Praeterea nullus, quos inter es agmine sextus,

che è il ricordo del noto “fui sesto„; e mostra col verso seguente,

nec quem consequeris caelo,

che è Stazio, sì di conoscere l'ultima parte del purgatorio, e sì, forse d'ignorare il paradiso, in cui non è più parola di Stazio, mentre a me pare che Giovanni si figurasse che dovesse aver qualche parte nell'ultima cantica. Come che ciò sia, il buon verseggiatore bolognese nomina bensì gli epiphoebia regna; chè certo sapeva che ai due regni terrestri doveva tener dietro il celeste, ma non dice di esso alcuna particolarità, quale dice dei due primi. In quell'epistola il verseggiatore incuora il Poeta (così diciamo noi: allora almen l'uno de' due pensava tutto al contrario) a lasciare il sermone laico e la lingua volgare; a non gettar perle ai porci, a non mettere una plebea guarnacca alle sorelle Castalie. Egli vuole che canti epiche imprese recenti, la salita al cielo d'Enrico imperatore, la sconfitta dei gigli fiorentini per opera del Faggiolano, le sevizie patite dai Padovani,

et Ligurum montes et classes Parthenopaeas.

Poi promette di presentarlo alle scuole bolognesi ornato di laurea: il che può essere, e anche non essere, una proposta di conventarsi a Bologna.

Dante risponde con un'ecloga pastorale: “Ebbi la tua lettera. S'era io e il mio Melibeo (un certo ser Dino Perini fiorentino),[177] e rassegnavamo, secondo il nostro solito,[178] le capre pasciute. Esso, che voleva conoscere il carme che m'era giunto, mi dice: — O Titiro (Dante), che vuol Mopso (Giovanni del Virgilio)? Narra. — Io, o Mopso, rideva; ed esso insisteva vie più. Finalmente, per il ben che gli voglio, smisi di ridere, e gli dissi: — Pazzarello, che cerchi? Bada piuttosto alle capre che ti sono affidate, sebbene la piccola cena ti dia pensiero.[179] Tu non sai i pascoli, che il Menalo col capo inclinato, celando il sole, adombra:[180] i pascoli dall'erba screziata di fiori. Li circonda un ruscelletto, che s'è fatta la via dall'alto donde sorge.[181] Là Mopso, mentre i bovi ruzzano per le pieghevoli erbette, contempla lieto l'opere degli uomini e dei celesti. Poi, dando fiato alla zampogna, manifesta le gioie del suo cuore, sì che gli armenti seguono il suo canto, placati dal monte scendono al piano i leoni, e le onde corrono addietro, e Menalo[182] accenna col fruscìo delle sue frondi. — E Melibeo ripiglia: — O Titiro, se Mopso canta tra verzura a me ignota, tuttavia potrei i suoi carmi, per quanto a me ignoti, se tu me li mostrassi, insegnarli alle capre errabonde.[183] Che aveva a far io, poichè questi insisteva anelando? — Sai? Mopso s'è dato alla poesia, mentre gli altri vanno là ad apparar leggi, ed è impallidito nell'ombre del sacro bosco. Pieno di poesia, egli m'invita alle frondi cresciute dalla fanciulla del Peneo conversa in albero.[184] Melibeo esclama: — E che farai? Pastore errerai sempre per i pascoli senza l'alloro alla fronte? E io: — O Melibeo, l'onore e la fama dei poeti svanì: Mopso appena, a forza di veglie, è diventato poeta! — Così avevo risposto, quando saltandomi l'umore esclamai: — Che belati per i colli e per le praterie, quando, col verde alla chioma, intonerò il peana! Ma ho paura di quelle forre e di quelle campagne che non onorano gli dei.[185] Non sarà meglio ornare i capelli, trionfando, se mai mi avverrà di tornare, e coprirli ora che son bianchi, mentre erano biondi allora, con la fronda intrecciata in riva al patrio Arno? — Ed esso: — Chi può dubitarne? Però guarda il tempo come passa presto! Già son vecchie le capre, che noi lasciammo alle loro madri, perchè figliassero altri capri.[186] E io: — Quando i corpi fluidi intorno al mondo e gli abitatori delle stelle saranno noti come i regni inferi, allora gioverà coronar il capo d'edera e lauro.[187] Mopso lo concederà? — E Melibeo: Mopso?! perchè? — E io: O non vedi che egli riprende le parole comiche (volgari), sì perchè sonano come trite, nelle bocche delle femminette, sì perchè le sorelle Castalie hanno vergogna d'accettarle? — Così risposi, e rilessi, o Mopso, i tuoi versi. Allora Melibeo fece spallucce, e disse: O che faremo dunque, volendo convertire Mopso?[188] — E io: — Ho con me una pecora, che tu conosci,[189] la più cara, che appena regge le poppe, tanto abbonda di latte (sotto una gran rupe ora rimastica[190] le erbe che già brucò) che non va col gregge, che non è avvezza ad alcun chiuso, che suol venire da sè, nè mai a forza si lascia mungere;[191] questa io mungerò e del suo latte empirò dieci vasi per mandarli a Mopso. E tu intanto bada ai capri che cozzano, e impara a mettere i denti nelle dure croste del pane. — Così cantavamo io e Melibeo sotto una quercia, mentre nella casetta ci si coceva il farro„.

