Dante nel Convivio intanto trattava anche dell'imperiale maestà. Egli diceva che l'imperio era necessario alla vita felice; poichè la felicità non può essere che nella pace, e la pace, via via nella casa, nella vicinanza, nella città, tra le città, tra i regni, non può essere procacciata che da un principe dell'intero mondo; che tenga contenti i regni, quiete le città, amiche le vicinanze, sodisfatte le case, e così felice l'uomo. Nè altri può essere questo principe, che lo imperatore di Roma, la cui elezione procede da Dio; chè il popolo santo latino, nel quale era misto il sangue troiano, fu a ciò più disposto, come dice Virgilio: “A costoro (cioè alli Romani) nè termine di cose, nè di tempo pongo: a loro ho dato imperio senza fine„. (Co. 4, 4) E l'imperio ebbe da Dio spezial nascimento, e da Dio spezial processo. Invero il Figlio di Dio scese in terra, a ristabilire la concordia tra l'uomo e Dio quando la terra era in ottima disposizione a riceverlo, quando cioè era tutta a un Principe soggetta. Così David, onde doveva nascere Maria, era al tempo in cui Enea veniva da Troia in Italia. Tutta poi la storia Romana ci attesta che le braccia di Dio erano presenti. (Co. 4, 4 e 5)
Questa teorica imperiale non è necessario supporre che fosse pensata e scritta all'annunzio dell'elezione d'Arrigo. Già sotto il ponteficato di Benedetto parve che le idee dei Ghibellini e dei Guelfi potessero accordarsi; e Dante potè sperare il suo rimpatrio dall'opera d'un paciaro che era cardinale di Santa Chiesa e pur ghibellino d'origine.[147] Il rimpatrio, che così ardentemente bramava e così sommessamente chiedeva, a capo del Trattato primo, come egli non avrebbe voluto a patto d'alcuna viltà, così doveva credere possibile anche con siffatte teoriche imperiali. Però, certe parole del Trattato quarto possono metterci in sospetto, che Dante già sapesse dell'elezion d'Arrigo o del suo proposito di scendere in Italia. Son queste: “Oh! istoltissime e vilissime bestiuole che a guisa d'uomini pascete, che presumete contro a nostra fede parlare; e volete sapere, filando e zappando, ciò che Iddio con tanta prudenzia ha ordinato! Maledetto siate voi e la vostra presunzione, e chi a voi crede!„ (Co. 4, 5) Ma no. Leggiamo quest'altre parole dello stesso Trattato: “..... quasi dire si può dello Imperadore, volendo il suo ufficio figurare con una immagine, che elli sia il cavalcatore della umana volontà, lo qual cavallo come vada sanza il cavalcatore per lo campo assai è manifesto, e spezialmente nella misera Italia che sanza mezzo alcuno alla sua governazione è rimasa„. (ib. 9) Quest'imagine e queste parole, confrontandole a quelle notissime con cui nel purgatorio Dante rimprovera ad Alberto tedesco di non inforcare gli arcioni d'Italia, sembrano un residuo delle imaginazioni e dei parlari fatti al tempo in cui d'Alberto sperava e disperava; al tempo precedente il maggio del 1308, nel quale Alberto morì.
