in non curar d'argento, nè d'affanni,

(come appunto il veltro, che non ciba peltro, ma virtù, nel cacciare per ogni villa la lupa), o anche, non avendolo riveduto di persona, bensì sapendo ch'egli era la spada e lo scudo dei Ghibellini. E le cose che Cacciaguida disse e Dante non ridisse, incredibili cose, hanno da avere attinenza con questa sua qualità. E con quel suo nome forte, aggiungo io; con quel suo nome che non dinotava solo una bestia dall'agil corso, e che può nutrirsi di così ideal cibo, e fornire così alta impresa; ma si trovava a significare anche altro. Invero si legge in Giovanni Villani,[170] dei Tartari: “fecero per divina visione loro imperatore e signore un povero fabbro di povero stato, che aveva nome Cangius, il quale in su uno povero feltro fu levato Imperatore; e come egli fu fatto signore, fu soprannominato Cane, cioè in loro linguaggio Imperatore. Questi fu molto valoroso e savio...„. Difficilmente si potrà negare che tra questa leggenda, assai diffusa, e la concezione del cane Dantesco, che è un imperatore, nato tra feltro e feltro, ci sia qualche relazione. Ma se ne avesse ancor più di quel che paia? Che Dante osasse concepire l'incredibile speranza che il vicario imperiale, che portava “sulla scala (per cui si ascende) il santo uccello„, potesse essere fatto imperatore? che quella, la quale alla morte di Arrigo, non era forse più che un'imagine ingegnosa, sembrasse a Dante medesimo, nel 1318, un vaticinio destinato ad avverarsi tra le contese del Bavaro e dell'Austriaco? Il nome l'aveva già: Cane. E sarebbe stato un imperatore nato, cioè eletto, come Cangius, fuor dell'aspettazione del trono; tra feltro e feltro, in certo modo; non tra le porpore tessute, bensì tra i peli battuti; come il Cane tartaro, che, secondo il racconto del Villani, fu levato in su uno povero feltro, ed ebbe, per dirlo in altro modo, un feltro per porpora! Ebbene se Dante preso da queste singolari coincidenze, d'un vicario imperiale, che aveva per arma la scala e l'aquila, e si chiamava Cane cioè imperatore, ed era attivo e destro, e magnificente, e unica ormai speranza per i Ghibellini, avesse il suo sperato imperatore raffigurato come un cane nato tra feltro e feltro, ossia non nella porpora; è ben certo che quel primo canto non l'avrebbe potuto scrivere se non quando Arrigo non era più e Can Grande era già grande: dopo il 1313 o in quell'anno.[171] Ebbene è un sogno questo? Ma che disse Cacciaguida a Dante? Quella reticenza è di gran momento!

In tanto bisogna rispondere a un'obbiezione. L'inferno, dicono alcuni, era finito nel 1308. Quest'opinione è rincalzata dal Ricci, che assevera non poter Dante avere scritto il verso

che da Vercelli a Marcabò dichina,
(Inf. 28, 75)

se non prima del 1309, nel qual anno, a' 23 di settembre, quel castello era distrutto dai Polentani.[172] Ora a ciò si può opporre, come altro, così quello che il Ricci non vorrebbe si opponesse: “il solito argomento della data della visione dantesca„. Perchè no? E poi, se il nome come afferma il Ricci, non rimase al luogo, a quei tempi come avrebbe alcuno chiamato quel luogo, dove era sorto Marcabò?[173] Invece, è verosimile che prima d'andare a Ravenna e di conoscere i Polentani, Dante sapesse di quel castello?

Ma più grave obbiezione è quella che può fondarsi sull'inverosimiglianza del fatto che in sì breve tempo, da più in là che mezzo il 1313 a più in là che mezzo il 1321, prendendo i termini più larghi, in otto anni insomma, potesse Dante compiere quel poema che lo fece macro per più anni.

Ebbene alcuni si figurano Dante nell'atto di lavorare così come se spesso si grattasse il capo e si rodesse al vivo le unghie: io lo vedo empir le carte della sua lettera magra e lunga e molto corretta con rapidità e sicurezza. Alcuni mostran di credere ch'egli facesse un passo avanti e due indietro: io vedo al baleno dell'idea seguir di schianto il tuono, rotto aspro cupo, della parola. Alcuni amano di pensare che, a modo del suo maestro Virgilio, Dante leccasse, quale orsa, i suoi versi nati goffi e grossi quali orsatti: io vedo che i versi nati male, nati rozzi, nati storpi, Dante li lascia tali quali. Alcuni, o i più, o tutti, esterrefatti avanti la copia delle imaginazioni e delle disquisizioni, delle persone e delle cose, non sanno come egli facesse a ritrovarcisi, senza una lunga, continua, notturna e diurna meditazione. Io credo che egli per la Comedia, come per le rime nuove, ci avesse pensato prima![174] Io imagino che non dovesse durar molto stento e molto tempo a rivocare alla visione tutti i suoi studi del Convivio e della Monarchia. Io vedo che a tutto ciò che a noi pare così complesso, così infinito, così inestricabile, sottostà un disegno semplice e nitido. È una gran tela il poema sacro, ma era stata ordita prima che la spola cominciasse il suo lavoro! Egli aveva fatto, per così dire, una forma cava con pazienza e sapienza; e dopo vi gettava dentro, con émpito tranquillo, il metallo della sua anima fuso dalla sua gran passione. L'incendio crocchiava, sprizzava, fumava; e il Poeta s'affrettava lentamente.

[XIX.]
DECEM VASCULA

E poi lo sappiamo da lui medesimo, quanto tempo metteva nel comporre i canti del suo poema.

Egli aveva compito l'inferno e il purgatorio. Giovanni del Virgilio[175] conosceva le due cantiche, delle quali un episodio a principio dell'una e un altro alla fine dell'altro, tutti e due riguardanti poesia antica e poeti antichi,[176] ricordava in una sua epistola latina a Dante. In essa accenna al primo, dicendo