i quali accenni equivalgono bene a in finibus Thusciae sub fonte Sarni. E corrispondono a questa frase dell'epistola: cum primum pedes iuxta Sarni fluenta securus et incautus defigerem.

La canzone, Amor, dacchè convien, è per certo ciò che Dante annunzia in fine all'epistola con le parole: Regnat itaque Amor in me, nulla refragante virtute; qualiterque me regat, inferius, extra sinum praesentium requiratis. Invero la canzone comincia

Amor, dacchè convien pur ch'io mi doglia
perchè la gente m'oda,
e mostri me d'ogni virtude spento.

E nella seconda stanza c'è:

Quale argomento di ragion raffrena
ove tanta tempesta in me si gira?

E nella terza:

La nemica figura che rimane
vittoriosa e fera,
e signoreggia la virtù che vuole.

E altrove sono altre imagini a dichiarare il concetto che è nelle parole: regnat... Amor in me nulla refragante virtute. Il poeta dice di sè, che è “in potere altrui„, che è feruto, senza vita, tutto tremante di paura, serrato da una catena, senza più libertà. E nella epistola, oltre che nella fine, sono di tai concetti anche più su. Vi si parla di vincula, di negligentem carceratum, di terrore, di Amor terribilis et imperiosus, di dominus che occidit... expulit... ligavit... relegavit... liberum arbitrium ligavit; sì che al Poeta convien andare ove vuol lui, non dove vuol esso. Inoltre l'amore è raffigurato nell'epistola così: “una donna, come folgore che cada, m'apparve... Oh! quanto rimasi attonito nel mirarla! Ma lo stupore cessò col terrore del tuono che seguì il baleno. Chè come alle corruscazioni divine succedono subito i tuoni, così, veduta la fiamma della bellezza di lei, ecco l'Amore terribile e imperioso mi tenne„. E nella canzone, stanza quarta, dice che egli rimane senza vita, dopo che è feruto dagli occhi della “nemica figura„. Poi, l'anima torna al cuore, ma tutta smemorata. Esso si riprende a stento e trema tutto e impallidisce per il tuono che gli giunse addosso:

che se con dolce riso è stato mosso,
lunga fiata poi rimane oscura (la faccia)
perchè lo spirto non si rassicura.

C'è qui dunque un lampeggiar di dolce riso, seguito da un rimbombo, che fa tremare, impallidire, stupire e dimenticare.