Quando il Poeta figurava la sua lupa che impedisce e uccide, aveva presenti anche altre note di essa lupa. La lupa non uccide soltanto, ma anche seduce.

Molti son gli animali a cui s'ammoglia
e più saranno ancora...
(Inf. 1, 100)

Ella è la cupidità che massimamente contrasta alla giustizia e che, spregiata la società umana, cerca aliena, (M. 1, 13) ma è nel tempo stesso “l'invidia (livor) dall'antico implacabile nemico che sempre e di nascosto insidia la prosperità umana„; (Ep. 7, 1) è tale che “blandisce con velenoso sussurro„ mentre anche “con vane minaccie impedisce„ (Ep. 6, 5); è tale che “suole attirare„ (illexit) al male (ib. 2); è tale che seduce e inganna “a mo' delle Sirene, con non so qual dolcezza addormentando la vigile ragione„; (Ep. 5, 4) è, quando Dante la incarna nella sua Fiorenza, una “vulpecula„, una “vipera volta contro le viscere della madre„, e pure è una Mirra atrocemente sensuale. (Ep. 7, 3) La lupa che viene innanzi a poco a poco è insidiatrice, la lupa che s'ammoglia a molti è seduttrice.[160] Così Dante sin dall'atrio del poema preparava l'altra figurazione della fuia con cui delinque il gigante, e che deve essere ancisa con lui da un DVX. (Purg. 33, 43) Questo duce messo di Dio che anciderà la fuia, e che è tutt'uno col Veltro che ricaccerà nell'inferno la bestia, può Dante averlo sognato mai nel confermato da Bonifazio, quando si pensa che nella lupa e fuia è adombrata tanta avarizia ecclesiastica, tanta cupidità guelfa? Non sembra verosimile.

E poi sappiamo ciò che Dante s'aspettava da Alberto tedesco. Le parole del poema riflettono certo i suoi pensieri degli anni che corsero dall'elezione o dalla conferma alla morte di Alberto. Questi doveva recar pace, mettendosi sulla sella della fiera indomita e selvaggia; doveva venire ad aiutare i suoi fedeli e a consolar Roma vedova e sola, da poi che non aveva più nè papa nè Cesare. (Pur. 6, 82) Ciò che allora faceva chiedere a Dante la discesa dell'imperatore, era il guerreggiar tra loro di tutti, e il pullular di tiranni per tutto — fuor che in Fiorenza (aggiunge ironicamente) che ha i suoi ordini di giustizia, e li muta e rimuta. Or bene la lupa è bestia, senza pace, e chi la rimetterà nell'inferno, darà pace al mondo; la lupa si ammoglia a molti animali, e chi torrà lei, torrà anche questi che certo somigliano ai faziosi e tiranni, contro cui doveva venire Alberto; sì; tuttavia io sento che se Dante avesse scritto quel primo canto mentre le condizioni d'Italia vedeva quali descrive nella digressione che non tocca Fiorenza, non avrebbe figurato il cammino della vita attiva come una “piaggia diserta„, (Inf. 1, 29; 2, 62) quanto a dire un mondo “tutto deserto d'ogni virtude„, (Pur. 16, 58) poichè a quei tempi il giardin dell'imperio era sì “diserto„, ma c'erano ancora a dar buona speranza di sè, se fossero stati aiutati da chi doveva, tanti “gentili„. (Pur. 6, 110) Ma questi non son più che indizi contrarii. Pensiamo a queste altre ragioni. È verosimile che Dante cominciasse il suo poema e poi l'interrompesse par fare il Convivio? Il fine del Convivio è duplice: dare i precetti di vita attiva e unire tal somma di dottrina da ottenere per essa il ritorno nella dolce patria. E della Comedia è pur duplice il fine: il primo, per usare le parole della epistola o Can Grande,[161] non est gratia speculativi negotii, sed gratia operis; il che s'accorda con ciò che il Poeta fa dire a Cacciaguida, che la “visione„ lascerà “vital nutrimento„; (Par. 17, 131) il secondo è espresso con quelle sublimi parole: (Par. 25, 1)

Se mai continga che il poema sacro,
al quale ha posto mano e cielo e terra,
sì che m'ha fatto per più anni macro,

vinca la crudeltà, che fuor mi serra
del bello ovil...

Vogliamo, anzi possiamo noi, credere che in un momento della sua vita Dante dopo aver cominciato questo poema sacro, e questa visione di vital nutrimento, ne levasse la mano sfiduciato, e perseguisse i medesimi fini col comento, spesso artifizioso, di sue canzoni, non sempre e in tutto belle? E così bisogna credere, se si afferma che il poema fu cominciato nell'aspettazione delle mosse (dubbie al certo sin da quando si volgeva, per cupidigia di costà, contro la Boemia — Par. 19, 115) di Alberto. E bisogna credere che l'interruzione sarebbe stata, nella mente del Poeta, un abbandono e non una dilazione; che, avendo fermato sin dal principio del poema la natura simbolica e ultraumana di Beatrice, (Inf. 2, 124) nel Convivio, la ritornava all'esser suo di donna amata quaggiù, e dava a un'altra il suo sacro uffizio di sapienza. E poi il Convivio e il libro d'eloquenza quando sarebbero stati avviati? da che sarebbero stati interrotti, se non furono interrotti dalla Comedia? Dalla morte, si risponde. A parte tante altre ragioni, gli amici e scolari che scrissero versi per il suo sepolcro, avrebbero accennato a queste opere che non potè finire, se uno di essi annunzia che la morte gl'interruppe un'opera bucolica,[162] che egli supponeva avesse intrapresa; se gli altri, l'uno ricorda solo la Monarchia e il poema, l'altro con le parole

conditor eloquii lumenque decusque latini

sembra alludere al poema soltanto, come a me par di ritrarre dal verso che segue,

vulnere saevae necis stratus ad sidera tendens,