Dalla notizia conservataci dall'Aretino, comprendiamo perchè, nel tempo stesso che altre ragioni per certo v'erano per Dante, di porre la sua visione nel trecento, questo fatto, che la fine della sua vita pubblica non avvenne in quell'anno, non contrastasse. Le altre ragioni quali possono essere? Era l'anno del giubileo, e una visione di spirituale purificazione ben era adatta a quell'anno di perdono. Eppur non è questa la ragione precipua, se pure è tra le ragioni: il giubileo, nella Comedia, si ricorda una volta per descriverci nell'inferno due schiere di peccatori più e meno ignobili e meno e più sfacciati; (Inf. 18, 28) un'altra volta, per poter introdurre un soavissimo episodio, d'un appena giunto nel mondo di là sul vasello snelleto e leggiero, e che là canta la canzone “Amor che nella mente mi ragiona„. La qual canzone è lode della filosofia e lauda di Maria, e bene risuona nel lido del mare, in quel mattino luminoso, alle radici del monte santo della purificazione, sacro alla madre purissima. Ma certo dell'anno santo sarebbe presente in ogni parte del Poema l'idea, se nel pensiero di Dante ell'era stata precipua.[140] Anche l'altra ragione di sceglier l'anno centesimo, che fu quella di partire a mezzo la seconda età del Poeta, ossia la giovinezza, e tutta la sua vita, non appare poi, sebbene si scorga sin dal primo verso, così forte. Coi rimproveri di Beatrice ci sembra che si sarebbe adattata meglio un'età più giovanile, più prossima all'età delle false imagini di bene, un'età in cui la barba non fosse troppo dura e lunga. A mettere la visione in quell'anno, determinando ch'era l'equinozio di primavera, e riassumendo allegoricamente dieci anni di vita in una notte e in un dì, facendo cominciare la notte col sonno, cioè con la sera, quando l'aer bruno toglie i viventi dalle loro fatiche, e terminare con l'ora in cui la luce lambisce ancora a pena le cime dei monti, e curando con tanta diligenza che il dì sia ben marcato, dal principio del mattino all'andar del giorno; a ciò fu indotto principalmente il Poeta da questa simmetria che vedeva veramente nei dieci anni della vita trascorsa dopo la morte di Beatrice; che furono tagliati in due parti uguali, di cinque anni l'una, dal consiglio ch'ei prese di dedicarsi alla vita civile. La qual vita civile era, se non di fatto, almeno potenzialmente, finita con la sventura, con la persecuzione, con l'esilio, nei comizi infausti del trecento. A questa norma, i primi cinque anni dei quali un anno e più era stato di dolore, e trenta mesi, di studio, furono dichiarati tutti, da tosto che Beatrice fu partita, di smarrimento e di sonno.

Se la lupa lo ripingeva verso la selva delle tenebre e della viltà nell'anno trecento (e ciò fu virtualmente, non realmente), la lonza lo impediva “dal principio del mattino„, “quasi al cominciar dell'erta„. Dante fu “per ritornar più volte volto„. (Inf. I 29) Questo impedimento dunque sarebbe venuto al principio di quel giorno di cinque anni, intorno al tempo in cui Dante era entrato nella vita civile. Poichè in quel volgersi più volte per ritornare, è da intendere che Dante non fu vittorioso della carne, se non dopo alcuna battaglia perduta, noi dobbiamo credere ch'egli dica che intorno al 1295 e poco più oltre egli ebbe a cedere alle tentazioni di ciò che la lonza simboleggia, dell'incontinenza carnale. E in vero con Forese egli condusse una vita che è grave memorare; (Pur. 23, 115) e della quale restano a testimoni i tre noti sonetti. Quando ciò? Prima del 1296 nel qual anno “Bicci novel„ moriva; dopo il 1295, nel qual anno Dante si dedicava alla vita civile, se da quella vita, Dante dice nel purgatorio a Forese, (23, 118)

mi volse costui
che mi va innanzi;

ossia Virgilio, che lo volse non già dalla vita viziosa, ma dalla via del mondo, per fargli fare altro viaggio per la via di Deo. Chè Dante non vuol veramente dire che Virgilio lo tolse a suoi disordini: della lonza era stato vincitore, e della lupa stava per diventar vittima; vittima sì, non già drudo! Ma pur qui non dice che lo tolse alla via del mondo; bensì che lo sottrasse dal tornar nella selva oscura, dove sarebbe stato quel che era prima d'uscirne, senza virtù e senza vizio. Dunque non confessa alcun vizio di gola o d'altro, ma, come vedremo, uno stato di “miseria„. Soltanto, nel tempo in cui si metteva nella via del mondo, egli ebbe a patire degli stimoli della carne e a vivere con alcuna libertà; di che presto riuscì a bene, prendendo la lonza, non più forse, ora, con la corda con cui altra volta aveva creduto di poterla prendere, (Inf. 16, 106) ma, più che probabilmente, col matrimonio. E così continuò il suo cammino, essendo aiutato dalla sua temperanza e fortezza a fuggire sì la carnalità e sì l'accidia che ne nasce. Chè la lonza è l'una e perciò l'altra[141]. Ma sorvenne la violenza, la quale, anch'essa forse, non avrebbe avuto il potere di respingerlo, se non era la frode, nella quale si fuse la violenza. Invero egli fu vittima del paciaro che viene senz'arme e giostra con la lancia di Giuda. (Pur. 20, 73) Egli fu vittima d'un papa non solo simoniaco e usurpatore e in varii modi fraudolento (Inf. 19, 52; 27, 98; Par. 27, 22 etc.), ma anche violento, se faceva del cimiterio di S. Pietro una cloaca non solo di puzza, come è alcuna bolgia della frode, ma anche di sangue, come è la riviera dei predoni e tiranni. (Par. 27, 25).

