che vuol dire: abbattuto dalla morte mentre si alzava alle stelle, cioè mentre scriveva il Paradiso.[163] A ogni modo il poeta di quest'ultimo epitafio, che è Minghin da Mezzano, non accenna ad altra interruzione che, se mai, a quella della Comedia.[164] E del Convivio (limitandoci a questo) non è punto menzione in sì fatti epigrammi, nè nelle ecloghe, sì di Dante, sì di Giovanni del Virgilio. Il Convivio non lo finì, non perchè non potesse, ma perchè non volle.
Forse Dante cominciò la Comedia subito, dopo l'interruzione del Convivio, appena egli seppe della discesa d'Arrigo? No. Nella Comedia si canta la rinunzia alla vita civile, resa impossibile dalla mancanza o assenza dell'imperatore; e questa rinunzia e questa impossibilità è dichiarata nel primo canto angolare del poema. Non poteva dunque Dante dichiarare e l'una e l'altra, quando s'attendeva l'imperatore, che avrebbe sgombrata a lui e agli altri la via. A voler credere che il poema fosse iniziato nell'aspettazione o d'Alberto (che questo argomento vale anche per lui) o di Arrigo, bisognerebbe supporre che il poema dovesse avere altro svolgimento e altro esito. Ora il primo canto dice subito che il poema doveva avere lo svolgimento e l'esito che ebbe: questo: poichè la vita attiva o civile non è possibile, si imprenda l'altro viaggio, ossia la vita contemplativa. Giova ripetere e insistere.
Dunque alla Comedia pose mano dopo la vana discesa d'Arrigo? Certamente: tutto lo afferma e conferma.
Arrigo era in Italia, e Dante si rivolge ai principi chiamandolo un sole pacifico, un Moisè liberatore, un Cesare che perdona, un Augusto che punisce, un'aquila sublime che scende come folgore, una pioggia celeste che feconda, un agricola dei Romani, un ettoreo pastore, il luminare minore. Se già l'avesse definito veltro, come non se ne sarebbe ricordato in tali epistole? E sì che ciò che contrasta o può contrastare a lui, è detto, oltre che cupidità che affascina come le Sirene, (Ep. 5, 4) oltre che cupidità che accieca che blandisce che inceppa (Ep. 6, 3; 5) e idra dal capo molteplice e ripullulante; anche vulpecula... venantium secura. (ib. 7) Dante aveva in niente il passo di Cicerone: fraus quasi vulpeculae.[165] Se già il Poeta aveva scritto il suo primo canto, certo avrebbe messa la lupa, dopo l'idra spaventosa; non la volpicella puzzolente: l'insidiatrice degli ovili, e non quella de' pollai. E come ha ricordato Alcide glorioso, a proposito dell'idra, avrebbe, a proposito della volpe o della lupa, venantium secura, ricordato il più veloce dei cani da caccia,[166] tanto più ch'egli diceva all'imperatore, Rumpe moras! (ib. 8) E non sarebbe stato disdicevole nell'epistola, come non è nella Comedia, tale paragone canino, e per altre ragioni e per questa, che il cane era riputato medico e sapiente.[167] E così nell'epistola quell'idea di sapienza, che pur v'è (Goliam hunc in funda sapientiae tuae... prosterne), avrebbe potuto aver luogo, dopo un paragone col veltro, così come ha luogo nella Comedia:
questi non ciberà terra nè peltro,
ma sapienza... (Inf. 1, 103)
Da tutto ciò vediamo che si vien preparando nella mente di Dante la formula e l'imagine, che domina tutta la Comedia penetrandola piuttosto d'un grande rammarico che d'un'alta speranza; la formula e imagine del Veltro, la quale deve seguire e non può aver precedute tutte quest'altre formule e imagini.[168] La vulpecula se la ride dei cacciatori. Su, affrettati... scovala, inseguila! So io quel che ci vorrebbe! sembra pensare Dante. E già si delinea nel suo pensiero la figura del veltro, e allora, per amor del veltro, così gentil fiera, anche la fetida volpicella cresce a lupa, prendendo più diabolico sembiante, ben conveniente a chi fu scatenata nel mondo dall'invidia del diavolo il quale in forma di lupo insidia le chiese dei fedeli.[169] Quando questa trasformazione della volpe? quando quest'imagine del veltro contro colei che è venantium secura? Quando il buon imperatore, che doveva rompere gl'indugi, dopo averli rotti ma troppo tardi, a giudizio di Dante, dopo questo e quell'assedio, questo e quel badalucco, e molto andare e venire, moriva finalmente senza compier l'impresa a Buonconvento nel 1313. Allora sì che Dante doveva disperare di poter mai riprendere la via del mondo. E allora doveva apparirgli enormemente grande questa cupidità o violenza e frode insieme, o insieme avarizia, invidia e superbia, ossia malizia, in una parola sola, o ingiustizia, in altra parola, che copriva il mondo! E allora doveva invocare contro essa qualcuno che fosse molto diverso dal buon Arrigo: tanto fiero da far morire con doglia la bestia malvagia, tanto corrente da cacciarla per ogni villa, tanto possente da rimetterla all'inferno!
Tanto è verosimile. E ci sono ragioni per aiutare la verosimiglianza, e non ce ne sono per diminuirla.
Invero, a figurare il salvatore in un cane, il Poeta può essere stato confortato (non dico ispirato) dall'essere Cane il nome dello Scaligero costituito nel 1312 vicario imperiale a Vicenza, e già dal 1311 signore unico di Verona; intorno a cui, fa molto sognare la reticenza di Cacciaguida: (Par. 17, 91)
“E porteraine scritto nella mente
di lui, ma nol dirai...„ E disse cose
incredibili a quei che fien presente.
Quali cose disse Cacciaguida all'orecchio di Dante? Ossia quali incredibili cose volle Dante significare (non forse a Cane stesso?) d'aver pensate di quel signore? Il primo rifugio di Dante dopo il bando fu Verona, e la casa del gran Lombardo. Vide in essa Can giovinetto. Che del gran Lombardo e della sua casa avesse allora a lodarsi, non pare. Nel Convivio, avanti di scrivere il primo canto della Comedia, dice, o di quel gran Lombardo, o del fratello di lui come di Can Grande: “e Albuino della Scala sarebbe più nobile, che Guido da Castello di Reggio; che... è (cosa) falsissima„. Dopo, si ricredè, avendo riveduto, come parrebbe dalla epistola a Can Grande, s'ella è autentica, il giovinetto divenuto principe di gran virtù