Non ne vuol nulla, l'amatore; e quanto più la guarda, più la trova bella. E tra una verità che ha scoperta e un'altra che deve ancora scoprire, è uno stato di martiro e di dolcezza. Si parla della soave necessità della scienza, la quale di null'altro compensa l'amante, che d'onore. E in un verso Dante rivela il suo pensiero con due parole quasi messe a caso:

Amor di tanto onor m'ha fatto degno.

Viene in mente il passo centrale del Paradiso; il passo, cioè, del canto di mezzo, decimosettimo, che ha avanti sè e dopo sè un pari numero di canti: sedici. In quel passo Dante chiede alla cara pianta sua notizie e consigli intorno alla ventura o fortuna che a lui è per toccare, e di cui aveva già intese parole gravi e a cui egli già si sentiva tetragono. Invero delle due eterne rivali, la sapienza e la fortuna, la sapienza egli amava; sì che ella, in sembiante di Beatrice, poteva dir di lui: “L'amico mio e non della ventura„.[145] E Cacciaguida gli rivela le contingenze future: l'esilio, lo stento, l'avversione pur dei compagni, la fiera solitudine, e anche il benevolo accoglimento degli Scaligeri e la misteriosa aspettazione di Cane, e l'infuturarsi della vita di Dante via più là che la pena che i nemici di lui avranno della lor frode. (Par. 17, 37) E Dante mostra un po' di dubbio su quel che gli può accadere di male, per suoi carmi, che, liberamente espressi, possono privarlo d'ogni asilo, e di altra parte, egli dice: (ib. 118)

s'io al vero son timido amico
temo di perder vita tra coloro
che questo tempo chiameranno antico.

Allora il tritavolo lo conforta a far manifesta la sua visione, checchè debba accadergli: sia il suo grido come il vento, che più percuote le cime più alte; (ib. 135)

e ciò non fia d'onor poco argomento.

Prima ch'egli si ponesse al poema sacro, lo studio e l'imitazione di Virgilio, la cui Eneide era il poema allegorico per eccellenza, l'aveva fornito di quel bello stile che gli aveva fatto onore. La Comedia ch'egli per due cantiche aveva composta in compagnia e quasi a dettatura dell'autore della alta tragedia, doveva, a suo giudizio, fargli ben altro onore, come fa dire al suo progenitore martire! E onore cercava col Convivio, volendo egli fuggire ciò per cui “ciascuno profeta è meno onorato nella sua patria„, ossia le macchie che la presenza discopre. (Co. 1, 4) E nella canzone citata egli proclama che l'amor della sapienza gli fa piacer la morte; perchè? Perchè quella morte non è tale da far perder vita tra gli avveniri. E in altra canzone, che non si può dubitare fosse per appartenere all'amoroso Convivio, nella canzone Tre donne, ossia della giustizia, egli esclama, con parole degne del colloquio tra la fronda e la sua radice:

Ed io che ascolto nel parlar divino
consolarsi e dolersi
così alti dispersi,
l'esilio che m'è dato onor mi tegno;
e se giudizio, o forza di destino,
vuol pur che il mondo versi
i bianchi fiori in persi,
cader tra' buoni è pur di lode degno.

Questi argomenti meditava o già svolgeva Dante prima dell'anno infausto e in quell'anno medesimo e dopo. La canzone dell'Amativa d'onore porremmo volentieri in quel tempo, nel quale, come Dante fa dire a Cacciaguida, già si cercava l'esilio di lui. (Par. 17, 49)

Questo si vuole e questo già si cerca,