nella curia papale. La canzone della giustizia, è naturalmente, di Dante esule, che facendo tali opere di stile tragico non pensava certo d'esprimere duplicatamente i medesimi concetti nella Comedia.
E gli argomenti appartenevano, come egli stesso era poi per dichiarare, alla vita attiva. Infatti era per domandare: “Poichè la felicità della vita contemplativa è più eccellente che quella dell'attiva, e l'una e l'altra possa essere e sia frutto e fine di nobiltà, perchè non anzi si procedette per la via delle vertù intellettuali, che delle morali?„ (Co. 4, 17) Qual che sia a questo punto la sua risposta, noi crederemmo meglio che la ragione fosse nel fatto che egli andava per questa nuova via pratica, e voleva, come altrove dice, “gridare alla gente che per mal cammino andavano, acciocchè per diritto calle si dirizzassono„, voleva “per tostana via... medicina ordinare, acciocchè tostana fosse la sanitade, la quale corrotta, a così laida morte si correa„. (Co. 4, 1) E ciò, come, e precipuamente, per il falso concetto di nobiltà, che era intorno al trecento in Fiorenza il vero veleno della vita pubblica, così per gli altri errori. E voleva rivolgersi a tutte le età, dichiarando via via le virtù loro convenienti. (Co. 4, 23 sgg.) E in ciò è da riconoscere la ragione per cui la liberalità o larghezza è così fuor del posto che le assegnò Aristotile, e si trova all'ultimo; perchè ella è virtù propria della senetta, la quale per il contrario è afflitta dall'uno dei vizi collaterali: dal mal tenere; mentre il mal dare difficilmente in lei si ritrova. E così poco o punto se ne ragiona nella canzone: il che conferma che la canzone era destinata ai vecchi. E così dei vecchi ha da essere la giustizia, che è la penultima canzone.
E così possiamo ora dire che leggiadria è traduzione piuttosto d'eutrapelia, che d'affabilità, perchè, essendo ella virtù giovanile, meglio si conviene con le doti che Dante ascrive all'adolescenza (obbedienza, soavità, vergogna, adornezza corporale — Co. 4, 24) e alla giovinezza (temperanza, fortezza, amor dei maggiori e minori, cortesia, lealtà — ib. 26), nel mentre l'affabilità è detta virtù della senetta. E per conchiudere con un'ipotesi che può condurre altri a disegnare un assai razionale ordinamento del Convivio, io suppongo che sola Dante avesse fusa una virtù in un'altra: la magnanimità nella fortezza, dandone anzi alcunchè all'Amativa d'onore, poichè e questa e quella hanno molto di comune; essendo la magnanimità “moderatrice e acquistatrice de' grandi onori e fama„; essendo l'Amativa d'onore “moderatrice che ordina noi agli onori di questo mondo„. (Co. 4, 17) E ricordo, per l'altra parte: “questo sprone si chiama fortezza, ovvero magnanimità„. (ib. 26) Ridotte le virtù a dieci, numero perfetto, suppongo che Dante se avesse continuato l'amoroso Convivio, avrebbe trattato, prima che di queste dieci, della Prudenza, di cui parla così: “Bene si pone Prudenza, cioè Senno, per molti essere morale vertù; ma Aristotile dinumera quella intra le intellettuali, avvegnachè essa sia conducitrice delle morali vertù, e mostri la via per che elle si compongono...„ La canzone che avrebbe avuto a essere quarta di tutto il Convivio, prima di quelle di rettitudine, seguìta da dieci virtù morali che con essa lei avrebbero formato il classico numero di quelle dell'Etica, suppongo dunque che avrebbe trattato della Prudenza e addimostrato in che modo si compongono le virtù seguenti. E con la supposizione, metto avanti un mio sospetto: che interrompendo il Convivio, Dante all'ultimo trattato affidasse molte idee destinate da prima ai Trattati che dovevano seguire. Esso è infatti quasi il doppio, per estensione, del precedente, e più del doppio dei due primi. Probabilmente i tre trattati sulle tre canzoni, che aveva già composti nel 1309, quando morì re Carlo secondo, il quale è accennato come vivo, (Co. 4, 6) e prima ch'egli avesse sentore dell'elezione d'Arrigo di Lucimburgo, (ib. 4, 3) giudicò sufficiente al suo fine di mostrare il suo valore; e scrisse intorno al 1310, quando la sua giovinezza andava trapassando, secondo le sue teoriche, ed era, secondo la verità, trapassata, il proemio col quale l'opera si presentava assai organica e compiuta.