Del resto sì fatte teoriche imperiali non toccavano il punto in cui era dissidio tra chiesa e impero, tra guelfi e ghibellini; punto che il Poeta tratterà nel terzo di Monarchia; e anche in quella limitata esposizione, Dante sembra piuttosto un guelfo che risponda a chi l'abbia accusato di misconoscere l'autorità imperiale, che un ghibellino che si faccia vanto di riconoscerla. Anche l'invettiva contro le bestiole può sembrare rivolta più che a guelfi contumaci, a ghibellini scìoli che cercassero, in loro grossi discorsi, filando e zappando, altro fondamento al diritto d'imperio, che quel della fede. Quando scriveva questo Trattato, Dante s'era già fatto parte per sè stesso; la qual condizion d'animo se gli aveva suggerito di lasciar la compagnia malvagia e scempia de' Guelfi Bianchi, gli aveva permesso di cercar rifugio presso gli Scaligeri Ghibellini, e di lasciarli poi mal soddisfatto di loro nobiltà non verace; e di essere ospite d'un altro Ghibellino, Franceschino Malaspina, e d'essere amico, forse, anche a Guelfi congiunti di costui, e di esser portato da quel “vento secco„ a porti e foci e lidi che possono essere anche città guelfe come Lucca e Bologna. Chè certo essi porti e foci e lidi non si possono ridurre a due soli, cioè a Verona e a Mulazzo, sebbene questi due asili siano i soli accertati, perchè hanno ambedue, la esplicita testimonianza del Poeta nella Comedia; (Par. 17, 70; Pur. 8, 13) e il secondo anche un documento storico inoppugnabile.[148] Dovendo errare per tanti luoghi, quanti egli accenna, in tempi, in cui erano partite non solo le città, ma le famiglie (in Lunigiana egli ne faceva esperienza) la necessità stessa, se anche non era la sublimità equanime del pensiero, gli ingiungeva di elevarsi sulle parti e di non presentarsi se non come un dotto e un poeta immeritamente esule dalla dolce patria.
Comunque ciò sia, noi dobbiamo credere che il Convivio egli lo interrompesse, soprapreso da una grande improvvisa speranza. Arrigo s'apparecchiava a venire in Italia, e nell'ottobre del 1310 passava le Alpi. Già prima della discesa, Dante, secondo la testimonianza di Leonardo Aretino, aveva scritto lettere “non solamente a' particulari cittadini del reggimento, ma ancora al popolo„, chiedendo il ritorno. Quest'ultima cominciava con le parole, Popule mee, quid feci tibi; ed era dunque del tono con cui a principio del Convivio mostra la pia brama del patrio dolcissimo seno. Quando la discesa era imminente, scrisse “a tutti e singoli i re d'Italia e senatori dell'alma città, a' duchi, marchesi e conti, ed a' popoli„.[149] L'umile italo Dantes Alagerii fiorentino ed esule innocente, pregava pace a costoro; e indicava i segni precursori di questa pace: un'alba con la brezza mattutina. “Noi vedremo la gioia aspettata, noi che pernottammo a lungo nel deserto; chè è per sorgere il Titano pacifico, e la giustizia, che languiva come fior d'eliotropio senza sole, rinverdirà, appena quegli avrà lanciato il primo raggio„. L'imperadore verrà alle nozze con l'Italia che libererà dal carcere degli empi, e questi distruggerà, e affiderà la vigna ad altri vignaioli che rendano nella vendemmia frutto di giustizia. E sarà clemente, e concederà misericordia a chi la invocherà; nel punire sarà di qua del mezzo, nel premiare, di là. Non per questo e' non vorrà vincere: egli è Augusto e vorrà la sua fatale Tessaglia per distruggere del tutto i suoi nemici. O Lombardi, figli della Scandia, preparatevi ad accogliere “l'aquila sublime che vien giù come folgore„. “Non vi seduca la lusinghiera cupidità che a mo' delle Sirene, con non so qual dolcezza, mortifica la vigilia della ragione.„ E voi, oppressi, riprendete cuore: germinate il verde che frutta la vera pace, e perdonate; a ciò che l'Ettoreo pastore vi riconosca per pecorelle del suo ovile. Egli “quantunque da Dio abbia il potere di castigare temporalmente, tuttavia, perchè sappia odore della bontà di Lui, da cui come da un punto si biforca la podestà di Pietro e di Cesare, volentieri bensì corregge la sua famiglia, ma più volentieri ne ha pietà. Se dunque culpa vetus non pone ostacolo, la quale spesse volte come serpente si torce e si volge contro sè, gli uni e gli altri (Guelfi e Ghibellini) potete riconoscere che a ognuno è preparata la pace...„ la pace che solo l'imperio può dare, come si dimostra col fatto che Gesù non si mostrò, se non quando Augusto ebbe stabilita la pace. E Gesù poi stabilì la netta divisione dei poteri, Sibi et Caesari universa distribuens. E lo confermò anche legato, che affermò provenir di lassù l'autorità cui Pilato vantava come vicario di Cesare. E il successore di Pietro, Clemente, ci ammonisce d'onorare il successore di Cesare. Dove non basta il raggio spirituale, ci deve illuminare lo splendore del minor luminare.
