chè anche quel della canzone
una donna glorïar vedìa;
e quello parlava, parlava sottile, di quella gentile, ricordando spesso Beatrice, e questo parlava sì dolcemente a Dante di quella donna, “d'un'Angiola che in cielo è coronata„. Ora il pensiero della Vita Nova, nella canzone
trova contraro tal, che lo distrugge.
E l'anima piange la fuga del pensiero consolatore.
Qual donna è quella il cui amore è così efficace a mutare il cuor di Dante? Non è certo una donna come le altre. Anche senza leggere il comento, noi messi nell'avviso dalle parole:
Canzone, io credo che saranno radi
color che tua ragione intendan bene,
tanto la parli faticosa e forte;
arguiremmo che il verace intendimento della canzone non è quello che apparisce dalla sua forma amorosa, che è ancora d'obbligo per il Poeta. La donna va interpretata allegoricamente, cioè non è donna proprio. Ella invero, come Dante comenta; nè c'è ragione alcuna di credere ch'egli nel trattato forzi, per sue ragioni, la lettera; è la filosofia. Ora la filosofia Dante sa bene, e a lungo dichiara nel Convivio, essere amor di sapienza e di sapere. (Co. 3, 11 segg.) E in esso trattato e nelle canzoni che vi si comentano, è distinta sovente filosofia ne' suoi elementi, ma non sì da farne due persone. O meglio l'un d'essi, l'amore “ch'è parte di Filosofia„, (ib. 14) è personificato talvolta, ma in guisa, dirò, meglio metaforica che allegorica; anzi meglio filosofica che poetica. Leggasi, per esempio: “Filosofia per suggetto materiale qui ha la sapienza e per forma amore, e per composto dell'uno e dell'altro l'uso di speculazione„. (ib. 14) C'è, sì, nella prima delle canzoni conviviali “uno spiritel d'amor gentile„, e nella seconda “l'amor che... ragiona„, e “move cose„, e ha parlare che “dolcemente sona„; ma, pur menando esso all'abito dell'arte e della scienzia, non perde mai, se non per un po' di tropo quasi necessario anche a noi, la sua natura d'accidente in sustanzia e di forma di ciò di cui sapienza è materia. Questo fa vedere che Dante, pur filosofando, non ha più in mente di fare, per visione, un cammino in cui, condotto dall'amore o studio personificato, discendendo e ascendendo, riesca a veder la sapienza. Dante ha rinunziato alla mirabile visione.
E senza dubbio. Beatrice nella Vita Nova era trasformata a figurar la sapienza. Ora la sapienza non è più figurata in lei, bensì, avendo in sè commisto anche l'altro elemento, cioè l'amore, in una donna che Dante omai deve chiamar “donna„. (Co. c. 1, 48) Nel tempo stesso Beatrice torna ad essere quello ch'era nella sua prima giovinezza: un'angiola. (ib. 29)
E questo nome d'intelligenza separata le è dato ora, quand'ella rappresenta qualcosa di materiale in rapporto alla spiritualità dell'altra donna; come allora, che per quanto sublimata a simbolo, era pur donna viva e vera. Questo nome d'angiola, qui e là, è una delle prove più convincenti ch'ella fu donna. Ora, ella è morta e vera; e tutto ciò che prima figurava come simbolo, è passato a questa altra. Tutte e due invero sono umili e spirano umiltà. Nella Vita Nova, Beatrice: