Questo disio ch'ebbero i non battezzati in vita, e hanno in morte per castigo (vivono con disio senza speme), è quel medesimo che è detto nell'altro passo riferito: di veder l'alto Sole. Dunque in vita desiderarono invano e invano sospirano in morte il sole, il lume: quel lume che vien dal sereno, e che se dal sereno non viene non è lume ma è tenebra; (Par. 19, 64) quel lume, nel fatto, che è nel limbo (Inf. 4, 68, 103, 116) e che pur non impedisce che sia luogo di tenebre. (Pur. 7, 29)[262] Insomma il macchiato della colpa originale, è nel limbo per non aver fatto e per non aver veduto il lume. Questo non fare e non vedere sono appunto ciò che S. Agostino chiama difficultas e ignorantia,[263] le quali sono poenalia del peccato cui la nostra natura “peccò tota nel seme suo„, cioè in Adamo. (Pur. 7, 85) E così almeno per l'ignoranza, vediamo che Dante acconsente al santo padre, nel concetto di tal penalità, dando per lutto a quelli che desiderarono invano la luce questo medesimo desiderio di luce, il quale a sua volta era pena anche in lor vivente; pena e non destino o necessità.
Ora questa difficultas e questa ignorantia sopravivono al battesimo? Rileggiamo: (Pur. 16, 75)
Lume v'è dato a bene ed a malizia,
e libero voler che, se fatica
nelle prime battaglie col ciel dura,
poi vince tutto, se ben si notrica.
Il volere, per quanto libero e per quanto illuminato, dura fatica, cioè prova difficoltà. Ma chi lo libera, il volere, chi lo illumina? Il battesimo che ha “virtù illuminativa e fecondativa alle buone opere„.[264] Dunque, secondo Dante e secondo tutti i padri e i dottori, anche dopo il battesimo la volontà umana, in conseguenza dell'umana colpa, deve faticare per conservare, diciamo, quel lume e quella libertà, provando sempre difficoltà e ignoranza.
E Dante dice, quando: nelle prime battaglie. Dice, che bisogna notricarlo, il volere; e notricare è parola di fanciullezza. E in verità Marco Lombardo continua la sua spiegazione (Pur. 16, 85) così:
Esce di mano a lui che la vagheggia
prima che sia, a guisa di fanciulla
che piangendo e ridendo pargoleggia,
l'anima semplicetta che sa nulla,
salvo che mossa da lieto fattore
volentier torna a ciò che la trastulla.
Di picciol bene in pria sente sapore;
quivi s'inganna, e dietro ad esso corre...
La metafora è cambiata: non si parla più di battaglie e di nutrimento; ma si tratta della stessa cosa. Il cielo ha iniziati i movimenti di quest'anima semplicetta. Ella, per quest'impulso, corre a un bene. S'inganna, cioè non si fa illuminare da quel lume che c'è dato a bene ed a malizia. Corre dietro ad esso falso bene, falso perchè picciolo, mentre è creduto grande. Corre, cioè non fatica a trattenersi e non vince quella prima battaglia. Ha avuto la luce e la libertà, cioè il battesimo; ma non ne usa. Quando? Quando è più necessario che mai, ch'ella non sia corriva; nell'età che decide sovente di tutta la vita; nella primavera o nell'adolescenza in cui si forma l'avvenir della pianta o dell'uomo. Quand'ell'è fanciulla e semplicetta, quando bisogna ch'ella fatichi e si notrichi. E anche questa fatica e questo nutrimento sono per lo più vani,