Lasso! non donne qui, non genti accorte
vegg'io, a cui incresca del mio male:
se a costei non ne cale,
non spero mai da altrui aver soccorso.

S'intende: solo l'adempimento del suo mirabile proposito, sola la Comedia, può consolarlo: nessun'altra felicità umana. E si noti che, intendendo a lettera, d'una donna vera, il concetto sarebbe ben puerile!

E questa, sbandeggiata di tua corte,
Signor, non cura colpo di tuo strale,
fatto ha d'orgoglio al petto schermo tale,
ch'ogni saetta li spunta suo corso,
per che l'armato cuor da nulla è morso.

Oh! questo si può dire, e si diceva su per giù, di qualunque donna che si dinegasse all'amatore; eppure le parole hanno un vigore speciale, quando sia tratto dal senso allegorico. La frase “sbandeggiata di tua corte„ significa, sì, nell'apparenza letterale, “insensibile all'amore„, ma non lo significa bene. Bene invece mostra l'altro significato: “non è una femmina come le altre: è un'idea„. E l'ultima espressione, più che una femmina orgogliosa e fredda, ci fa apparir dinanzi la volontà del Poeta, armata da tutto l'odio e da tutto l'amore, e dal desìo dell'arte e della gloria e della patria e della vendetta.

Ed ora si oda il commiato:

O montanina mia canzon, tu vai:
forse vedrai Fiorenza la mia terra,
che fuor di sè mi serra,
vota d'amore, e nuda di pietate:
se dentro v'entri, va dicendo: Omai
non vi può fare il mio signor più guerra:
là ond'io vegno una catena il serra
tal, che se piega vostra crudeltate,
non ha di ritornar più libertate.

Dalla fonte dell'Arno manda la canzone per la fiumana a trovar Fiorenza. Ella già dal 1311 ha rinnovata contro il Poeta la sentenza di morte, che doveva poi, nel 1315, estendere anche ai figli. Con la sua testa, per la quale già presentiva l'alloro immarcescibile, sarebbe dovuta cadere anche quella dei figli, cui in ogni caso faceva innocenti l'età novella. Ma esso, con le sue terribili lettere, non era, verso la patria, innocente: egli aveva fatto guerra alla guelfa città. Ed egli ora fa annunziare la tregua. Risponde, con questi versi, alla riforma di Baldo d'Aguglione. Dice: sta bene! La immensa idea del poema sacro lo incatena. Anche se i Fiorentini vorranno impietosirsi e richiamarlo, egli non verrà, se non compiuto il poema che non è ancora cominciato. Quando per più anni questo avrà fatto macro il suo signore, e il triplice regno dell'oltremondo sarà descritto, allora sì: certo essi lo vorranno tra loro il Poeta, cinto di gloria, e il Poeta tornerà, non come un bandito cui si perdona, ma come un trionfatore che s'incorona.

L'Alpigiana che Dante amò nel suo anno quadragesimo ottavo, era dunque l'idea del suo poema, apparsagli come lampo tanto luminoso quanto rapido, seguito dal rimbombo confuso e lungo d'una meditazione piena di sgomento. Per una di quelle enormi ironie che la storia registra, nè altre ne conta più enorme di questa, la tradizione a questa Alpigiana eterea come il baleno, dalla voce di tuono che si franga tra l'alpi, prestò il gozzo, forse comune in alcuna di quelle vallate o borgate. La critica ha saputo distruggere la stolida credenza d'un amor volgare di Dante quasi vecchio, il quale ne scriva goffamente a Moroello; fosse egli il “vapor di vai di Magra„, uomo perciò grave e forte, o il giovanetto amico di Villafranca, unito al savio e dotto esule, come è verosimile, per la reverenza e l'ammirazione. A Moroello, invece, era ben naturale che Dante desse il nunzio della Comedia, come per oracolo, che forse egli solo al mondo poteva sciogliere. E qui alla probabilità sottentra l'evidenza.