Nè certo in tutto questo tempo, dal trecento al trecento dieci pensava più alla mirabile visione. Il pane ch'egli imbandiva agli uomini non era il pane degli angeli: era qualche briciola caduta dalla mensa alla quale si era voluto sedere e ora non sedeva più. E sè non dimenticava, e per i miseri erranti alcuna cosa riservava. (Co. 1, 1)
[XVI.]
LEGNO SENZA VELA
Di questo nuovo decennio della sua vita, l'anno centesimo e il seguente distolsero certo il Poeta da ogni utile studio. Poi dal gennaio del trecentodue egli cominciò a errare per l'Italia, sulle prime, come è verosimile, ansioso per troppo corte speranze, poi afflitto dalla dolorosa povertà che lo faceva, secondo il suo sentimento, vile apparire agli occhi di quelli a cui nel suo peregrinare e quasi mendicare si presentava. Dopo qualche anno egli si diede a mettere insieme un libro, con l'intendimento professato di rialzar sè stesso in faccia a “quasi a tutti gl'Italici„, e accennato pietosamente di tornare, “con buona pace„ di Fiorenza, a “riposare l'animo stanco e terminare il tempo che gli era dato„ nel dolcissimo seno della sua patria. (Co. 1, 3) Egli parla di sè, come d'uomo che “per alcuna fama„ potesse essere da quelli a cui andava “per le parti quasi tutte, alle quali questa lingua si stende„, imaginato in altra forma, che quella d'un peregrino mendico. E questa alcuna fama era per certo procacciata, oltre che dagli uffizi esercitati nella sua patria, come priore e ambasciatore, e da ciò che, nei primi tempi dell'esilio, aveva operato con gli altri esuli e solo; anche e specialmente, come si scorge dall'accenno alla lingua, dalle sue rime. Di che abbiamo testimonianza nella divulgazione così rapida della sua canzone Donne che avete,[146] e del suo libello di Vita Nova, come scorgiamo dallo studio con cui ora egli ne parla. Egli scusa col fatto che “certi costumi sono idonei e laudabili a una etade, che sono sconci e biasimevoli ad altra„, il fervore e la passione di quell'operetta. (Co. 1, 1) Ed è notevole che non mette innanzi per la Vita Nova l'interpretazione allegorica, che le sarebbe stata ben più valevole scusa. Ma egli crede che infamia gli sarebbe venuta, se gl'italici avessero creduto a quella tanta passione che era nelle canzoni scritte dopo la Vita Nova, nè solo perchè composte in altra età che quella in cui tanta passione è scusabile, ma perchè contradicevano al grande e poetico amore per l'angiola. È manifesto che la fama sua e il consenso degli animi egli vedeva causati da quelle rime così ardenti e pure; e che credeva, se non vedeva, che le altre rime d'amore che aveva composte o veniva componendo, non si lasciassero ammirare ed amare, perchè trovavano i cuori preoccupati dall'imagine e quasi dall'amore di quell'angiola giovanissima. Così succede: succede che e la prima e più fresca e ingenua opera d'un autore sia guardata con gelosa cura dall'animo del lettore; e la figura ideale, che da essa vien fuori, sia amata dal lettore come fu amata dall'autore; così che quello non consente così facilmente a questo di fare ingiuria all'amore che ormai è di tutti e due. E così Dante non intende alla Vita Nova “in parte alcuna derogare, ma maggiormente giovare per questa quella„. Invero togliendo alla giovane salutatrice ogni veste simbolica, fa a grado dei lettori che in quelle soavi e ardenti espressioni sentivano un amor vero, e non fa torto a sè, perchè a quell'età era laudabile anche il fervore e la passione; e lasciando (se non forse, ad alcuna, anche mettendo) codesta loro veste alle canzoni venute dopo, toglie ogni infamia a sè, che, già perfetto e maturo, si perdesse in fantasie amorose, e riesce caro ai lettori, cui l'infedeltà a Beatrice non era cara. E perciò vuol cancellare anche l'episodio della donna pietosa, dichiarandola, contro ogni verità, un simbolo di sapienza e di filosofia anche nel libello.
La sua fama di poeta e di scrittore non su altro si fondava allora che sulle rime della Vita Nova e su alcune altre che parevano contradire a quelle e forse contradicevano.
