Rileggiamo la stanza più terribile della canzone più aspra.
Così vedess'io lui fender per mezzo
lo core alla crudele che 'l mio squatra;
poi non mi sarebbe atra
la morte, ov'io per sua bellezza corro;
chè tanto dà nel sol, quanto nel rezzo
questa scherana micidiale e latra.
Oimè! perchè non latra
per me, com'io per lei nel caldo borro?
che tosto griderei: io vi soccorro;
e fare' volentier, siccome quegli,
che ne' biondi capegli,
ch'Amor per consumarmi increspa e dora,
metterei mano e sazieremi allora.
S'io avessi le bionde treccie prese...
A tutti sembrerà impossibile che queste parole siano dirette alla Vergine. Impossibile, sì: invero sono l'espressione d'un amor terreno che deve, allegoricamente, figurare l'amore per la sapienza o la filosofia che non si lascia amare dall'ardente amatore, la qual sapienza o filosofia è, anagogicamente, la Madonna. Non son dunque propriamente dirette a lei, tali parole. E tuttavia udite: “O donna, che rapisci (si può dir, rubi) i cuori degli uomini con la dolcezza, non rapisti (o rubasti) tu, donna, il cuor mio? Dove di grazia l'hai messo, che io possa trovarlo? O rapitrice (rubatrice, latra) di cuori (quella scherana di che è micidiale e di che è latra, se non del cuore di Dante?), o rapitrice di cuori, quando mi renderai il mio cuore? Perchè così rapisci?(rubi) i cuori dei semplici? Perchè fai violenza agli amici tuoi? che lo vuoi sempre tener con te?„ Basta colorire un poco le parole, e qui avremmo presso a poco la stanza di Dante. Ma leggiamo ancora: “Quando te lo chiedo (il mio cuore), tu mi sorridi, e subito addormentato dalla tua dolcezza mi cheto. Quando tornato in me, lo chiedo ancora, mi abbracci, o dolcissima, e subito io m'inebrio dell'amor tuo: allora il cuor mio non discerno dal tuo, nè so chiedere altro che il tuo„. Qual è questa donna? chi a lei parla con tanto languor di dolcezza? La donna è Maria; e chi le parla, è il suo fedel Bernardo.[135]
Sia questo, ripeto, per esempio.
E ripeto che il senso anagogico è più là o più su dell'allegorico. Non maraviglia perciò che nell'ardente figurazione del litterale, si perdesse di udita quell'eco, che ne aveva a risonare tanto lungi, senza arrivar mai alle orecchie del volgo.
[XV.]
RECTITUDO
Nella via non vera, per lui, si mise il Poeta nel 1295. Durante l'equinozio di primavera del trecento, fingerà poi d'essersi smarrito e ritrovato in una selva. Poichè la notte era uguale, in quella stagione, al dì, ed egli uscì della selva al principio del mattino, e quella notte e quel dì figurano dieci anni della vita di Dante; noi possiamo credere ch'egli, pareggiando i tempi, intendesse d'assegnare cinque anni, dal 1290, tosto che Beatrice mutò vita, al 1295, quand'egli si diede alla vita civile, cioè riprese via per la piaggia diserta, alla notte e alla oscurità; e cinque anni, “dal principio del mattino„ all'ora in cui “lo giorno se ne andava„, al corto andare. Conosceva egli il verso Virgiliano delle Georgiche nel quale si dividono l'ore tra il sonno e il giorno?[136] Non mi par difficile, essendochè il concetto, espresso in quel primo canto, che il mondo fu creato di primavera, poteva egli averlo imparato mediante citazione, se non altro, delle Georgiche, le quali lo contengono;[137] e con quella poteva essere questa altra citazione dell'equinozio che le è legata.
Sappiamo della vita pubblica di Dante in quei cinque anni, qualche cosa: per esempio: il 6 luglio del novantacinque fu consulente nella riforma degli Ordini di giustizia; il 14 dicembre dell'anno medesimo, partecipava all'elezione bimestrale de' Priori;[138] il 3 giugno dell'anno seguente era dei cento, e parlò; il 7 maggio del novantanove andò ambasciatore a S. Gimignano;[139] nel trecento dal 15 giugno al 15 agosto fu dei Priori. L'elezione non fu senza grande contrasto tra Cerchieschi e Donateschi. Egli scriveva poi, secondo la testimonianza di Lionardo Aretino, “tutti i mali e inconvenienti suoi dalli infausti comizi del suo priorato aver avuto cagione e principio„. Nel fatto, non molto più d'un anno dopo, nel 27 gennaio del 1302, era accusato e condannato in contumacia da Cante de' Gabrielli; e il 10 marzo di quell'anno, era destinato al rogo. Per quanto il colmo, per dir così, della vita politica di Dante sia dopo l'equinozio vernale del trecento, pure nella Comedia egli assegna al marzo di quell'anno la fine di quella breve favola. La lupa, in quel mese e in quel torno, (Inf. 1, 60)
lo ripingeva là dove il sol tace.