[XXIII.]
LA SELVA E LA FORESTA
In Ravenna, nella città dove aveva già fatto l'ultimo nido l'aquila, prima che sotto lei Carlo Magno vincesse, Dante cominciò è finì il poema sacro che aveva ripensato nel Casentino, consolando con la visione giovanile il suo profondo dolore per la morte dell'alto Arrigo e per lo svanire d'ogni sua speranza. Lo cominciò disegnando, sin dal primo canto proemiale, e lo svolgimento del poema e, specialmente, la prima parte del viaggio, per cui lo condurrà Virgilio: da una selva a una foresta. Chè in vero a Virgilio che gli ha proposto questo viaggio e poi ha aggiunto che se vorrà, potrà salire anche al cielo, Dante, che per una ragione dottrinale non può volere ora ciò che vorrà allora, risponde:
Poeta, i' ti richieggio,
············
che tu mi meni là dov'or dicesti,
sì ch'io vegga la porta di San Pietro
e color che tu fai cotanto mesti:
il purgatorio, cioè, e l'inferno, come Virgilio gli ha proposto l'inferno e il purgatorio. La selva, con la quale il poema s'inizia, presuppone la foresta, con cui si chiude la seconda cantica.
Il Poeta disegnando la selva oscura, dove il sole taceva, aveva già in mente la foresta che solo temperava agli occhi la luce; figurando quella come amara quasi quanto la morte, pensava quell'altra che è divina e viva; quella selvaggia, aspra e forte; quell'altra piena di odori, di brezze, di canti d'uccelli; quella che ci s'entra senza saper d'entrare e che si riguarda con orrore e si ripensa con paura; quell'altra che si è vaghi di cercar dentro e dintorno. Dante sin da quando sè rappresentava come naufrago in una valle, in un deserto, in un basso loco, sentiva frusciare la pineta “in sul lito di Chiassi„. Ciò a conferma, non a prova. Cominciò, dunque. Narrò di essersi ritrovato in una selva oscura
nel mezzo del cammin di nostra vita,
cioè a trentacinque anni, cioè nell'anno mille e trecento.[250] Il sole era in Ariete: era dunque l'equinozio. La notte che aveva passata con tanta pietà, fu uguale al dì che dal principio del mattino all'andarsene del giorno Dante passò nella piaggia diserta procedendo verso il colle e arretrando da quello sino alla selva.[251] Dante chiamerà poi decenne la sete che ebbe di Beatrice; (Pur. 32,2) Beatrice dirà, che egli volse i passi per via non vera, tosto ch'ella morì. (Pur. 30, 124) Orbene: i dieci anni, dal 1290 al 1300, di traviamento, non sono da considerarsi tutti passati nella selva e nella notte, ma anche nella piaggia diserta e nel giorno, sino alla sera, nella quale, dopo un nuovo colloquio con Virgilio, entra nell'oltremondo. Il tempo passato nell'oltremondo va computato a parte: quei giorni, quanti che siano, sono di ventiquattr'ore, mentre la notte e il dì che lì precede sono un decennio intero. E poichè era l'equinozio, possiamo affermare che Dante affermi d'aver passato cinque anni nella selva e cinque nella piaggia diserta. Il che sembra veramente coincidere con l'entrata di Dante nella vita civile, la qual entrata fu nel 1295. E a puntino; perchè entrò o pensò d'entrare nella vita civile nella primavera, come nella primavera riprese via per la piaggia diserta.[252]
In tal caso il verso “mi ritrovai per una selva oscura„ è più comprensivo che non paia. Selva, la cui imagine mal si può disgiungere da bestie selvaggie, indica nel primo verso, ciò che “valle„ nel colloquio con Brunetto: (Inf. 15, 30) sì la selva “fonda„ (Inf. 20, 129) e sì la piaggia diserta son tutte una selva: fonda, quella nella notte, e la luna, sebben piena, a stento mostrò la via; rada, questa, come si capisce dall'antitesi, sia che fonda indichi il mezzo, sia che indichi il folto.[253]
Ma con ciò (intendiamoci!) non cessa la distinzione tra selva e piaggia. Solo si deve avvertire che bisogna aggiungere un aggettivo a selva traendolo, anche più che dalla sua asprezza e fortezza, dal tempo che Dante vi passò. Nella selva egli fu di notte, nella piaggia si trovò di giorno. Selva oscura, dunque: oscura, non ostante che ci fosse la luna, non ostante che la luna fosse piena;[254] perciò oscura, perchè molto spessa. E tuttavia il concetto d'oscurità proveniente dalla notte, predomina, così come spesso l'essenza mistica mal si accomoda sotto la pervenza letterale.
Per dirla più esattamente, la selva della Comedia è quel medesimo che la selva del Convivio. Della quale il poeta così parla: “L'adolescente ch'entra nella selva erronea di questa vita, non saprebbe tenere il buon cammino...„. (Co. 4, 24) La selva erronea è la vita; la vita cosciente, nella quale si erra se non si è guidati. E così è la selva della Comedia: la vita, nella quale è l'oscuro e il chiaro, la via diritta e la via torta, anzi due grandi strade e molti tragetti. “Noi potemo avere in questa vita due felicità, secondo due diversi cammini buoni e ottimi, che a ciò ne menano: l'una è la vita attiva, e l'altra la contemplativa„. (Co. 4, 17) Sono, le operazioni proprie di queste due vite, “vie spedite e direttissime a menare alla somma beatitudine, la quale qui non si puote avere„. (Co. 4, 22). Ora, queste due vie che menano tutte e due a Dio, Dante altrove chiama, e ben a ragione, “cammino (al singolare) di nostra vita„, che è volto al termine del suo sommo bene. (Co. 4, 12) Sicchè intende di tutte e due le vie, quando soggiunge: “Questo cammino si perde per errore, come la strada della terra: chè siccome da una città a un'altra di necessità è un'ottima e dirittissima via, e un'altra che sempre se ne dilunga, cioè quella che va nell'altra parte, e molte altre, qual meno allungandosi e qual meno appressandosi; così nella vita umana sono diversi cammini, delli quali uno è veracissimo e un altro fallacissimo, e certi men fallaci e certi men veraci. E siccome vedemo che quello che dirittissimo va alla città compie il desiderio e dà posa dopo la fatica, e quello che va in contrario mai nol compie e mai posa dare non può; così nella nostra vita avviene: lo buono camminatore giunge a termine e a posa; lo erroneo mai non la giugne, ma con molta fatica del suo animo sempre cogli occhi golosi si mira innanzi„. (Co. 4, 12) Intendiamo qui dunque che Dante parla di ognun dei due cammini, i quali hanno, come s'è visto, la meta comune; e per questa comunanza Dante li considera uno solo. E ognun di questi due cammini, della vita attiva e della contemplativa, è il veracissimo tra diversi cammini, e c'è con esso il fallacissimo, e certi men fallaci e certi men veraci. Il che torna a dire: Due vie ha la nostra vita. Tutte e due conducono a una meta nell'esistenza nostra oltremondana: a Dio. Ma in questa esistenza mondana conducono a due beatitudini diverse, una imperfetta, l'altra quasi perfetta. E ogni uomo, in ambedue le vie, può andar verso la meta e può andare al punto opposto, o può prendere sentieri diversi, più o meno deviando e tardando.