Insomma il santo monte è la beatitudine della vita attiva ma in quanto s'è disposta alla contemplativa; la beatitudine della vita attiva in sè e per sè, è l'altro monte, il bel monte, il colle al termine della valle. Se questo e quello fossero il medesimo monte, Beatrice non avrebbe detta “non vera„ la via che aveva addotto l'amatore a quel monte e a lei. Non vera ella chiamava la via per la quale Dante non l'avrebbe riveduta in cima al colle, sul quale Dante, avrebbe, se mai, veduta in sogno Lia lippis oculis, Lia che non s'adornava e non si specchiava; e avrebbe trovata poi, nella realtà, una Matelda, se mai, affaticata e non lieta della sua operazione. C'è una vita attiva ch'è fine a sè stessa, e una vita attiva che conduce alla contemplazione, che purifica e dispone a veder le stelle. (Pur. 33, 145)[99]
Ma Dante insegna nel trattato de Monarchia (3, 15): Due fini ha l'uomo, secondo che è corruttibile e incorruttibile: “la beatitudine di questa vita, che consiste nell'operazione della propria virtù, ed è figurata mediante il paradiso terrestre; e la beatitudine di vita eterna, che consiste nella fruizione dell'aspetto divino; alla quale la virtù propria non può salire, se non aiutata dal lume divino; ed essa felicità si dà a intendere col paradiso celeste„. Errerebbe chi raccogliesse da queste parole che essendo il colle simbolo della beatitudine di questa vita, esso è una cosa col monte, poichè su esso è il paradiso terrestre, che figura quella medesima beatitudine. Errerebbe. Nella Comedia c'è il vero paradiso terrestre, a cui Dante giunge mediante la contemplazione: vero. E in esso è la vera beatitudine di questa vita, che però in questa vita non possiamo aver più, dopo il peccato d'Adamo. Dante potrebbe in esso rimanere, pago di quella vera beatitudine? Virgilio invero lascia a lui l'elezione della seconda parte del viaggio, mentre dichiara di necessità la prima.[100] Noi rispondiamo: Virgilio esprime questo concetto: “O la vita attiva o la vita contemplativa (la qual ultima non si dà senza un esercizio di vita attiva che disponga) si può scegliere„. Ma sì: come sarebbe mancato in Dante la volontà di salire, dopo essersi fatto così leggero e nuovo? quando lì era l'anima più degna, per rapirlo seco e addottrinarlo nei misteri imperscrutabili? Dante dunque, una volta puro e disposto, non si sarebbe fermato nel paradiso terrestre. Ma s'intende che in questo discorso non si tratta d'una vera dimora; perchè Dante giunge sì al paradiso terrestre vero, ma, con la contemplazione, vi giunge! Se il monte ha il vero paradiso, cioè quella che era già e non può esser più la vera beatitudine della nostra vita in terra, il colle invece è il simbolo di essa beatitudine; è nella Comedia quel che è il paradiso terrestre nella Monarchia; simbolo esso come è simbolo quello. Ma come per contemplativi che fossero, i beati di Saturno quand'erano quaggiù, non erano in Saturno, sebben godessero una felicità che è figurabile col paradiso celeste, così gli spiriti attivi di Mercurio non trovavano, nella loro via del mondo, quaggiù il paradiso terrestre. Ebbero anzi tutt'altro che quella pace, quella letizia, quell'agevolezza che è in Matelda: tutt'altro. E anzi gli spiriti attivi pur avendo in vita una beatitudine che è simboleggiata nel paradiso terrestre, il paradiso terrestre proprio non l'avrebbero in vita potuto veder mai; perchè sì il terrestre e sì il celeste non si possono vedere dai viventi se non in una estasi di contemplazione; ed essi erano attivi, non contemplativi.
Il colle non è il monte. Il colle è una figurazione simbolica, come la selva, la piaggia diserta, la notte e il mattino. Tutto in essi è accorciato e appena adombrato. Noi ci chiediamo: Se Dante fosse salito fino alla cima, che cosa sarebbe stato di lui? Possiamo rispondere solo: Avrebbe avuta la beatitudine di questa vita data all'azione; non avrebbe avuta la beatitudine di questa vita data alla contemplazione. O la beatitudine eterna l'avrebbe poi avuta? Perchè ci sono due vie, attiva e contemplativa, per giungere alla beatitudine in questa terra; beatitudine minore e maggiore, imperfetta e quasi perfetta; ma nè l'una nè l'altra sono la beatitudine perfetta, che è di là della vita, oltre la terra, nel cielo. Avrebbe Dante operato in modo da guadagnarsi la salute eterna? Chi sa? Farinata a ben fare pose l'ingegno; pure è nell'arca di fuoco. Altri che come lui furono attivi perchè loro succedesse onore e fama, sono pur beati, sebbene si mostrino in “picciola stella„. (Par. 6, 112) Ma non potè salire: dunque non era per lui quell'andare. Nella selva, nella quale arretrava, egli sarebbe stato privo di quell'“onore e fama„, che è il fine della vita attiva; sarebbe stato vile e oscuro. Perciò dice Dante e ripete Beatrice che quell'andare era per via non vera.
