Come? Rimanendo nella selva, o tornandovi dopo esserne uscito. Essere nella selva significa essere selvatico, appuntino. La selva è appunto questo o non fiorire o fiorire senza frutto, del volere. È l'ignoranza e la difficoltà che nascono dall'umana colpa; a cui consegue in questo mondo, facile è intuirlo, tolto ogni sapere o vedere o operare, una nullità assoluta in vita e in morte. Che l'uomo che v'è dentro, è un cieco, un servo, un parvolo d'animo, un bozzacchione, uno di cui, quando muore, si può dire che non fu mai vivo. Essere nella selva significa essere nella condizione di “arbori...„ cioè di tali “che non hanno vita di scienza e d'arte„.[272] Dante dice di sè, d'esserci stato in tal selva, d'esserne uscito e poi d'aver rischiato di tornarci. Ma non ci tornò! Ed egli appunto scrisse il volume eterno per mostrare come da servo si vada a libertà, come “da stato di miseria„ si possa giungere “a stato di felicità„. (Ep. XI, 15) Le quali ultime parole sono così esatte, da far pensare molto. Che è invero lo stato di miseria? La miseria del genere umano è “il giogo„ di cui lo gravò il peccato originale.[273] Dal peccato originale, ossia dalla selva oscura, muove il Poeta in persona del genere umano, per giungere all'innocenza prima e poi alla visione di Dio, alla divina foresta e all'Empireo.[274] In tale viaggio dell'uomo e del genere umano, sarebbe stata una smemorataggine e una insipienza che neanche quelli che oggidì parlano di Dante come d'un pover'uomo, saprebbero creder possibile, non cominciare da ciò che è la mossa e la causa;[275] dalla colpa umana, e dalle sue conseguenze persistenti in noi, che sono la cecità e la ignavia, la servitù e la morte; in una parola, la miseria.[276]
Oh! ella è ben grande! Comincia dal primo vagito di chi nasce e va sino all'ultimo alito di chi muore.[277] La vita non è che un morbo; non è anzi che una morte. La morte entrò nel mondo col peccato di Adamo. Di tale miseria, dice Dante che è duro dir qual era! Chi potè descriverla mai? Ecco un certo autor di Dante, in opera certo a lui nota: “Chi... basta, pur con un gran fiume d'eloquenza, a spiegare le miserie di questa vita? La quale Cicerone compianse... come potè; ma quanto è quel che potè?„[278] E altrove: “Chi può spiegare così in fretta tutti i pesi che fanno grave il giogo sopra i figli d'Adamo?„[279] Come sarebbe strano, senza questi raffronti, quel preparare una descrizione senza poi farla!
[XXV.]
IL PASSO
Il core nella notte era stato compunto di paura; nel lago del core gli era durata la paura; l'animo, quando Dante fu uscito dalla selva e dalla notte, ancor fuggiva. Animo e cuore sono qui per appetito,[280] l'appetito che “seguita e fugge„, (Co. 4, 22) che “mai altro non fa che cacciare e fuggire, e qualunque ora esso caccia quello che è da cacciare, e quanto si conviene, e fugge quello che è da fuggire, e quanto si conviene, l'uomo è nelli termini della sua perfezione„. (ib. 26) Invero l'animo opera prima indistintamente, “poi viene distinguendo quelle cose che a lui sono più amabili e meno, e più odibili, e seguita e fugge, e più e meno, secondochè la conoscenza distingue„. (ib. 22) Ciò che aveva provato nell'oscurità della selva, era ineffabile e irricordabile: ne restava come un senso di paura. Dante non poteva dire di quella notte, se non che la passò con tanta pièta. Pièta è a pietà ciò che miseria a misericordia. Dante non può dire se non che usciva da uno stato di miseria. La conoscenza altro non distingueva. Ora distingue. L'animo fugge dalla selva, e seguita o caccia verso il colle illuminato. Questa conoscenza che distingue tra la selva e il colle, tra il male e il bene, e che è la discrezione, cioè “lo più bello ramo che dalla radice razionale consurga„, (Co. 4, 8) si chiama concordemente “prudentia„, cioè quella virtù “per cui discerniamo (dignoscimus) tra il bene e il male„,[281] cioè “la cognizione (scientia) di ciò che è da appetire e ciò che è da schivare„;[282] e che in Dante è chiamata “la virtù che consiglia„, come quella in vero il cui atto precipuo è consiliari, come quella che dirige per consigliare l'elezione.