In verità Dante continuò questo trattato di rettitudine in canzoni, questo codice poetico di vita attiva, quest'illustrazione in istile tragico delle virtù morali. Notevole è che le canzoni dovevano essere quattordici. Con le tre già nominate, che sono tra tutte e tre un grande proemio, mostrando la prima l'abbandono del disegno primo di visione, la seconda avendo le lodi della donna che deve presiedere al trattato, la terza contenendo il fine a cui è destinato il libro. Le altre canzoni dovevano essere, dunque, undici. Ora undici appunto sono le virtù dell'Etica: Fortezza, Temperanza, Magnificenza, Magnanimità, Amativa d'onore, Mansuetudine, Liberalità, Affabilità, Verità, Eutrapelia, Giustizia. (Co. 4, 17) Se determinò questo numero, quando scrisse il primo trattato; (Co. 1, 12; 8) certo, almeno quando lo scriveva, pensava a coteste undici virtù. Ammettiamo in vero che esso trattato sia stato scritto dopo i tre seguenti, e soli compiuti.[144] Egli aveva innanzi sè, da cominciare piuttosto che da compiere, la parte sostanziale del suo libro, e questa doveva consistere d'undici canzoni e trattati. Ciò non esclude ch'egli avrebbe potuto mutare; e che qualcosa già mutasse, è manifesto anche di qui. Invero delle canzoni che è verosimile fossero fatte per il Convivio, e che a noi sono pervenute, è una, Doglia mi reca, che riguarda la liberalità. Ella è contro uno dei vizi collaterali di essa; non però trascura l'altro, poichè dicendo (85 seg.)

come con dismisura si raguna
così con dismisura si distringe,

accenna che si deve pure ragunare e distringere con misura, e quindi riprova chi non raguna e non distringe affatto. Inveisce il Poeta specialmente, anzi, se si vuole, esclusivamente contro gli avari e l'avarizia, ma tien fermo il concetto che la virtù di liberalità, come le altre morali, è un abito eligente, e che il vizio o i vizi contrari sono dismisura. E il comento avrebbe certo contenuto molto di più di quel che la canzone. È dunque intonata alla canzone della nobiltà, in cui definiscesi la virtù. E dunque si fa, per questa, probabile che veramente Dante volesse in undici canzoni trattare delle undici virtù. Sì; ma essa doveva essere l'ultima. Dice infatti il Poeta: “Per che sì caro costa quello che si prega, non intendo qui ragionare, perchè sufficientemente si ragionerà nell'ultimo trattato di questo libro„. (Co. 1, 8) L'ultima, invece, delle virtù nell'enumerazione che Dante trae dall'Etica, è la giustizia. Possiamo dunque dire che non avrebbe seguito quell'ordine; invero dice egli stesso che le virtù morali “diversamente da diversi Filosofi sono distinte e numerate„. (Co. 4, 18) Ed egli stesso le distingue nella Canzone Amor che nella mente, ed enumera nel comento, diversamente, sebbene dica: “dove aperse la bocca la divina sentenzia d'Aristotile, da lasciare mi pare ogni altrui sentenzia„. (ib. 17) e sebbene, col prestabilire a undici le canzoni, abbia mostrato di volere quella divina sentenzia seguire. Ma nella detta canzone e nel detto trattato pur così distingue e numera, se non le virtù, le “cose necessarie„ almeno, alle singole età: alla adolescenza, obbedienza, soavità, vergogna, adornezza corporale; (Co. 4, 24) alla gioventù, lealtà, cortesia, amore, fortezza e temperanza; (ib. 26) alla senetta, prudenza cioè saviezza (senno), giustizia, larghezza, affabilità. (ib. 27) Altra volta a fortezza fa uguale magnanimità: “questo sprone si chiama fortezza ovvero magnanimità, la qual vertute mostra lo loco ove è da fermarsi e da pungare„. (ib. 26) Da tutto ciò si vede, primo, che pur mantenendo alle virtù il numero aristotelico di undici, egli si sarebbe governato liberamente, col fonderne almeno una (la magnanimità) in un'altra, e con introdurre se non virtù nuove, almeno nuovi nomi. Per es. la leggiadria.

