en ego iam primus, si dignum duxeris esse,
clericus Aonidum, vocalis verna Maronis,
promere gymnasiis te delectabor ovantum
inclita peneis redolentem tempora sertis...
Mopso, cioè il buon verna Maronis, presenterà Dante ai lettori e agli scolari di Bologna: quel che segue, non è forse una circoscrizione poetica per dire “te poeta„? poeta nel senso distinto da rimatore? Il fatto è che nella replica di Mopso a Titiro, di laurea non mi pare si parli più; nell'epitafio, dove pur si tocca delle Bucoliche interrotte, di laurea non si tocca. Ma lasciamo questo punto: l'altro punto dei dieci vasi, l'intende, Giovanni del Virgilio, bene? Dante, scrivendo la sua seconda ecloga, dice che a Bologna, ai sassi etnei, non andrà, perchè teme di Polifemo, e si fa dire da Alfesibeo, che è un magister Fiducius de Milottis de Certaldo medicus, qui tunc morabatur Ravennae: Ah! ti prego: non sia mai che il Reno e quella Naiade abbia questo illustre capo, cui già il frondatore s'affretta a scegliere in vetta all'alloro le foglie dell'immortalità. Non sia mai che vada a Bologna questo capo, cui già si prepara l'alloro! Questo concetto non si accorda con l'interpretazione data prima, dei dieci vasi, e di ciò che precede e segue.
In verità: per conventarsi, se mai, non a Bologna, ma a Fiorenza, Dante avrebbe promesso le dieci ecloghe a Giovanni! Ora, questo medesimo intento, di prendere il cappello nella patria, Dante lo manifesta nel poema sacro con parole che tutti ricordano. Oh! sia pure che quel concedat, come dirò tra poco, significhi “approverà, sarà contento„: ma come possiamo credere che a vincer la crudeltà dei suoi cittadini Dante credesse necessario, oltre il poema sacro, anche dieci bucoliche dirette a Giovanni del Virgilio bolognese?
Ma più che di laurea si tratta di gloria: il trionfo ha da essere senza cavalli bianchi. Dante è per compiere un vero poema. Quando scriveva il Trattato d'eloquenza, nemmeno sospettava che fosse possibile. Egli l'ha composto e compone con quel proximius imitari “i poeti grandi, cioè regolari„, (VE, 2, 4) che non può meglio esser significato che col farsi discepolo di Virgilio, col far la mente seguace delle parole sue. (Pur. 24, 101) Due cantiche n'ha compiute. In esse egli si mette per sesto nel grande canone; in esse si trova a pari pari con Stazio, sebbene anche da lui si faccia ammaestrare (Pur. 25, 31), seguendo la “scuola„ (ib. 21, 93) dell'altissimo poeta. Giovanni del Virgilio gli scrive in versi latini, ricordandogli appunto, di esse due cantiche, gli episodi in cui Dante fa tal professione di essere un poeta vero, grande e regolare, sebbene versifichi in volgare, e di non differire in nulla da quelli: (VE 2, 4) ha detto d'essere sesto in quella scuola del signor del canto; ha detto e mostrato d'essere a Virgilio come a Virgilio è Stazio.[193] Ma ora viene il buono; ora ha da mostrar veramente ch'egli può poetare magno sermone et arte regulari; (VE. ib.) ora gli è bisogno, nell'aringo rimaso, Apollo. L'alloro l'avrà con quest'“ultimo lavoro„. Apollo, non Aretusa, gli deve concedere “extremum hunc laborem„, che non è un'ecloga pastorale, ma il paradiso della Comedia. (Par. 1, 1) Nel qual ultimo lavoro non ha più seco il dolce pedagogo; cioè, ha tanto studiato, che dell'arte e della materia è padrone. Non è più un'Eneide volgare, la sua: è più e meglio: è, per dirla brevemente, una Pauleide; il che sembra significare il Poeta con quella parola “vaso„ del valore, che richiama lo vas d'elezione. Ora dunque stende le mani alla fronda Peneia;[194] ora potrà chiamarsi trionfatore; ora potrà dirsi “poeta„, nel senso intero e puro, senza restrizioni di sorta. E in verità, quando “l'aringo„ sarà percorso per buona parte, “poeta„ si proclamerà. (Par. 25, 8) In tanto, al principio della cantica sublime, intuona il peana.
Sì: peana. Dante sa che il peana è canto di trionfo, e che è rivolto ad Apollo, come altre grida a Bacco. (Par. 13, 25) Ed egli che l'alta tragedia sapeva tutta quanta, aveva letto che cosa cantassero nell'Elisio, tra un odorato bosco di lauro, i vati pii... et Phoebo digna locuti.[195] Cantavano in coro il peana. La protasi del paradiso amplifica e spiritualizza codesta imagine virgiliana. Egli spera la fronda peneia; perchè la materia è tale che nessun altro poeta può essere più pio di chi tratta quella; e tutti quei versi riescono a dire che Febo deve ispirare esso, se il canto ha da essere degno (Par. 1, 27) di Febo. Ora vogliam credere, che qui Dante alluda a una vera e propria laurea solenne o modesto convento nella umile terra nostra? Il peana qui intonato si afferma poi nel centro dei tre canti delle tre virtù teologali, cioè nel proprio luogo della pietas,[196] nel canto della speranza, per cui fu salvo,[197] che è il vigesimo quinto, preceduto e seguito dai canti della fede e della carità. Qui, dunque, proclama: (25, 7)
Con altra voce omai, con altro vello
ritornerò poeta, ed in sul fonte
del mio battesmo prenderò il cappello.