Vincitore dell'incontinenza, sereno ed alacre, dice di sè il Poeta, che saliva e sarebbe salito. Le altre due virtù della vita attiva, cioè, oltre la temperanza e fortezza, la prudenza e la giustizia, dice di sè il Poeta, che le aveva, poichè uscì dalla selva e fu minacciato e tratto a mal partito, non sedotto, dall'ingiustizia, cioè dal leone e dalla lupa. Tra i giusti che Ciacco vede in Fiorenza, fossero essi due soli oppur due o tre, come a dire pochi, Dante metteva al certo sè medesimo, e si dichiarava immune di quell'incendio maligno che è acceso dalle tre faville, superbia, invidia e avarizia; di quell'incendio che è l'ingiustizia.[142] E sebbene e' facesse una strada che non era la sua, e perciò non era vera o verace o dritta, come quella che era stata intrapresa dopo l'oblìo di Beatrice, cioè della sapienza che si trova soltanto per quell'altra via; nondimeno non si può dire che agli studi avesse rinunziato al tutto. Egli aveva, intorno al cominciare della vita attiva, significato l'abbandono della contemplativa, mettendosi come sotto la protezione della filosofia che è anche la Regina Coeli. Ciò con le due canzoni Voi che intendendo e Amor che nella mente; di cui la prima era nota a Carlo Martello morto nel 1295, e l'altra, a Casella che forse le diede la nota, e che morì nel tempo del giubileo. Altra canzone, che non c'è difficoltà di assegnare a tempo precedente l'anno centesimo, è quella che comincia: Le dolci rime; ossia la terza del Convivio. C'è anzi così qualche ragione in favore, come nessuna contra.

La canzone ha uno stretto legame con le due precedenti.

Le dolci rime d'Amor, ch'io solïa
cercar ne' miei pensieri,
convien ch'io lasci.

In secondo luogo, essa vuol riprovare un “giudicio falso e vile„, che è presumibile fosse, in quei tempi avanti il trecento, pronunziato contro il Poeta medesimo. Invero, o nobile o popolano che fosse di schiatta, Dante iscrivendosi nelle arti poteva sentirsi rimproverare, anche da chi fu suo primo amico, di non essere nobile o non essere più. Ma prescindendo anche dalla sua persona, è ben certo che a quei tempi nessun discorso doveva essere più frequente e vivo di questo intorno alla nobiltà, in quella Fiorenza che nel 1293 faceva gli ordini di giustizia contro i Grandi, nel 1295 li riformava, e via via non quetò per il malumore e il discordare di essi grandi o nobili. In tale aria ambiente è verosimile che Dante esponesse il suo pensiero, che la nobiltà consiste non nella ricchezza redata, con bei costumi o senz'essi, ma nelle virtù convenienti a ogni età dell'uomo.

Questa canzone è “contra gli erranti„; ed è fatta per riprovare un giudicio falso; e ha quindi, non più per soggetto l'amore o Venus, sì la direzion della volontà o rectitudo o Salus (VE. 2, 2). Ma meglio considerando si troverà che pure trattando un de' magnalia, ed essendo diretta alla utilità, cioè alla salute, non ha per soggetto propriamente la direzion della volontà, se non in modo proemiale. Essa dice infatti: “Chi è nobile o non vile? Chi ha virtù. E che è virtù? Un abito eligente. Nell'elezione ha luogo la volontà. Virtù significa aver la volontà educata a scegliere, tra due contrari, il mezzo che è bene„. Dunque della direzion della volontà è per trattare trattando della o delle virtù. E questo, che la nobiltà stia nella virtù, non è che il proemio al trattato della rettitudine. E questa considerazione aiuta anch'ella a porre il componimento proemiale al tempo in cui Dante tuttora dormiva in Firenze agnello nemico ai lupi.

E qui giova ricordare l'epistola che Dante scrisse ai principi della terra dopo la morte di Beatrice. Quest'epistola, la quale è più che verosimile contenesse precetti di rettitudine e significasse lo sparire dalla terra di quella sapienza, confondeva la sapienza che è speranza della contemplazione di Dio, con quella che è prudenza regale o senno.[143] Ora non le confonde più. Ora dice di deporre il soave stile che ha tenuto “nel trattar d'amore„; ora tratta di salute, che è termine generico in cui è compreso gentilezza e nobiltà (v. 106); ora proemia a un trattato di rettitudine nella via del mondo. Sì; perchè le virtù alle quali accenna qui, e delle quali vuol trattare poi, come si vede dal fatto, che ne trattò veramente, sono virtù di quelle che stanno nel mezzo a due contrari, cioè sono virtù morali, nelle quali consiste la vita attiva.