puote errar per malo obbietto
o per troppo o per poco di vigore,

e così dare origine ai sette peccati attuali, di cui si purga la macchia nelle sette cornici del purgatorio. Ma dà loro origine mediatamente. Invero l'amore è un moversi ver cosa che piaccia, un piegar verso lei. Poi l'animo entra in desire, sin che non posa nella quiete del possesso. (Pur. 18, 19) Quella prima voglia

merto di lode o dì biasmo non cape.

Il principio di meritare è nell'assentire o negare che fa “la virtù che consiglia„, agli atti della volontà che seguitano quella prima voglia illaudabile e incolpabile. Questa virtù consigliatrice ha la libertà di accogliere e vigliare (ossia escluder, gettar via) i buoni e i rei amori. E questa virtù della virtù consigliatrice, d'esser libera, si chiama “la nobile virtù„. E nobile sappiamo che Dante intendeva “non vile„. (Co. 4, 16) Marco ha detto che abbiamo, nelle nostre battaglie col cielo ossia con le disposizioni naturali, lume per discernere il ben dal male, e volere libero per ripugnare e acconsentire. Il lume, cioè, la virtù che consiglia; il libero arbitrio o libero volere, ossia la libertà di accogliere o rifiutare quel consiglio, ossia la nobile virtù.

La virtù consigliatrice deve “tener la soglia„ dell'assentimento. Seguiamo la metafora dantesca che non è suggerita dalla rima. Avanti il limitare della porta, dove sta la virtù che consiglia, nel vestibolo insomma, è la prima voglia, che non può meritare biasimo o lode.[268] Ella è la virtù del conoscere e la virtù dell'amare; del conoscere certe prime notizie, dell'amare certi primi appetibili; un intelletto e un affetto; un lume e un moto. Se essa vuol entrare, cioè procedere ad ulteriori operazioni, trova sulla soglia la nobile virtù che dice sì alle buone, no alle cattive, ma le lascia passare entrambe. E le prime hanno lode e le seconde biasimo; ed è giustizia che le prime portino letizia e le seconde lutto. Se quella prima voglia resta di là, avanti la porta, non cape merito di lode e di biasimo, e non è giustizia che abbia letizia o lutto, premio o pena. Quella voglia non ha osato sottoporsi al giudizio della virtù nobile, cioè non vile. Diremo ch'ella è vile. La virtù che consiglia, non ha avuta occasione d'illuminarla, quella prima voglia. Diremmo ch'ella è nell'oscurità. Eppure è lì, avanti lei, la porta donde passare.

Così Dante o l'uomo in genere erra talvolta in una selva oscura, che ha un passo. (Inf. 1, 26) Uscendo di quello, si vede lume; uscendo di quello, cessa la paura, almeno un poco. Finchè l'uomo rimase nella selva, assonnato e pauroso, quasi morto e ottenebrato, non aveva che quella prima voglia. Ma egli non s'accorgeva d'averla, poichè tale intelletto di prime notizie, tale affetto di primi appetibili, non sono sentiti senza operare, non si dimostrano che per effetto, come in una pianta la vita apparisce soltanto per mettere le foglie. Quell'intelletto e quell'affetto foglie non misero, sicchè non mostravano la lor vita, pur essendo vivi: erano, insomma, quasi morti, perchè morti parevano.

In che differiva allora Dante, o l'uomo, da un parvolo? Egli parla altrove delle prime voglie dei parvoli. Così: “.... Vedemo li parvoli desiderare massimamente un pomo; e più oltre procedendo desiderare uno uccellino; e poi più oltre desiderare bello vestimento, e poi il cavallo, e poi una donna, e poi ricchezza non grande, e poi più grande, e poi più. E questo incontra perchè in nulla di queste cose trova quello che va cercando, e credelo trovar più oltre„. Il “parvolo„ via via qui è cresciuto ad uomo, o, meglio, s'è fatto adolescente; e tuttavia cavallo e donna e ricchezza non grande e più grande e vie più, sono, non meno che il pomo e l'uccellino e il bello vestimento, tali appetibili cui appetire è senza lode e senza biasimo. Che sono naturali; tanto è vero, che sono introdotti a significare l'ampliarsi, dalla punta ver la base, della piramide dei desiderabili; e la punta o il vertice è quel pomo, e la base è Dio. (Co. 4, 12) È un paragone, quello, a dimostrare come l'anima semplicetta, che sa nulla, cerchi il suo lieto fattore in tali piccioli beni, di cui i più piccioli sono il pomo e l'uccellino. In un altro paragone, ella è un peregrino. “Siccome peregrino che va per una via per la quale mai non fu, che ogni casa che da lungi vede, crede che sia l'albergo, e non trovando ciò essere, dirizza la credenza all'altra, e così di casa in casa tanto, che all'albergo viene; così l'anima nostra, incontanente che nel nuovo e mai non fatto cammino di questa vita entra, dirizza gli occhi al termine del suo sommo bene (torna a ciò che la trastulla); e però qualunque cosa vede, che paia avere in sè alcun bene, crede che sia esso. E perchè la sua conoscenza prima è imperfetta, per non essere sperta nè dottrinata, piccioli beni le paiono grandi; e però da quelli comincia prima a desiderare„. (ib.) Così l'anima, la cui conoscenza è imperfetta, per non essere sperta nè dottrinata, l'anima che è a guisa di fanciulla e pargoleggia, è assomigliata al parvolo. E in cotali suoi movimenti da picciol bene a picciol bene, da casa a casa, non merita nè lode nè biasimo. Ora vi sono alcuni uomini che restano parvoli molto tempo più che non si soglia o si debba, e anche per tutto il tempo della lor vita; che dimorano sempre, per dirla con Dante, “nel basso stato della puerizia„, non toccando mai il sommo o il colmo dell'età. (Co. 4, 23) Ma che dico alcuni uomini? “La maggior parte degli uomini vivono secondo senso, e non secondo ragione, a guisa di pargoli; e questi cotali non conoscono le cose se non semplicemente di fuori, e la loro bontade... non veggiono (hanno la conoscenza imperfetta), perocc'hanno chiusi gli occhi della ragione„. E questa è “puerizia, non dico d'etade, ma d'animo„. (Co. 1, 4) Questi sifatti, che hanno chiusi gli occhi della ragione e vivono secondo senso sono quelle genti che “ambulant, in vanitate sensus tenebris obscurati„; (Ep. V, 10) e Dante, errando nella selva oscura, con gli occhi come chiusi, viveva secondo senso, e non secondo ragione, in vanitate sensus, a guisa di pargolo.[269] Senza meritare, perciò, nè biasimo nè lode. E come la maggior parte degli uomini.

Siffatti pargoli, d'animo, che formano la maggior parte del genere umano, in che differiscono dai pargoli d'età? In questi la prima voglia non mise le verdi fronde; in quelli certo le mise, poichè a lungo vissero. Ma d'una pianta, d'un tallo, d'un ramo[270] la vera vita non si estrinseca già soltanto con le foglie: essi vivono per dare il frutto. Ora tale ramo o tallo o pianta nei pargoli d'animo, crescendo essi nella vita, fiorì per dare il frutto, e non lo diede, in ciò simile a quello dei parvoli d'età, che però non misero nemmen le foglie, se morirono subito; non misero le foglie che sono fatte, del resto, per difensione del frutto futuro. (Co. 4, 24). Il frutto nei parvoli d'età, morsi dal dente della morte anzi ora, non venne; non venne nei parvoli d'animo. Il volere o la voglia in questi germinò le foglie e fece il fiore; sì: (Par. 27, 124)

ben fiorisce negli uomini il volere,
ma la pioggia continua converte
in bozzacchioni le susine vere.

In primavera, cioè nell'adolescenza, le intemperie impedirono al fiore di legare bene e di dare il frutto. Il frutto appena formato imbozzacchì e cadde. Nell'una e nell'altra specie di parvoli restò senz'altro segno di vita quel volere o quella voglia che “merto di lode o di biasimo non cape„.