Che si ricava dall'Ecloga? Questo, a parer mio. Dante interpreta che Giovanni del Virgilio lo abbia invitato a fare alcun canto epico in latino. Di ciò, a detta di Giovanni, è per venirgli la gloria che invano aspetta dal suo pur bel poema volgare. E Dante esclama, nella sua finzione bucolica: Quando canterò laureato il mio peana, sentirai che belati per i colli e i prati! Queste parole le mette fuori indignatio. Perchè questa indignazione? La poesia è senza onore, ha detto prima: io, dice ora con empito di ribellione, le lo renderò! Non ci lasciamo qui fuorviare dal travestimento bucolico delle idee, per il quale, ad esempio, il sermone o la epistola del poeta bolognese diventa una serie di modulamina. Può stare che siano ecloghe pastorali quelle che devono far belare di gioia i colli e i prati; che queste ecloghe, delle quali una è la presente, debbano restituire l'onore ai poeti e alla poesia, non può stare. Che Dante lo dica al “poeta„ del Virgilio, non può stare. Che Dante dica d'intonare il peana, laureato per queste ecloghe latine, esso che stava per finire il poema sacro, esso a cui s'erano chiesti canti epici, non può stare. Non sta. Nel fatto soggiunge: A Bologna, per altro, c'è cagione di alcun timore; non è meglio attendere di essere laureati a Fiorenza? Sì, ma il tempo passa, replica ser Dino. E Dante insiste: Sì: io voglio aver finito il paradiso, con le sue stelle (circumflua corpora) e coi suoi santi e angeli (astricolae). Mopso lo vorrà allora concedere, Mopso che non apprezza se non la poesia latina? E, poichè ser Dino si meraviglia. Dante gli rilegge la lettera di Mopso, dove disdegna le rime e la lingua volgare. Dal che si ricava che il peana Dante ha detto d'essere per cantarlo, quando avrà finito il paradiso e la Comedia; e perciò di non poterlo cantare a Bologna, dove, oltre varie difficoltà, non ci sarebbe forse il consenso di Giovanni del Virgilio. E come far ricredere Mopso? — Gli manderò dieci vasi di latte della mia pecora più cara. — Si interpreta dall'antico glossatore che la pecora sia la poesia bucolica; si dichiara da un valente critico moderno che i dieci vasi di latte siano un libro d'ecloghe nel numero consacrato da Virgilio, di dieci.[192] E il senso correrebbe così: “A Bologna non vorrei andare; non è meglio laurearsi a Fiorenza? Quando il paradiso sarà terminato, prenderò certo il cappello. Mopso lo permetterà? Egli non vuol saperne, di volgare; ma per convincerlo, gli manderò dieci ecloghe, quante ne fece Virgilio„. E il senso corre così bene, che così invero intese Mopso, che rispose a Titiro che la sua ecloga fu molto ammirata, e che Dante sarà o secondo dopo Virgilio, o un altro Virgilio a dirittura; e che gli augura di tornare in patria, ma intanto può cantare (latinamente) con esso lui e deliziarsi, a Bologna, dove non c'è nulla da temere. Iola (Guido Novello) non lo permetterà? Oh! il mio antro non è men sicuro della sua casa o capanna; e qui sarai amato e vedrai il Mussato. E io farò altrettante ecloghe, “quante tu ne prometti. Sebbene, mandar latte a un pastore...„. Così intende Mopso, e d'aver così inteso mostra anche con l'epitafio che scrisse di lì a non molto del grande Poeta:

Pascua Pieriis demum resonabat avenis:
Atropos heu! lectum livida rupit opus.

Ma intende bene? Qui sta il punto. Già a me pare che il grande e il piccolo poeta non s'intendessero per la laurea, se il grande parla d'una vera e propria laurea o d'un reale “convento„. Scrive Mopso, che se vuol altra fama, che quella che dispensa il volgo,