Non su altro; che egli non avrebbe lasciato di accennare a quant'altro avesse fatto o fosse per fare, come ricorda la Vita Nova e promette il libro di eloquenza. (Co. 1, 5) Specialmente se aveva già compiuta alcuna parte della Comedia, ne avrebbe parlato. Che dico? S'egli la avesse avuta solo ancora in mente, solo per allora come ombra, non avrebbe per certissimo trasposta nella Donna Gentile tutta l'essenza simbolica di Beatrice, se doveva poi nella Comedia rimettere, se già rimetteva anzi, la donna gentile tra le imagini false di bene, e faceva di Beatrice una Donna del cielo strettamente congiunta, mediante Lucia, a quell'altra più alta Donna del cielo. La quale doveva chiamare pur Donna Gentile, che riusciva così quella stessa del Convivio e tutt'altro che quella della Vita Nova. Nè si dica che il Poeta affermando, nel Trattato, che della “viva Beatrice beata„ non intende più parlare “in questo libro„ cioè nel Convivio, prometta in tal guisa un altro libro, nel quale sia per parlarne. A ogni modo, questo non sarebbe la Comedia, nella quale è, sì, Beatrice viva della sua vita immortale, ma tale che manda e si mostra a Dante vivo, sebben morto di morte mistica; mentre in quel capitolo del Convivio esso Poeta non si aspetta di riveder Beatrice, se non passando veramente ad altra vita migliore. (Co. 2, 9) Nello scrivere il Convivio, è mosso da timore d'infamia; d'infamia “di tanta passione avere seguita„. Come, scrivendo ciò, poteva avere in mente la Comedia in cui confessasse di aver seguita veramente quella tanta passione? Come poteva pensare alla Comedia, in cui “quella tanta passione„ si riducesse a un inganno dell'animo? E a scrivere il Convivio, era anche mosso dal desiderio di dottrina dare. Come poteva egli aver cominciata o non avere già rifiutata quella Comedia, in cui era per mettere tanta dottrina? E pietosamente e rimessamente parla del suo bando: “Poichè fu piacere de' cittadini della bellissima e famosissima figlia di Roma, Fiorenza, di gettarmi fuori del suo dolcissimo seno (nel quale nato e nudrito fui fino al colmo della mia vita, e nel quale, con buona pace di quella, desidero con tutto il cuore di riposare l'animo stanco e terminare il tempo che m'è dato), per le parti quasi tutte, alle quali questa lingua si stende, peregrino, quasi mendicando, sono andato...„. (Co. 1, 3) Tra le canzoni ch'egli è per imbandire col pane orzato del suo comento, è, come ho detto, forse quella che dice:
l'esilio che m'è dato onor mi tegno.
Comunque il pane avesse menomato l'agro sapore della vivanda, noi vediamo che Dante, che desidera ardentemente il ritorno, non l'avrebbe implorato con viltà. Avrebbe adoperato come nella Comedia, la quale, piena di aspre contumelie alla patria e ai cittadini, contiene pure, molto in là, quasi come conchiusione personale, la speranza che il poema sacro vinca la crudeltà dei suoi banditori. (Par. 25, 1) Il medesimo fine, diremo, pratico, perseguì Dante coi medesimi mezzi, in vita sua, e con la medesima libertà di sentire e parlare. Ora può essere che avesse a mano i due mezzi nel tempo stesso? che mentre preparava il Convivio, e che doveva essere di XV trattati, un'enciclopedia, a dirittura, di vita attiva, avesse in mente anche la Comedia, altra enciclopedia e di vita attiva e di contemplativa, poema immenso, senza dubbio, ma che poteva esser dato fuori per particole? Non avrebbe messe tutte le fatiche in compiere una cantica, almeno, di questa? Non avrebbe dato il suo tempo tutto alla Visione, che per avere Beatrice a capo, sarebbe stata più a grado dei lettori di quella Vita Nova, a cui derogare non voleva? E come, avendo assunta una così fatta impresa, da non pigliarsi a gabbo, di descriver fondo a tutto l'universo, poteva pensare a tale altra enciclopedia, la cui prosa, così nuova, non doveva costare meno tempo e fatica che le sottili e aspre e artificiosissime rime? E tutto questo è avvalorato dal sospetto che al Convivio, il quale doveva constare di quindici trattati, il Poeta desse una certa fine, sia pur provvisoria, facendo così ampio e comprensivo l'ultimo trattato. Il che possiamo indurre facesse per il suo intento di tornare in patria. Ora questo medesimo intento poteva figurarsi d'avere a ottener meglio pubblicando la prima cantica del poema; se l'aveva già cominciato, se l'aveva ancora in mente, se non ne aveva ancora deposta l'idea.