Così il pensiero della Comedia sarebbe nato, cioè risorto, nelle alpi d'Appennino, lungo l'Arno, anzi alla fonte dell'Arno, d'un tratto, come folgore che scoscenda. Come in un baleno, Dante vide che quella era l'opera sua, e che esso era nato per lei, conforme in tutto a' suoi auspicii, cioè a' suoi desiderii, a' suoi fini, a' suoi studi. Moribus et forma: perchè materiata di filosofia morale; perchè formata di arte poetica. Dopo il lampo, nel quale egli vide quanto ella era bella, grande, sublime, seguì il tuono che atterrisce. Oh! quanto cammino da percorrere! quanti ostacoli da vincere! quanti drammi da raccontare! quante questioni da risolvere! quanti cuori da scrutare! quanti veri da approfondire! quante ire! quante lagrime! quante glorie! cielo e terra! tutto l'universo! Ed egli non pensa più ad altro: egli è prigioniero della sua idea; non ha più libero arbitrio.

E leggiamo la canzone.[247] Nella prima stanza Dante invoca da Amore di poter esprimere lo stato dell'anima sua. Così nel Convivio dice: “siccome lo multiplicato incendio pur vuole di fuori mostrarsi, che stare ascoso è impossibile; volontà mi giunse di parlare d'Amore, il quale del tutto tenere non potea„. Il fatto è che questo, di parlare e confidarsi, è un vero bisogno di chi ama; e Dante, con questo, simboleggia l'altro pur imperioso bisogno di chi sa, che vuole scrivere e aprire agli altri quel che sa, quel che ha trovato e veduto. Onde anche nella Vita Nuova la beatitudine dell'amante consiste nelle parole che lodano l'amata; ossia la felicità del filosofo è ne' suoi studi e scritti filosofici, quando egli ha trovato e può manifestare alcuna verità agli uomini. Nella nostra canzone, ciò ch'egli ha a dire, è molto, è grande, è difficile: gli occorre, per dirlo, savere pari alla voglia. Il duolo, cioè la passione d'amore che egli nutre, cioè il suo disegno di opera, solo con tanto savere sarà espresso dalle parole come egli lo sente. — Eh! non era impresa da pigliare a gabbo! —

Tu vuoi ch'io muoia, ed io ne son contento.

Si tratta d'un amore che non può finire con la morte, cioè il più grande che sia possibile; e si tratta, sì, d'un amore che affretterà la fine della vita mortale all'amatore; ma che importa?

Tu vuoi ch'io muoia, ed io ne son contento
Ma chi mi scuserà, s'io non so dire
ciò che mi fai sentire?

La morte comune non è nulla; ma s'io non potrò o saprò colorire l'altissimo disegno, oh! quello sì che sarà un “perder vita„! Chi mi scuserà?

Ma se mi dai parlar quanto tormento,

cioè parole adeguate al mio concetto,

fa, signor mio, che innanzi al mio morire
questa rea per me nol possa udire;
chè, se intendesse ciò ch'io dentro ascolto,
pietà faria men bello il suo bel volto.

Il senso letterale è un concetto d'amore, che si può trovar piccolo e grande: “L'amata non sappia la pena che mi conduce a morire, se non quando sarò morto: e così la pietà che di me risentirebbe, non la turberà e non la farà men bella„. Ma per trovarlo ragionevole, questo concetto, dobbiamo scusarlo dicendo che è irragionevole, come il più de' pensieri d'amore. Ragionevole, invece, d'ogni parte, e profondo e grande, è il senso allegorico: “La Comedia (personificata in una donna) non sappia il tormento che mi costa: ella s'impietosirebbe e non vorrebbe che io morissi per lei; e invece io voglio morire, se morire significa compiere il poema sacro!„