Di essa tratta nella canzone, Poscia ch'amor del tutto m'ha lasciato, il cui principio consuona col cominciamento della canzone, Le dolci rime.

Si parla, in quella, di tali che gittano via i loro averi, che intendono a conviti e a lussuria e ad ornarsi; e che ridono sempre e parlano troppo per piacere, e fanno gli arguti e i popolari, e non trattano con donne gentili e savie. Si dice che per aver leggiadria, bisogna che sollazzo si unisca con amore. Si conchiude che leggiadro è l'uomo che, nel dare e ricevere, non si duole, anzi “in ciò diletto tragge„, a somiglianza del sole che illumina le stelle e ne è illuminato; l'uomo che non s'adira per parole che oda, che non dice parole che offendano altrui; che si cura dei savi e de' selvaggi no; non si inorgoglisce e pur non tien nascosto il suo pensiero. Se cerchiamo tra le undici virtù di Aristotile, qual sia quella che si convenga con questa, troviamo che può essere l'affabilità “la quale fa noi ben convivere cogli altri„, e può essere l'eutrapelia “la quale modera noi nelli sollazzi, facendoci quelli usare debitamente„. (Co. 4, 17) Ma, prima per il chiaro raffronto dell'espressione della Canzone, Sollazzo è che convene con esso Amore, e la frase citata, poi per una ragione che si vedrà, sembra piuttosto, la leggiadra canzone, tradurre in leggiadria nostrana l'eutrapelia aristotelica.

Della temperanza avrebbe discorso nel trattato settimo, ossia nella canzone terza dopo le tre proemiali, mentre nell'ordine aristotelico delle virtù ella è la seconda. Enea sarebbe stato il modello. “Quanto raffrenare fu quello, quando (Enea) avendo ricevuto da Dido tanto di piacere, quanto di sotto nel settimo Trattato si dirà; e usando con essa tanto di dilettazione, elli si partì; per seguire onesta e laudabile via e fruttuosa, come nel quarto dell'Eneida è scritto!„ (Co. 4, 26) La giustizia sarebbe stata l'argomento della penultima canzone. “Di questa virtù innanzi dirò più pienamente nel quattordecimo Trattato„. (Co. 1, 12) “Di Giustizia nel penultimo trattato di questo libro si tratterà„. (Co. 4, 27) Tale canzone sembra ci resti, e sarebbe quella che comincia Tre donne intorno al cor mi son venute, la quale per le difficoltà allegoriche ond'è avviluppata, è naturale che porgesse occasione a ragionare della forma allegorica. Poichè Dante dice anche: “Perchè questo nascondimento fosse trovato per li savii, nel penultimo Trattato si mostrerà„. In essa canzone, quella delle tre donne che è madre e ava delle altre due, si chiama Drittura; delle altre due non è detto il nome. E così, ritenendo che l'eutrapelia entri nella canzone Poscia ch'amor, non vi si legge però quel nome, nè si legge il nome di liberalità nella canzone, Doglia mi reca.

Ne deduciamo che tenendo il numero di undici, Dante nascondeva per altro, in suo modo faticoso e forte, la congruenza delle virtù sue con quelle dell'Etica. E così non ci meraviglieremo che anche in un'altra, la quale possiamo attribuire al Convivio, quella che comincia, Io sento sì d'amor la gran possanza, sia, per esempio, la virtù che è chiamata Amativa d'onore. Si tratta in essa d'un amore non dei soliti:

Ben è verace amor quel che m'ha preso
e ben mi stringe forte
quand'io farei quel ch'io dico per lui:
chè nullo amore è di cotanto peso,
quanto è quel che la morte
face piacer, per ben servir altrui.

Questo amore, per cui s'affronta la morte, nacque dal dì che vide prima quella donna gentile, e d'allora è servo e non si duole, e tutta la mercede che spera, è far bene, e non pensa a sè, amando, ma ad accrescere il bene e l'onore di lei. È un amore ben disinteressato!

Altri ch'Amor non mi potea far tale,
ch'io fossi degnamente
cosa di quella che non s'innamora,
ma stassi come donna, a cui non cale
dell'amorosa mente,
che senza lei non può passare un'ora.