Ma questo solo perchè Dante, come il fatto mostrò, non era per salire? perchè c'era, a' piedi del colle, la lupa che impedisce e fa arretrare nella selva? Ciò non basta perchè si dica non vera la via. Non vera, dunque, per nessuno? nemmeno per il Veltro? Diciamo che non era vera per Dante, perchè Dante era nato e fatto per un'altra vita, per l'altra. La sua traccia era stata fuor di strada, perchè il provveder divino aveva impresso la sua cera d'altro suggello, che quello; perchè la sua radice era fatta per portare altri effetti, che quelli; perchè, non attendendo al fondamento che natura pone, non era stato buono, s'era torto ad altro che a ciò a cui era volto. (Par. 8, 127) E questo gli rimprovera Beatrice, d'aver contrariato la sua natura e contrastato alla sua stella: (Pur. 30, 109)
Non pur per ovra delle rote magne,
che drizzan ciascun seme ad alcun fine,
secondo che le stelle son compagne;
ma per larghezza di grazie divine,
che sì alti vapori hanno a lor prova,
che nostre viste là non van vicine;
questi fu tal nella sua vita nuova
virtualmente, ch'ogni abito destro
fatto averebbe in lui mirabil prova.
È accennato chiaramente che le rote magne drizzavano Dante a un fine ch'egli non perseguì. E se alcuno vuol credere che si tratti solo di bene o male, e non di “differenti uffizii„, vediamo che cosa ne pensa Dante stesso. Il quale ci dice quali stelle eran “compagne„ a lui, quando e' nacque. Egli si volge ai Gemini ed esclama: (Par. 22, 112)
O gloriose stelle, o lume pregno
di gran virtù, dal quale io riconosco
tutto, qual che si sia, il mio ingegno...
E Brunetto nel vedere per qual “calle„ Dante cammina, sembra subito approvare, e dire che la sua “stella„, ora, lo guida per la sua via buona. (Inf. 15, 54) Per certo tale stella e tal lume di gran virtù, in quell'esempio duplice che Dante pone, d'uomini torti ad uffizio non loro, ossia d'un guerriero torto alla religione e d'un “da sermone„ fatto re, esempio generale e sintetico che val quanto dire “torcere alla vita contemplativa chi è nato per la attiva e viceversa„; (Par. 8, 145) tale compagnia favorevole all'ingegno, disponeva Dante più al sermone e alla religione, che ad esser re o guerriero, più alla vita di Dio che a quella del mondo. Ma c'è altro. Che vuol dire “ogni abito destro„? Ogni abito, forse, buono, virtuoso, gentile? Vuol dire: ogni abito della vita contemplativa. Destro è qui opposto, come sovente, a sinistro; agli ufici, grandi o men grandi, della sinistra cura (Par. 12, 128). Ossia della vita attiva o civile o, come altri dice, carnale, opponendola a spirituale. Così S. Bernardo afferma che nel lato sinistro della Chiesa sono significati gli uomini carnali, e nel destro, gli spirituali. Perciò (e mi limito a questa citazione) la destra è la vita spirituale o contemplativa; la sinistra è l'altra, inferiore. Così di terra cotta è il pie' destro del Veglio; e significa l'autorità spirituale. (Inf. 14, 110)[101] Beatrice dunque afferma che Dante non seguì la strada che gli era tracciata, ossia la strada della contemplazione, e si mise nell'altra, in quella dell'azione, che perciò non fu vera, perchè non era per lui. Ella ha nel Poema e nel trecento qualcosa da rimproverare, che non avrebbe avuto nelle laudi che Dante cominciò a disegnar di lei nella Vita Nova. Allora ella l'avrebbe garrito per i simulacri d'amore e inganni dell'animo o cuore o appetito, e false imagini di bene. Ora può rinfacciargli anche d'aver seguitata una scuola che non era quella di lei; di non esser tornato a lei dopo quelli inganni, anzi d'essersi inoltrato per una via non vera, che non era, cioè, quella di lui. E dice: