Che l'epistola e la canzone fossero composte nel Casentino, e al tempo della discesa di Arrigo, si conferma per questa notizia del Boccaccio: “troviamo lui sovente avere sospirato e massimamente dopo il suo esilio... vicino allo estremo della sua vita, nell'Alpi di Casentino per una Alpigiana, la quale, se mentito non m'è, quantunque bel viso avesse, era gozzuta. E per qualunque fu l'una di queste, compose più e più lodevoli cose in rima„. Di che si ricava che la canzone Amor, dacchè convien, dove è tale intensa espressione d'amore improvviso e fiero, era interpretata, e da altri che dal Boccaccio, come veramente amorosa; e, ciò che più monta, si sapeva che era stata scritta nell'Alpi di Casentino, da lui vicino all'estremo della sua vita: nel tempo, dunque, come facilmente s'argomenta, che corre dal 1311 al 1313, quand'egli aveva da 46 a 48 anni.

Nell'epistola è un espressione sospetta al primo editore di quella: ad conspectum Magnificentiae vestrae presentis oraculi seriem placuit destinare. Il Witte suppone oratiunculae. Male. Sì destinare e sì seriem mostrano che sta bene oraculi. Il destino o fatum definisce Cicerone ordinem seriemque causarum.[241] Servio ha la definizione del fato secondo Iulio: fatum est connexio rerum per aeternitatem, commentando l'oracolo di Eleno,[242] al verso volvitque vices, hic vertitur ordo. E Dante sapeva come

al vento nelle foglie lievi
si perdea la sentenzia di Sibilla.
(Par. 33, 65)

Sapeva, egli che sapeva tutta quanta l'Eneida, che la Sibilla dopo aver scritte su foglie l'oracol suo, digerit in numerum, e finchè rimangon ferme neque ab ordine cedunt, si posson leggere.[243] Quest'idea di serie, ordine, connessione è accoppiata sì a fato sì a oracolo, che è interpretazione del fato. E ce ne persuade anche più il verbo destinare. Ricordiamo il racconto di Sinone, cui Calcante, dopo aver taciuto un pezzo, destinat arae. Ciò interpretando un “oracolo„, l'oracolo portato da Euripilo a cui Dante pensò altra volta. (Inf. 20, 112) Destinat, potè pensare Dante, è la parola che ci voleva per indicare un'assegnazione manifestata mediante l'oracolo; ed è perciò solenne e sacra dove d'oracoli si parli. E sta bene, dunque, oraculi seriem destinare. Ma che vuol dire? Vuol dire appunto “proporre a risolvere questo oracolo sibillino„. E quindi è giusto, più giusto che per altre canzoni, le quali è pur così giusto interpretare allegoricamente, prepararsi a vedere nella donna che scende come folgore, altra donna di quel che paia. Ma leggiamo la lettera.

“Perchè al Signore non restino ascosi i legami del servo suo (servo il cui padrone era l'affetto vostro, la grazia vostra gratuita)[244], perchè le dicerie, una cosa riportata per un'altra, il che è semenzaio di false opinioni, non divulghino che il servo s'è fatto mettere, per non badarsi, in prigione; mi piacque al cospetto della Magnificenza vostra proporre questa specie d'oracolo di Sibilla.

Quando io m'allontanai dal limitare della vostra corte, che dopo ebbi a sospirare (in essa voi vedeste quasi meravigliando che io ero libero, sebben vostro servo),[245] mentre senza più pensieri e precauzioni piantavo i piedi lungo le correnti d'Arno, a un tratto, ahimè! una donna, calando come folgore, apparse, non so come, conforme ai miei auspicii d'ogni parte per costumi e bellezza. Oh! quanto rimasi attonito all'apparir di lei! Ma lo stupore cessò al terrore del tuono che seguì. Chè, come ai lampi, nel giorno, subito succedono i tuoni, così veduta la fiamma della bellezza di costei, Amore terribile e imperioso mi tenne. E questo feroce, come signore cacciato dalla patria, dopo lungo esilio tornando alla sua terra, tutto ciò che dentro me trovò di contrario a lui, o uccise o sbandeggiò o imprigionò. E dunque uccise quel mio lodevole proposito, per il quale mi astenevo dalle donne e dai canti d'amore, e relegò empiamente, come sospette, quelle assidue meditazioni con le quali contemplavo le cose sì celestiali e sì terrene; e alfine, perchè l'anima mia più non gli si ribellasse, incatenò il mio libero arbitrio, sì che a me conviene volgermi, non dove voglio io, ma dove vuol lui. Dunque regna su me Amore; e in che modo mi governa, cercatelo più sotto, fuor di questa epistola„.