Moroello Malaspina, al quale indirizzò l'epistola e l'augurale canzone, è (senza entrare in questioni) per certo, dunque, un di quelli che l'aveva ospitato nel suo castello, che il poeta magnificando chiama curia, di Lunigiana, alcuni anni prima. Mentre il Poeta là dimorava, avvenne ciò che narra il Boccaccio, così. Dante, egli narra, aveva cominciata, poi tralasciata la Comedia. “Ma non avvenne il poterne così tosto vedere il fine, come esso per avventura immaginò; perciò che mentre egli era più attento al glorioso lavoro, avendo già di quello sette canti composti, dei cento che deliberato avea di farne, sopravvenne il gravoso accidente della sua cacciata, ovvero fuga, per la quale egli, quella et ogni altra cosa abbandonata, incerto di sè medesimo, più anni con diversi amici e signori andò vagando. Ma non potè la nemica fortuna al piacer di Dio contrastare. Avvenne adunque che alcun parente di lui, cercando per alcuna scrittura in forzieri, che in luoghi sacri erano stati fuggiti nel tempo che tumultuosamente la ingrata e disordinata plebe gli era, più vaga di preda che di giusta vendetta, corsa alla casa, trovò un quadernuccio, nel quale scritti erano li predetti sette canti: li quali con ammirazione leggendo, nè sappiendo che fossero, del luogo dove erano sottrattigli, gli portò a un nostro cittadino, il cui nome fu Dino di Messer Lambertuccio, in que' tempi famosissimo dicitore in rima, e gliel mostrò. Li quali avendo veduto Dino, e maravigliatosi sì per lo bello e pulito stile, sì per la profondità del senso, il quale sotto la ornata corteccia delle parole gli pareva sentire, senza fallo quegli essere opera di Dante immaginò; e dolendosi quella essere rimasa imperfetta, e dopo alcuna investigazione avendo trovato Dante in quel tempo essere appresso il marchese Moruello Malaspina, non a lui, ma al marchese e l'accidente et il desiderio suo scrisse, e mandogli i sette canti. Li quali poichè il marchese, uomo assai intendente, ebbe veduti, e molto seco lodatigli, gli mostrò a Dante, domandando se esso sapea cui opera stati fossero. Li quali Dante riconosciuti, subito rispose che sua. Allora il pregò il marchese che gli piacesse di non lasciare senza debito fine sì alto principio. Certo, disse Dante, io mi vedea nella ruina delle mie cose questi con molti altri miei libri avere perduti, e perciò sì per questa credenza, e sì per la moltitudine delle fatiche sopravvenute per lo mio esilio, del tutto avea la fantasia, sopra questa opera presa, abbandonata. Ma poichè inopinatamente innanzi mi sono ripinti, e a voi aggrada, io cercherò di rivocare nella mia memoria la imaginazione di ciò prima avuta, e secondo che grazia prestata mi fia, così avanti procederò. Creder si dee lui non senza fatica aver la intralasciata fantasia ritrovata; la quale seguitando, così cominciò: Io dico seguitando ch'assai prima etc.; dove assai manifestamente, chi ben riguarda, può la ricongiunzione dell'opera intermessa riconoscere„.[248]

Togliete da questa narrazione ciò che è frasca e fantasia o logica del narratore; togliete specialmente ciò che cotesta fantasia ha aggiunto in contradizione coi fatti; per esempio che fossero i sette canti de' quali nel sesto Ciacco predice cose avvenute nell'anno del bando; la qual aggiunta si deve a quel principio del canto ottavo, che appunto il narratore cita; togliete quel che volete: la narrazione in fondo vi apparirà esatta.[249] Dante aveva intermessa la mirabile visione, sebbene, non per essere stato cacciato in esilio, sì per essersi incamminato nella via della vita civile. Però dal 1292 al '95, su per giù, aveva studiato con la mente a quella. È naturale quindi che avesse scritto alcunchè, delle sue grandi fantasie mistiche, in prosa e magari in versi. Questi appunti o questa bozza venuta sotto gli occhi di Dino di messer Lambertuccio, è naturale che lo facesse maravigliare “sì per lo bello e pulito stile, sì (aggiungiamo noi, specialmente) per la profondità del senso, il quale sotto la ornata corteccia delle parole, gli pareva sentire„. Ed è naturale che questi appunti o questa bozza non fosse d'opera che nel 1301 o '2 avesse alle mani (chè altrimenti l'avrebbe recata seco, dovunque egli fosse allora) sì di cosa da tempo intralasciata. Ma la verità lampeggia nella circostanza, che tale, comunque fosse cominciamento creduto della Comedia, si fosse mandato a Moroello, al quale è indirizzata la epistola sibillina e la canzone augurale. Queste fanno veder di essere rivolte a un iniziato, a uno che di tali cose avesse ragionato in altri tempi, e ora potesse comprendere. Dante con esse dice a Moroello: “Sì, quel poema di cui voi allora m'esortaste a riprender l'idea, sì, lo farò. Appena toccato l'Arno, l'antico amore m'ha ripreso. Ma qual terribil cosa! Ho lasciato il Convivio, e sotto la guida d'Amore comincio il gran viaggio. A voi è giusto che lo faccia sapere„.