Questa lettera interpreta divinamente il pensiero e il consiglio di quel buon principe che veniva per conciliar le parti irreconciliabili e non voleva sentir parlare di Guelfi e Ghibellini.[150] E noi nel linguaggio latino, nell'indirizzo a re e principi, nelle reminiscenze bibliche, ci ritroviamo avanti l'adolescente di venti anni prima, che si volgeva ai principi della terra, lamentando la sparizione della sapienza, e ricordando, forse, di amar la giustizia.
Ma il sogno di concordia svanisce presto. I Fiorentini chiudono la città di mura e di steccati, e l'apparecchiano a resistere all'imperatore. E allora Dante scrive scelestissimis Florentinis intrinsecis. Egli minaccia loro la vendetta celeste, perchè, “allettati dalla funesta fame (ingluvies) della cupidità„, si diniegano a ciò che è la provvidenza, a ciò che è la pace e il diritto. Come c'è un sole unico, ossia una autorità spirituale, così c'è un'unica luna (e voi ne volete fare un'altra), l'autorità civile. “O acciecati da strana cupidità, che vi gioveranno lo steccato e i baluardi e le torri, quando volerà verso voi l'aquila d'oro terribile?„ Voi siete ciechi e non vedete “la cupidità tiranna che con velenoso sussurro vi lusinga, con vane minaccie vi astringe, vi fa schiavi nella legge del peccato, vi vieta di ubbidire alle sacre leggi che della naturale giustizia imitano l'imagine; la cui osservanza, se è lieta se è libera, non solo si prova non essere servitù, ma, chi ben guardi, apparisce, qual essa è, il sommo della libertà. Che infatti altro è libertà se non il libero corso della volontà all'azione, corso che le leggi appianano ai loro seguaci? Sicchè soli essendo liberi quelli che volontariamente obbediscono alla legge, quali crederete esser voi, che mentre vi coprite con l'amor di libertà, cospirate, offendendo tutte le leggi, contro il principe di esse?„ E continua paragonando il “baiulo dell'imperio romano„ al Cristo “che patì le nostre infermità e portò i nostri dolori„.
Scriveva a' 31 di marzo, nei confini di Toscana, sotto il fonte dell'Arno (ch'egli chiama Sarno male interpretando Virgilio), l'anno primo del faustissimo passaggio di Arrigo Cesare in Italia. In verità ad Arrigo non era valso di parlare “in nomine Regis pacifici„, cioè di Gesù, che, come aveva scritto il buon papa Benedetto, “per la pace del mondo venne fra noi e pace lasciò a noi„;[151] non era valso di non voler udir ricordare parte guelfa o ghibellina; non era valso che la sua volontà fosse giustissima “perchè ciascuno amava, ciascuno onorava, come suoi uomini„.[152] Egli vedeva imperversare le vecchie discordie sotto i suoi occhi, si vedeva chiuder le porte della città, si doveva indugiare ad assediare Brescia e a districarsi dai sempre rinascenti viluppi di Lombardia. E Dante, dal fonte dell'Arno, aspettava con impazienza. E ad Arrigo, ponendo pochi giorni in mezzo, scrisse di là un'epistola in cui ricorda d'averlo veduto (nei primi del 1311 a Milano) tutto benigno, e averlo udito tutto clemente, e d'aver toccati con le sue mani i suoi piedi, e d'aver con le labbra pagato il suo debito.[153] Nell'epistola egli dice, per sè e per altri, di temere che il sole, che era sorto annunziando miglior secolo all'Italia, si sia fermo o torni addietro. Maraviglia è in tutti per questo tardo indugio. L'Italia e l'impero non hanno così piccoli confini, come egli mostrò di credere fermandosi prima in Lombardia e poi in Liguria! Che fa egli a Milano? L'idra non si uccide per tagliar di capi. Bisogna svellere al pestilente animale il principio della vita, come fece il magnanimo Ercole. Che Cremona, che Brescia, Pavia, Vercelli, Bergamo! La volpe (vulpecula) della puzza non è sul Po nè sul Tevere; è sull'Arno, e si chiama Fiorenza. Questa è la vipera volta contro le viscere della madre; questa è la pecora inferma che infetta col suo contagio tutto il gregge del signor suo; questa è Mirra scellerata ed empia che brama l'amplesso di Cinira suo padre; questa è quella intollerante Amata che volle il genero non concesso dai fati, e attizzò la guerra, e infine s'appese a un laccio. Ella vuol lacerare sua madre, ella alza le corna contro Roma, ella esala fumi di putredine. Ella vuol farti nemico il Pontefice. Resiste all'ordine di Dio, riconosce un re non suo. Su, rompi gl'indugi, o prole d'Isai, abbatti Golia con la fionda della tua sapienza, con la pietra della tua fortezza. Fuggiranno i Filistei, e l'eredità nostra ci sarà restituita. Noi gemiamo nell'esilio...
