Dante non pensava alla mirabile Visione da tanti anni veduta, non pensava alla divina Comedia, che di lì a poco doveva intraprendere, non ci pensava più, non ci pensava ancora, quando apparecchiava “il generale convito„ di ciò che sino ad allora aveva mostrato. (Co. 1, 1) E così non ci pensava, poi e ancora, quando, scrivendo il Convivio, disegnava e in parte faceva l'altro libro di volgare eloquenza. (Co. 1, 5) Invero non è possibile, che, avendo in mente il poema sacro, ed è inconcepibile, che, avendolo già cominciato e condotto avanti, egli esponesse le teoriche sulla lingua e sugli stili e sui generi letterari, che espose nel libro dell'eloquenza. Nessuna industria di critico ci può convincere che il concetto, il quale Dante aveva dello stile comico, quando scriveva il libro di eloquenza, sia lo stesso che aveva, quando componeva la sua Comedia.

Dalla comedia, in quello, escludeva il volgare illustre, e diceva non esserle adatto se non ora il mediocre ora l'umile. Ma il poema sacro doveva avere un paradiso, oltre i due primi regni; e non sarebbero sembrati summa quelli argomenti e da cantare summe? E diciamo il paradiso, e potremmo dire il purgatorio, dove sono le disquisizioni sul libero arbitrio e sull'amore, per non parlar d'altro; e potremmo dire l'inferno, dove è la lezione di Virgilio sui peccati e le pene: argomenti che il cantor della rettitudine avrebbe detto di “salute„ e da “tragedia„.

Nel Poema era a Dante guida Virgilio sin dal primo canto della prima cantica; e l'ingegno dell'uno sin d'allora era seguace delle parole dell'altro: non si può significar meglio, per certo, quel proximius imitari. (VE. 2, 4) Or bene non sentiva già egli, se aveva già cominciato, che se c'erano nel poema delle cose da cantare comice ed elegiace, ce n'erano e ce ne sarebbero state da cantare tragice? E in volgare altissimo? Come non prevedeva egli che la sua Visione sarebbe stato un genere da racchiudere e i tre volgari e i tre stili? che avrebbe avuto luogo, in esso, e Salus e Amor e Virtus, soggetti degni, come diceva nel libro d'eloquenza, soltanto di canzone? Tanto più che il poema doveva essere o era contesto, in tutto e per tutto, del superbissimum carmen, cioè dell'endecasillabo, che dà, col suo prevalere, gravità alla canzone; la quale quando comincia con un eptasillabo, fa sentire una cotal ombra d'elegia. (VE. 2, 12; 5) E avrebbe affermato che le canzoni son quelle che magis honoris afferunt? (VE. 2, 1) E avrebbe detto che sole le canzoni comprendono tutta l'arte? e non ciò che meditava o preparava o componeva, a cui doveva valere lungo studio e grande amore, e in cui descriveva fondo a tutto l'universo? E avrebbe relegata la trattazione di tal genere poetico al libro quarto, in cui oltre quel delle ballate e dei sonetti, avrebbe compreso, come un serventese qualunque, la comedia, tra alios illegiptimos et irregulares modos? Insomma, e scritta e scrivendo la Comedia, Dante sapeva quel che faceva e avea fatto. E il trattato d'eloquenza o fu composto prima d'intraprendere il poema, perchè il Poeta non sapeva allora quel ch'egli avrebbe fatto; o fu composto, dopo compiuto il poema; e allora egli avrebbe dichiarato di non aver fatto nulla di buono. Il che non sta.