Egli è Stato tre volte cinto e benedetto per la fede: è supremamente pio. Tornerà dunque pio vate, dopo aver cantato cose degne d'Apollo, con altra voce, cioè con quella con cui si canta il lieto peana, con altro vello, che d'agnello, come quando si partì, ma con la lunga veste in cui è l'antico citaredo; poeta, come quelli antichi, grandi e regolari; e si troverà anche esso come loro presso un fonte, non dell'Eridano, ma del battesimo, circondato le tempie, anch'esso, sì, di nivea vitta. E anch'esso dimorerà in luoghi lieti, tra amena verzura, in una sede beata:[198] nella patria. Vogliam credere, ripeto, che in questo trionfale ritorno Dante veda anche l'accoglimento solenne nel suo bel San Giovanni? che la nivea vitta del poeta pio e degno d'Apollo, sia proprio una birettatio? Si può credere e non credere. Certo fa d'uopo credere che il peana, che Dante, nella ecloga, vuol cantare, facendo risonar di belati i colli e i pascoli, è questo medesimo peana della Comedia; ed è per il gran trionfo d'essere riuscito a fare in volgare un poema quali gli antichi; che ha anzi, una parte in più dell'Eneide: quella appunto, che Giovanni del Virgilio ignora e che quel povero Melibeo sa. Chè l'ovis gratissima è indubbiamente la Comedia volgare, nella sua ultima cantica:[199] Ser Dino, cui l'alveolus tien lontano dal Menalo latino, che gli è perciò ignoto, conosce questa cantica; l'ha vista nascere, la vede crescere, la vede porgere le poppe al pastore. Indubbiamente! Ciò deduco dal raffronto dell'ecloga prima Dantesca alla decima Virgiliana che è a lei principal modello. Codesta decima è quella che sa più di ogni altra, d'epistola. È indirizzata a un amico poeta e ne fa molte lodi: contiene dialoghi, ma in forma narrativa. Era presente allo spirito di Dante, quando egli lavorava all'“ultimo lavoro„. Vi è nell'una e nell'altra Maenalus e Maenala, saltus e capellae; saturae là, qua pastae; là e qua sub rupe; là Arethusa, concede, concedite, silvae, qua concedat Mopsus; là, Galle quid insanis, inquit, tua cura, qua, stulte, quid insanis, inquam, tua cura; là nostri labores, qua hominum superumque labores. E si chiudono col notare la contemporaneità d'una altra azione pastorale o casareccia: là si tesse l'ibisco, qua si cuoce il farro.[200] Si parla, nell'ecloga virgiliana, di Arcadi, soli cantare periti; nella Dantesca, di Mopso, che è un Arcade, perchè dimora nel Menalo, e che, oltre a essere dichiarato, col nome stesso, divino poeta, e buono a calamos inflare leves al par d'un altro che è buono a dicere versus[201] (Dante ne ricorda appunto gl'inflatos calamos, con ciò sottintendendo i propri relativi versus); è detto parimente un de' pochi o il solo, in tanto vanir dell'onore e persin del nome de' vati. Ma sopra tutto c'è nell'una e nell'altra una gran promessa di canti sublimi: Ibo et Chalcidico... nell'una; Quantos balatus!... quum mundi circumflua corpora... nell'altra. E sopra anche questo, c'è nell'una e nell'altra il pensiero tristo e pio dell'esilio: procul a patria... nella prima; patrio, redeam si quando... Sarno, nella seconda.[202] Or bene l'idea madre dell'ecloga epistolare di Dante è in questi versi della Virgiliana:[203]
Stant et oves circum, nostri nec poenitet illas,
nec te poeniteat pecoris, divine poeta:
et formonsus oves ad flumina pavit Adonis.
Chè con tali versi sentiva Dante scusata l'inferiorità d'un genere poetico. Ed egli, così, designa con l'ovis gratissima un genere poetico inferiore a quello coltivato da tale a cui lenta boves per gramina ludunt, e cui possono seguire armenta.[204] Così invece di chiamarsi Menalca, che è il compagno “buono„ di Mopso, egli si dà il nome di Titiro, il nome più caro al suo maestro, perchè Mopso a Menalca dice, Tu maior, che detto dell'età, può intendersi d'altro; perchè Menalca, forse, pare a Dante della stessa patria con Mopso, abitator del Menalo, come Coridone con Tirsi, Arcades ambo; perchè, certo, Titiro sta, nel pensier di Dante come nel nostro, atteggiato a meditare silvestrem tenui musam... avena; e a pascere le pecore, cioè cantare, al tempo stesso, umile canto.[205]
Dunque, l'ovis in comparazione dei boves e armenta di Mopso, è veramente la poesia volgare rispetto alle latina. E presente al pensier di Dante era, e al nostro deve essere, in tutta l'ecloga, quel verso su cui l'ecloga si fonda: