S'ingannava, dunque, Dante, poichè trovava men bellezza e men virtù, dove la bellezza e la virtù erano cresciute.
E volse i passi suoi per via non vera
imagini di ben seguendo false,
che nulla promission rendono intera:
S'ingannava, dunque, s'ingannava: correva dietro al picciol bene, cioè a imagini false di bene, che si trovano poi vane. S'ingannava: l'afferma Beatrice parlando a lui per punta: (Pur. 31, 22)
Per dentro i miei disiri
che ti menavano ad amar lo bene
di là dal qual non è a che s'aspiri,
quai fosse attraversate o quai catene trovasti? Non c'erano, e tu ne trovasti! Eri abbagliato!
E quali agevolezze, o quali avanzi
nella fronte degli altri si mostraro
perchè dovessi lor passeggiare anzi?
Erano speciose imagini di bene; non erano il bene. Eri illuso! E Dante se ne confessa:
Le presenti cose
col falso lor piacer volser miei passi
tosto che 'l vostro viso si nascose:
il viso che lo menava seco in dritta parte volto; la luce equivalente a quella guida, che discerne per gli altri. E Beatrice continua confermando sempre che il disviare di Dante era dovuto a tale inganno d'anima fanciulla e semplicetta, paragonando l'amatore a un augelletto, che, già pennuto, non doveva ricader più negli inganni dell'uccellatore. E Dante sta nella sua vergogna, muto, con gli occhi a terra, come un fanciullo; quando Beatrice gli ricorda ch'egli è un fanciullo con la barba![267]
Questa teorica di Marco si ricongiunge col discorso di Virgilio intorno all'amore. Questi dice che l'amore d'animo (Pur. 17, 95)