[283] In fatti Dante afferma che dalla prudenza vengono i buoni consigli. (Co. 4, 27) Senz'essa non può essere alcun'altra virtù:[284] sicchè la selva oscura è lo stato di chi è senza alcuna virtù; il che non vuol dire, ripeto, ch'ella sia la selva dei vizi o la vita viziosa. Ella è la vita nulla. In lei non è se non quella prima voglia che non si dimostra che per effetto; e poichè effetto non ne era, così ella era indistinta, era come non fosse, e non meritava biasmo o lode. Giunto sul primo mattino a pie' d'un colle, per tale virtù Dante discerne; il suo animo ha guardato in alto e veduto il colle illuminato dal sole, e fuggendo tuttavia dalla selva,
si volse indietro a rimirar lo passo
che non lasciò giammai persona viva.
Non, giammai, persona! La negazione non potrebbe essere più enfatica. Non ne uscì giammai nessuno vivo, da quel passo; ne sarebbe uscito vivo l'unico Dante? No: morì anche lui nel passo. O qual è questo passo?
Dante era, nella selva oscura, un parvolo di animo. Fosse stato parvolo d'età, come avrebbe, la sua prima voglia indistinta, potuto meritare? prima ch'ell'avesse la prudenza che queste elezioni dirige? che discerne tra il bene e il male? che consiglia? Fosse stato parvolo d'età, Dante avrebbe meritato con la condizione del battesimo. Sarebbe stato, anche parvolo d'età, anzi specialmente se così, in una selva oscura, sonnolento, come morto, cieco, servo, nullo, sotto il giogo del peccato originale. Il suo intelletto e affetto, delle prime notizie e dei primi appetibili, non avrebbe varcato quella soglia su cui è la virtù che consiglia. Eppure il battesimo l'avrebbe a lui fatta varcare; e, morto subito, il parvolo sarebbe stato salvo, non per merito suo, ma per altrui, con l'intelletto come illuminato, con l'affetto come fecondato alle buone opere, secondo la duplice virtù del battesimo.[285] Parvolo d'età, col battesimo sarebbe uscito dal passo della selva. In vero il battesimo è raffigurato nel passo del mar rosso, nel camminar di Gesù sulle acque, nel galleggiar dell'arca sul diluvio.[286] E Dante, che ha raffigurato in una selva oscura l'ignoranza e la difficoltà prodotta dal peccato originale, volendo poi figurare il battesimo, che cancella il peccato originale, chiama, come si vede, passo quest'uscita della selva, quasi ella fosse un fiume, chè di fiumi o paludi egli dice altrove passo. Alto passo chiama l'ingresso nel regno della morta gente, che si fa passando lo Acheronte. (Inf. 2, 12; 3, 92, 124, 127) Altro passo è quello dello Stige (8, 21) per cui si entra in parte ben distinta di quel regno. E lo Stige, c'è poi uno “che al passo„ lo passa con le piante asciutte, (ib. 9, 80) Ora la selva oscura ha un passo come fosse acqua: Ma che! Ad acqua assomiglia. (Inf. 1, 22)
E come quei che con lena affannata
uscito fuor del pelago alla riva,
si volge all'acqua perigliosa, e guata;
così l'animo mio che ancor fuggiva,
si volse indietro a rimirar lo passo...
Ma che! Fiume è; non soltanto sembra. Lo dice Lucia a Beatrice. Dante è all'orlo della selva; e Lucia esclama: (ib. 2, 107)