La seconda stanza:

Io non posso fuggir, ch'ella non vegna
nell'immagine mia,
se non come il pensier che la vi mena.

Anche qui il senso letterale non è gran che: “Io non posso non pensarci, perchè... ci penso.„ Ma allegoricamente, è altra cosa: “È una donna, questa mia, cui amare è quanto pensare. Ella è dunque sempre con me, come sempre con me è il mio pensiere„.

L'anima folle, che al suo mal s'ingegna
com'ella è bella e ria
così dipinge, e forma la sua pena:
poi la riguarda, e quando ella è ben piena
del gran desio, che dagli occhi le tira,
incontro a sè s'adira,
ch'ha fatto il foco, ov'ella trista incende.

L'anima si figura questo poema, così come ha da essere bello e difficile: e fa il proprio danno, perchè lo riguarda, e così lo desidera, e così soffre. E continua dicendo che la ragione non ci può nulla, e che l'angoscia si manifesta con lamenti e lagrime. E nella terza stanza continua a narrare come questa “nemica figura„, che ha vinto il suo libero arbitrio (la virtù che vuole), lo conduca a suo talento, dove vuol ella e non esso. Egli è la neve che va al sole... Oh! di ciò si ricorderà nella Comedia, dicendo, che il poema l'ha fatto macro! È prigione, va a morire. Ma gli par di sentire parole di speranza... Chi le pronunzia? Oh! noi lo sappiamo, chi. È Virgilio, son le Muse, è il buon Apollo, è la coscienza del lungo studio e del grande amore e dell'alto ingegno! E nella quarta esprime il concetto del lampo e del tuono, della luce seguìta dalle tenebre; che è la visione del poema, intera e perfetta, seguìta dallo scoramento di chi deve ricostruirla a parte a parte.

L'ultimo:

Così m'hai concio, Amore, in mezzo l'alpi,
nella valle del fiume
lungo il qual sempre sopra me sei forte.

Perchè lungo l'Arno, l'Amore è più forte di Dante? Perchè lungo l'Arno egli già pensò la Comedia, ossia vide la mirabile Visione; e qui ora la ripensa, e qui la rivede.

Qui vivo o morto, come vuoi, mi palpi
mercè del fiero lume
che folgorando fa via alla morte.

Il fiero lume che uccide folgorando, è quel lampo dell'epistola e quel dolce riso della stanza precedente, seguiti ambedue dal tuono e dallo sbalordimento.