se guida o fren non torce il suo amore.

Onde convenne legge per fren porre,
convenne rege aver, che discernesse
della vera cittade almen la torre.

Ci vuole una guida, che discerna per lei; è necessario un lume altrui, poichè il suo non vale. Ci vuole una legge per freno; è necessario un voler altrui, che aiuti il suo a durar quella fatica e a vincer quelle prime battaglie. Ora nessuno, spero, dirà che sono sottile e oscuro se affermo che questa guida di re che discerne, è ciò che i filosofi chiamano prudenza regnativa, e quel freno di legge che dirige l'amore dell'anima, è ciò che i filosofi dicono giustizia legale.[265] E ognuno consentirà nel vedere l'identità del discorso di Marco Lombardo con l'argomentazione del libro de Monarchia:[266] “Ogni concordia dipende dall'unità che è nei voleri. Il genere umano, quando meglio vive, è una cotal concordia; chè come un individuo, quando meglio vive, sì rispetto all'anima sì rispetto al corpo, è una cotal concordia (la qual concordia, aggiungo, è procacciata dal reggere della prudenza individuale), e similmente una casa, una città, un regno (prudenza economica e politica); così tutto il genere umano. Dunque il genere umano, quando meglio vive, dipende dall'unità che è nei voleri. Ma questo non può essere, se non c'è un volere unico, signore e regolatore di tutti gli altri in uno; poichè le volontà dei mortali per le blande dilettazioni dell'adolescenza hanno bisogno di direzione, come il Filosofo insegna nell'ultimo libro a Nicomaco. Nè può esistere questo unico volere, se non c'è un unico principe, il cui volere sia signore e regolatore di tutti gli altri„; (M. 1, 17) se non c'è insomma una cotale incarnazione della prudenza rettrice e regolatrice.

Marco Lombardo doveva rispondere al dubbio di Dante, qual fosse la cagione per che il mondo era “così tutto diserto d'ogni vertude„; e risponde perciò, dimostrando perchè “il mondo presente disvia„, e non perchè disvia il singolo uomo, unus homo; ma è tutto un perchè, per sì unus homo e sì domus e civitas e regnum e genus humanum. E il perchè è il manco di lume che discerna e di volere che vinca; e ciò per l'ignoranza e difficoltà, penali della prima colpa, le quali persistono oltre il battesimo.

Ora la selva oscura è questa ignoranza, la selva aspra e forte è questa difficoltà. È il peccato originale nelle sue conseguenze. È dunque un uomo, non il mondo presente, che disvia; ma, considerando che quest'uomo che si ritrova “nel mezzo del cammin di nostra vita„, sembra un uomo tipico, l'umanità in genere; possiamo dire, sì che è il mondo d'allora che disviava. L'uomo disvia: la diritta via era smarrita. L'uomo entrò nella selva pien di sonno: s'ingannò e corse dietro al primo picciol bene di cui sentì sapore. E più l'esatta somiglianza vedremo tra il mondo presente descritto da Marco, e Dante che si smarrisce nella selva, se ricorderemo le parole on cui Beatrice rimprovera a Dante il suo disviare. (Pur. 30, 121)

Alcun tempo il sostenni col mio volto;
mostrando gli occhi giovinetti a lui
meco il menava in dritta parte volto.

Dante aveva, prima di disviare, una guida o freno che torceva il suo amore, sì che esso non correva dove sentiva sapore di picciol bene.

Sì tosto come in su la soglia fui
di mia seconda etade e mutai vita,
questi si tolse a me, e diessi altrui.

Ciò, dunque, dieci anni prima, quando Dante aveva venticinque anni, quando era appena entrato anche lui nella giovinezza, quando insomma avevano ancor luogo quelle blande dilettazioni dell'adolescenza, che fan necessaria la direzione d'alcuno.

Quando di carne a spirto era salita,
e bellezza e virtù cresciuta m'era,
fu' io a lui men cara e men gradita.