E Dante nella Comedia dice che nella selva della vita smarrì la strada, (a 35 anni?) e si ritrovò nella oscurità di essa selva, cioè in luogo dov'ella era selvaggia e aspra e forte e paurosa: poi, al mattino, fu all'orlo di essa selva, dove ella era men folta, e vide un colle illuminato dal sole, che è una delle due mete in questa esistenza. Ma questa meta non era quella che doveva e poteva raggiungere, e perciò la via che imprese nella piaggia diserta verso il colle, non era la via diritta. La via diritta, l'abbandonò pien di sonno. E questa via era quella cui seguendo, egli era “in dritta parte volto„; era l'altra via, la via della vita contemplativa. Dunque, riassumendo, Dante nella selva o valle della vita, prima era per quello dei due cammini, che mena alla felicità quasi perfetta od ottima in questa vita. Si smarrì. Entrò nel folto di essa selva, nel basso di essa valle. Ci si ritrovò, dopo una notte d'angoscia e di paura. Era, quando rinvenne dal suo errare, sull'orlo o sulla radura della selva, e per l'altro cammino, che conduce alla felicità buona, rispetto all'ottima, imperfetta, rispetto alla quasi perfetta. Quel cammino e' non potè tenere, sì che arretrando e ruinando veniva già a esser di nuovo nell'oscurità della selva e nella bassura della valle.[255]
Che è la selva oscura nella quale Dante si smarrì deviando da quella diritta via, in cui quando camminava, egli era in dritta parte volto? la selva oscura dove il sol tace e che è in basso loco, nella quale tornava ruinando dopo essersi provato a salire il colle?
Ella è, prima di tutto, oscura. È quasi morte. È piena di paura. È bassa. (Inf. 1, 14, 61)[256] Chi ci si aggira, è vile perchè ha paura, vilissimo perchè ne ha tanta (chi non segue il cammino mostratogli è vile); è cieco (naturalmente, perchè la selva è oscura), onde il Poeta fa l'altro viaggio “per non esser più cieco„; (Pur. 26, 58) è morto, poichè ella non lascia mai “persona viva„, ed ella è in vero tanto amara “che poco è più morte„; è servo, poichè Dante medesimo esclama ver Beatrice, che gli ha mandato Virgilio, quando il suo amico era volto per paura, e lì lì per morir di nuovo (Inf. 2, 64), cioè quando ruinava in basso loco; esclama:
Tu m'hai di servo tratto a libertate!
(Par. 31, 85)
E invero Virgilio dice a Catone, che il suo discepolo andava cercando libertà (Pur. 1, 71); e libero invero lo proclama al termine del viaggio in cui esso gli è duce. (Pur. 27, 140) Sicchè la libertà Dante l'acquista (dovremmo dire, riacquista), già nell'orlo della divina foresta, non nell'empireo. Il che egli dice chiaramente a Beatrice stessa, affermando ch'ella lo trasse a libertà, mediatamente,
per tutte quelle vie, per tutt'i modi
che di ciò fare avean la potestate.
(Par. 31, 86)
E lo dichiara Beatrice, quando appunto in Virgilio rimette queste vie e questi modi:
Or muovi, e con la tua parola ornata
e con ciò ch'ha mestieri al suo campare,
l'aiuta sì ch'io ne sia consolata.
(Inf. 2, 67)
Dante dunque divien libero (dovrei dire, ridiventa) sul grado superno della scala, col sole avanti che lo illumina in fronte. (Pur. 27, 125)
Lo tuo piacere omai prendi per duce: