e quivi ragionar sempre d'amore:
e ciascuna di lor fosse contenta,
siccome io credo che sariamo noi.
(Ca. s. 2)

Con quello cui egli chiamava primo de' suoi amici e che fu risponditore al primo sonetto, Dante parla di monna Bice; e del caro segreto è partecipe un terzo gentile rimatore: non altri. L'anima del giovinetto “era tutta data nel pensare di quella gentilissima„. (VN. 4) Egli intristiva e “a molti amici pesava de la sua vista, e molti pieni d'invidia già si procacciavano di sapere di lui quello ch'e' volea del tutto celare ad altrui„. Del qual tempo è forse il sonetto di Guido a lui:[24]

I' vegno 'l giorno a te 'nfinite volte.

Leggiamolo in vero interpretando: “Io ti vengo a trovare (senza che tu mi vegga: v. 11) in ispirito, io penso a te a ogni momento del giorno, e ti trovo pensar troppo vilmente„. O che è questa viltà? Può ben essere, mi pare, tale, quale Guido altrove[25] dice di sè:

L'anima mia vilment'è sbigottita
dalla battaglia ch'ell'ave dal core,
············
Sta come quella che non à valore
ch'è per temenza dallo cor partita:
e chi vedesse com'ell'è fuggita
dirìa per certo: questi non à vita.
Per li occhi venne la battaglia in pria
che ruppe ogni valore...

Può ben, mi pare, riferirsi a quella “sì fraile e debole condizione„ di che era divenuto Dante in picciol tempo. Continua Guido: “Allora mi duole della gentil tua mente„ (nel sonetto decimo è: sì che del colpo fu structa la mente), “e d'assai tue vertù, che ti son tolte„; le quali vertù non son cose troppo differenti dal “valore„ che fu rotto in Guido, come “distrutto„ appariva Dante dall'amore e dalla sua donna. Nè pensiamo certo a male quando altrove (VN. 15) Dante stesso dice: “S'io non perdessi le mie vertudi, e fossi libero tanto ch'io le potessi rispondere, io le direi...„ Ancora: “Già prima schivavi la moltitudine e l'annoiosa gente; ma di me parlavi con tanto affetto, perchè io aveva inteso parola per parola il tuo sonetto primo.[26] Ora non ardisco più mostrare[27] che le tue rime mi piacciano, e ti vengo a trovare solo in ispirito, con questi rimproveri, con questo sonetto che tu devi leggere e rileggere per guarire„.

Checchè sia di ciò, a Guido dunque e a Lapo, se non ad altri, rispose qualcosa di più di ciò che rispondeva a molti amici, quando “si procacciavano di sapere di lui quello ch'e' volea del tutto celare ad altrui„. A questi rispondeva “che Amore era quelli che così l'avea governato„; a Guido aveva detto che era monna Bice. Ma per gli altri questo nome andava confuso in mezzo ai nomi “di sessanta le più belle donne de la cittade„, nel serventese che Dante compose “specialmente„[28] in onore della gentile donna dello schermo. Al qual serventese Dante allude nel sonetto, Guido, vorrei. Ora in esso il nome di Bice era in sul nove. Addivenne ciò per deliberato pensiero del poeta o meravigliosamente, come esso dice? Certo, o fosse caso o proposito, questo ritrovarsi di Bice in sul nove fu causa o effetto di quelle considerazioni che Dante aveva fatte o doveva fare sull'età di lei quando prima gli apparve, e sull'intervallo d'anni tra quell'apparizione e il saluto, e sull'ora della notte in cui sognò di lei. Più probabile fosse causa, poichè, quanto alla età, sarebbe stato per il senso che dal nove traeva Dante, miglior avviamento, che nove anni avesse Bice, non Dante, e, quanto all'ora, ch'ella fosse l'ora nona delle dodici notturne, già piccole, se era di Maggio (Co. 3, 6; 4, 23); sì che le ultime due o tre di poco avrebbero preceduto il tempo

che comincia i tristi lai
la rondinella presso alla mattina,

tempo, “nell'alba che precede il giorno„, proprio al sognar verace. Chi non sente invero l'impaccio e lo sforzo in quel pensamento sull'ora quarta della notte? “Trovai che l'ora... era stata la quarta della notte: sì che appare manifestamente ch'ella fu la prima ora delle nove ultime ore della notte„. Ma sì il tempo della prima apparizione, sì l'ora della prima visione, sono veri, e Dante ci si dovè ingegnare attorno per riconoscervi un qualche segno divino.[29] Invece il collocamento di Bice in sul nove del serventese, o fosse caso o fosse proposito, fermò l'attenzione del giovinetto, che o determinò prima o ravvisò poi in quel nove qualcosa di significativo. E forse tal fantasia fu suggerita dai nove anni nei quali S. Agostino dice d'aver sedotto ed essere stato sedotto.[30] A ogni modo, questo nove si sa che è. “Più sottilmente pensando, e secondo la infallibile verità, questo numero fu ella medesima; per similitudine dico, e ciò intendo così. Lo numero del tre è la radice del nove, però che senza numero altro alcuno, per sè medesimo fa nove, sì come vedemo manifestamente che tre via tre fa nove. Dunque se 'l tre è fattore per sè medesimo del nove, e così il fattore de' miracoli è tre, ciò è Padre e Figliolo e Spirito santo, li quali sono tre ed uno, questa donna fue accompagnata da questo numero del nove a dare ad intendere, ch'ella era un nove, ciò è uno miracolo, la cui radice, ciò è del miracolo, è solamente la mirabile Trinitade„.[31]

Bice era dunque un miracolo di Dio, nè per ciò s'ha a credere ch'ella fosse per Dante altro da quel ch'ell'era: (VN. 26 s. 7)