Nel poema egli dice comedia il suo, e tragedia quello del suo duca. Certo in tali appellativi vi è alcun ricordo di ciò che assevera e insegna nel Trattato d'eloquenza; ma si intuisce che la ragion precipua non è quivi, come non è nella lettera a Can della Scala: perchè abbia lieto fine e perchè sia scritto in lingua che anche le femminette parlano: è nel confronto e nella proporzione tra il poema volgare e il poema latino, la ragion precipua. Come egli non chiama tragedie le sue canzoni (io sì, per brevità) sebbene scritte in istile tragico, così, solo per essere in lingua e stile comico, mettendo che il tutto sia in tale stile e lingua, non avrebbe chiamata comedia la Comedia. Comedia dice Dante la sua Eneide (Eneide, per le due prime cantiche; nell'altra, ascende e trascende), per modestia; perchè simile e pur tanto, a suo dire, inferiore all'altra Eneide, che è tragedia: tragedia, per eccellenza. Or questo concetto non è nel libro d'eloquenza; perchè in esso della possibilità d'un poema volgare non è nemmeno il sospetto. Infine, il trattatista dell'eloquenza è pieno del suo disegno di filosofare per canzoni e di filosofare prosaicando, in volgare. Le due opere, dell'eloquenza e del Convivio, erano tirate avanti insieme, a rinforzo l'una dell'altra, col fine, anche, di far vedere che il prosatore volgare del Convivio poteva anche proseggiare in latino; tanto insieme condotte, che tutte e due si fermarono a un certo punto, arrestate dalla medesima cagione. Non c'era più bisogno del trattato d'eloquenza volgare, quando non si aveva più intenzione di scrivere in prosa volgare un comento filosofico a canzoni.

Il Trattato d'eloquenza è accennato nel Trattato di filosofia. (Co. 1, 5) Questo, per il cenno che ha della morte di Gherardo da Cammino, (4, 14) morto il 26 marzo del 1306, e per il cenno, come di vivente, di Carlo II (ib. 6) che morì il 5 maggio del 1309, si pone tra questi due anni, tra il 1306 e il 1309, il che s'accorda con la rimessione e stanchezza di Dante nel ricordare il suo esilio che doveva esser già lungo. E il trattato d'eloquenza dovè dunque essere cominciato dopo il trecento e nove; ma il ricordo che v'è di Giovanni da Monferrato come vivente, (1, 12) mentre morì nel gennaio del 1305, induce a credere che ne fosse stata scritta, già da allora, alcuna parte.

Nel 1309, dunque, Dante che aveva rinunziato sin dal 1295 a profittare degli studi suoi per dire degnamente di quella gentilissima e descrivere quella mirabile visione, speculava bensì, nel suo triste esilio, ma per dare soltanto ammonimenti di vita attiva. In quell'anno, o meglio nel seguente, stabilì, forse, di dar fuori intanto il comento alle tre canzoni (il numero tre ha il suo valore) come saggio e promessa di tutta l'opera, col fine d'impetrare il ritorno; e così scrisse allora il proemio. Doveva ancora fare undici Trattati in prosa, in cui parlare delle undici virtù morali, diversamente composte e denominate e intese, ma in quel numero che Aristotile aveva fissato. Per esempio, è possibile che facendo una virtù sola della fortezza e magnanimità, includesse nel novero e facesse anzi prima del canone, la virtù intellettuale di prudenza. Doveva anche compire il suo libro d'eloquenza volgare, aggiungendo almeno due trattati e finendo il secondo. Beatrice, l'avrebbe riveduta nell'altra vita, quando a Dio fosse piaciuto chiamar di là anche lui. Che il transito avvenisse “nella bellissima e famosissima figlia di Roma, Fiorenza„ era suo desiderio e già speranza.

I due trattati, dei quali l'uno aiutava l'altro, forse avrebbero fatto sì che il legno senza vela e governo “portato a diversi porti e foci e lidi dal vento secco che vapora la dolorosa povertà„ finalmente giungesse al dolcissimo seno della patria.

Anche se sapeva dell'elezion d'Arrigo, poteva sperare in una sua discesa? Tale speranza non s'era avverata nel predecessore. E poi, anche sapendo che sarebbe disceso, Dante il suo ritorno non l'avrebbe aspettato dall'armi dell'impero, bensì dal consenso di tutti tra un grande intenerimento di pace e amore.

[XVII.]
IL RE PACIFICO

Nell'anno 1308, il 27 di novembre, era eletto imperatore Arrigo conte di Lucimburgo.