanni Fucci).
Da ciò traggo motivo a ricordare la mia interpretazione della corda gettata a Gerione. (Vel. pag. 137 sgg.) Dante si scinge la corda che contiene il concupiscibile; dunque è divenuto (in apparenza s'intende), mediante l'accidia, (la quale conséguita i due peccati più propriamente carnali) reo d'ingiustizia violenta o d'ira. Al cerchio della violenza sale Gerione dal suo regno di frode. Segno, che il violento sta per divenire fraudolento, che il leone sta per isparire nella lupa, come la lonza, non presa, diventò leone; segno che dopo l'ira viene l'invidia e la superbia; che chi fa il primo passo nel male ruzzola spesso sino all'ultimo abisso, se non si contiene sulle prime; che chi è colpevole d'incontinenza (la bestialità è per metà incontinenza) divien reo di malizia; infine, e qui è l'esatto pensiero dantesco, che chi commette de' peccati simboleggiati da mostri, è prono a commetterne di quelli rappresentati da diavoli. (Vedi a pagina 503 sgg.)
[487.] Vel. pag. 356 sgg. Anche la dolorosa selva è arsa dall'incendio che bolle nel primo girone e piove nel terzo. Questo io dissi. Si leggano ora questi passi d'un breve e bello studio estetico di Ettore Sanfelice (Eros, Messina, Giugno 1901), il quale non conosceva la mia argomentazione mistica o filosofica: “.... il canto XIII dell'Inferno, dove suona quella similitudine, è in quantità ben maggiore ricco di armonia imitativa... le parole di Pier della Vigna e quelle di Rocco de' Mozzi sono un continuo cigolìo. Ce ne aveva già fatti scorti Dante stesso; invano (dedico queste e le seguenti parole a quanti per far rimaner male chi cerca e trova, e mostra e insegna, escono a dire: io non sento, son sordo; io non vedo, son cieco; io non comprendo, sono un pover uomo!); egli nella sua arte meravigliosa assomiglia spesso, come qui, a Natura (la sua Musa, aggiungo io, è Matelda, arte figlia di natura e nepote di Dio), della quale molte bellezze dissimulano sotto la loro perfezione esterna l'arcana intima arte ond'esse hanno vita... (Il canto di Pier della Vigna) tutto sibila e trema. Rileggiamo...„ E il giovane e dotto e schietto pensatore e poeta rilegge il mirabile canto, facendone notare il misterioso sigmatismo. Riferisco qui un bel gruppo di parole che egli sottolinea a facile dimostrazione dell'ineccepibile tesi: schiante, scerpi, spirto, sterpi, esser, state fossim, serpi, stizzo, arso sia, scheggia, insieme, sangue, adeschi, inveschi, volsi, serrando e disserrando sì soavi etc. Rilegga ognuno il canto, e vedrà da sè. E il Sanfelice nota tanti altri suoni di io, di ir: “L'animo mio per disdegnoso gusto. Credendo col morir fuggir disdegno. Ingiusto fece me contro me giusto„. Si osservino le terzine che seguono quella in cui soffiò lo tronco! E altro e altro!
[488.] Vel. L'altro viaggio.
[489.] Vedi a pag. 446.
[490.] Vel. pag. 381 sgg.
[491.] Vel. pag. 388.
[492.] In Summa 1a 2ae 68, 4. Si scambiano il posto le due coppie sapienza e scienza, intelletto e consiglio. Ma possiamo notare nell'articolo seguente: sapientia et scientia uno modo possunt considerari... prout scilicet aliquis abundat in tantum in cognitione rerum divinarum et humanarum, ut possit etiam fideles instruere et adversarios confundere... Alio modo possunt accipi, prout sunt dona S. S. et sic sap. et scient. nihil aliud sunt quam quaedam perfectiones humanae mentis, secundum quas disponitur ad sequendum instinctum S. S. in cognitione divinorum ed humanorum.