L'epistola è del 18 aprile del 1311. In essa colui che segnava in nomine regis pacifici, è anche meglio che nella precedente assomigliato al Cristo: “Allora esultò in te lo spirito mio, e tacito dissi tra me: Ecce agnus dei, ecce qui abstulit peccata mundi„.
E l'agnello di Dio veniva per mare a Pisa poco men d'un anno (quanto lungo aspettare per l'esule!) dopo quell'epistola. Ivi dimorava dal 6 marzo al 23 aprile del 1312, e ivi forse Dante lo rivedeva. Egli già, dal 24 settembre dell'anno prima, era stato ricondannato, per non vero guelfo, nella riforma di Baldo d'Aguglione; e non aveva più speranza di tornare in patria che con l'armi imperiali. Le quali invano assediarono la città dal 19 settembre del 1312 a tutt'ottobre. La notte d'Ognissanti l'imperatore levava il campo e si trasferiva a S. Casciano e a Poggibonsi e a Pisa. Il 24 agosto del 1313 l'imperatore moriva. L'“alto Arrigo„ come lo chiamò Dante, il “fierissimo tiranno Arrigo, conte che fu di Lucimburgo„, come lo chiamava la signoria di Firenze, finiva a Buonconvento la vita sua e portava con sè le speranze, se pur sino all'ultimo erano durate, dell'esule Poeta.
In questo tempo dell'aspettazione e poi della venuta dello sperato pacificatore, è da mettere, a parer mio, il trattato de Monarchia. Al che non si oppone direttamente se non il fatto che si trova citato il paradiso della Comedia, canto quinto. Questo è il passo: “Hoc viso, iterum manifestum esse potest, quod haec libertas, sive principium hoc totius nostrae libertatis, est maximum donum humanae naturae a Deo collatum„, alle quali parole, alcuni codici, secondo lo Scartazzini, tutti, secondo lo Scheffer Boichorst,[154] fanno seguire quest'altre: Sicut in paradiso comediae iam dixi. Per ora notiamo che non si deve intendere che Dante pubblicasse, al tempo del cursus di Arrigo, bensì componesse, il Trattato. Quale è la notizia del Boccaccio: “Similmente questo egregio autore nella venuta di Arrigo VII imperadore fece un libro in latina prosa, il cui titolo è Monarchia, il quale, secondo tre quistioni le quali in esso determina, in tre libri divise„. Pubblicato non fu forse mai in suo vivente. Invero, quando gli argomenti, che in quel libro erano, furono usati in favore di Lodovico duca di Baviera, il Cardinal del Poggetto lo dannò, e proibì che non lo dovesse studiare alcuno. Se fosse stato pubblicato al tempo della venuta di Arrigo, qualche segno di riprovazione si sarebbe veduto da Fiorenza, e da altra autorità o città. Nè ci par probabile che Dante così tranquillamente potesse cercare ospitalità presso il Polentano guelfo, se avesse così fieramente messo il campo a rumore con tal libro ghibellinesco.