Noi sappiamo quando e come egli si mise in “quelle assidue meditazioni„. Anche allora avvenne una battaglia. “Perocchè non subitamente nasce amore e fassi grande o viene perfetto, ma vuole alcuno tempo e nutrimento di pensieri, massimamente là dove sono pensieri contrarii che lo impediscono, convenne, prima che questo nuovo amore fosse perfetto, molta battaglia intra 'l pensiero del suo nutrimento e quello che gli era contrario...„. (Co. 2, 2) Il nuovo amore quella volta era per “la bellissima e onestissima figlia dello Imperadore dell'Universo, alla quale Pittagora pose nome Filosofia„. (Co. 2, 16) L'amore per lei “trovando la vita di Dante disposta al suo ardore, a guisa di fuoco di picciola in gran fiamma s'accese„. (Co. 3, 1) Sappiamo quali di codesta donna erano gli occhi e il riso: “gli occhi della sapienza sono le sue dimostrazioni, colle quali si vede la verità certissimamente; e 'l suo riso sono le sue persuasioni, nelle quali si dimostra la luce interiore della sapienza sotto alcuno velamento: e in queste due si sente quel piacere altissimo di beatitudine, il qual è massimo bene in Paradiso„. (Co. 3, 15) E sappiamo che effetto aveva nell'anima di Dante quell'amore: “nella sua mente informava continue, nuove e altissime considerazioni di questa donna„, cioè della filosofia. (Co. 3, 12) Le assidue meditazioni, con le quali contemplava le cose sì celesti e sì terrene, sono ben codeste! Dunque Dante racconta a Moroello, in forma quasi d'oracolo, il contrario di ciò che avvenne allora, quando l'amore per una donna terrena, sebben morta, fu sopraffatto dall'amor d'un'altra donna, la quale ispirava “continue, nuove e altissime considerazioni„. Ora questo amore qui, ossia le assidue meditazioni con quel che segue, sono relegate come sospette da un altro amore. Poichè appunto il Convivio (dove erano e più avevano a essere quelle continue considerazioni o assidue meditazioni) fu interrotto, è innegabile che nell'epistola a Moroello Dante dica appunto che ha interrotto il Convivio.

Ma qual fu l'amor nuovo che l'interruppe? Dante lo dice chiaramente: è un reduce; è un signore del cuor suo, che n'era stato sbandeggiato, e ritorna terribile e imperioso “dopo lungo esilio„. E qui prorompe il grido che a noi esprimono le verità quando appariscono: è quello, è l'amor di Beatrice, è la mirabile Visione, è la divina Comedia!

Non si obbietti, per carità, che nella Comedia, anzi, sono quelle continue considerazioni e assidue meditazioni. Per carità! Anche Beatrice prima del Convivio era simbolo di sapienza, anche i suoi occhi facevano vedere il paradiso: era lei quel che poi fu la donna gentile. Ma Dante de' suoi simboli fa quel che vuole. Nel Convivio mostra di non ricordarsi più che Beatrice era la sapienza; nella lettera a Moroello, finge di non saper più che le assidue meditazioni erano figurate negli occhi e riso e amor d'una donna.

L'amor nuovo uccise quel lodevole proposito per il quale Dante s'asteneva da cantar donne. Il Convivio è comento a canzoni d'amore (non tutte anzi d'amore, anzi le più non d'amore ma di rettitudine o salute); ma l'amore è dichiarato per istudio e la donna amata per sapienza e filosofia. Ora se quest'amor nuovo è quello che darà il poema sacro, come può dirsi che Dante abbia mutato proposito? È un canto d'amore il poema sacro? Sì: canto d'amore, canto anzi di nozze, di pieno e intero soddisfacimento. È vero bensì che l'amore è studium e Beatrice è sapientia, ma è altrettanto vero che Dante non dichiara esso i suoi simboli, e che conduce l'opera sua, come s'egli rivedesse la sua donna morta, e non la sempreviva sapienza. E gli occhi e il riso di Beatrice, nel terzo regno, sono tal quali gli occhi e il riso della Donna gentile del Convivio;[246] ma che ci abbiamo a veder noi? È la stessa donna, ma Dante vuol che sia un'altra; lo stesso amore, tre volte, per buona metà, almeno, della Vita Nova, per il Convivio, per la Comedia; eppure Dante dice che furono tre, e che il secondo nacque in opposizion del primo, e il terzo in contrasto col secondo. Ed è vero tutte e due le volte: il Convivio tenne in sospeso e quasi che non abolì la Comedia; la Comedia interruppe il Convivio.