Il bel monte non è il santo monte. L'uno è la meta della vita attiva, l'altro è nel cammino della vita contemplativa. Stia certo il lettore. L'andare a quello è l'uso pratico dell'animo, mediante le quattro virtù cardinali, e il giungervi è ottenere buona felicità, non però l'ottima e più eccellente e divina.[94] E il santo monte, se rassomiglia al bel monte, se non altro nell'essere monte, e perciò nel figurare una felicità, non rappresenta, no per certo, la felicità imperfetta. Vi è l'Eden, si ricordi; e nell'Eden Dio non pose l'uomo perchè avesse la felicità soltanto che viene dall'operare, sì anche quella che nasce dal contemplare. Si ricordi che Adamo ebbe “tutta l'animal perfezione„, (Par. 13, 83) non ebbe soltanto la prudenza regale, che ottenne Salomone
acciocchè re sufficiente fosse.
(ib. 96)
Adamo, cioè, nell'Eden era ugualmente atto alle due vite e felice delle due felicità, mentre Salomone, soltanto alla vita civile, soltanto della felicità buona e non ottima.[95] E nell'Eden apparisce Beatrice, e nell'Eden, in cui è l'uom felice, parla di nuovo di quella via non vera, per la quale Dante si straniò da lei, per la quale Dante non sarebbe giunto a lei, al monte sacro, all'Eden, dove ella doveva apparirgli. In vero Dante mal può elevarsi alla parola di Beatrice; ed ella gli replica:
Perchè conoschi... quella scuola
c'hai seguitata, e veggi sua dottrina
come può seguitar la mia parola;
e veggi vostra via dalla divina
distar cotanto, quanto si discorda
da terra il ciel che più alto festina.
(Pur. 33, 85)
E Dante soggiunge:
Non mi ricorda
ch'io straniassi me giammai da voi...
Ora quella scuola e dottrina e via, per la quale Dante si straniò da Beatrice, è la scuola, dottrina, via del mondo o civile o attiva. E questa è la via non vera, non verace, non diritta; la via che fu per una notte dentro una selva, e poi per un giorno, avanti e indietro, in una piaggia diserta infestata da fiere; eppure non si dichiara già per malvagia o peccaminosa in sè, ma solo, a questo punto, per imperfetta e inefficace, che non può seguitare la parola volante sopra l'umana veduta; e distante all'infinito da Dio, non divina,[96] non però opposta. Se vogliamo interpretare subito l'episodio, diremo che Dante riconosce che la vita attiva alla quale si diede lasciando la contemplativa per cui già s'era messo, gli aveva lasciato qualche impaccio nell'intelligenza, qualche tardità, qualche offuscamento; sì che, riprendendo la sua vera via, non ci si ritrovava così facilmente. Invero Lia, che aveva veduta in sogno, non aveva più gli occhi malati, e si specchiava, ma non quanto Rachele che mai non si smaga dal suo miraglio. (Pur. 27, 103) E Matelda non assomiglia più a quella Lia, i cui occhi deboli e infermi s'interpretano come le cogitationes mortalium timidae;[97] ma tuttavia ella canta un salmo in cui sono le parole: nimis profundae factae sunt cogitationes tuae;[98] ed ella dice a Dante, segnando un divario tra sè e quella che verrà dopo:
venni presta
ad ogni tua question, tanto che basti.
Alla questione, in cui la parola di Beatrice tanto alto volava sopra la veduta di Dante, Matelda non sarebbe, per esempio, potuta bastare.