è tenebra,
od ombra della carne o suo veleno.

È tenebra, è notte di pièta o miseria, e selva oscura. Il lume di grazia è pur quello che la luna riceve dal sole, per operare più virtuosamente; la luna che raffigura l'autorità imperiale, ed ha, secondo il trattatista di Monarchia, aliquam lucem ex se, sì che il Poeta della Comedia la chiama un altro sole; e dalla benedizione del pontefice, dunque, lucem gratiae. (M. 7, 4) Nè mai tanta ne riceve, quanta nel tempo in cui ella “riguarda il suo fratello per diametro dal purpureo della mattutina serenità„. Allora Dante la chiama Phoeba, come a dire un altro Phoebus, un altro sole. (M. 1, 13) Allora Dante a lei assomiglia la giustizia, quando nulla de' suoi contrari le si mescola, quando non ha contrarietà nè nel volere nè nel potere; quando è esercitata dal Monarca, la cui volontà è sincera d'ogni cupidità, e la cui possanza non ha limiti od ostacoli. Tenebre sono, è notte di pièta o miseria, oscura è la selva della vita umana senza quel lume. Nè altro che quello (s'intenda bene!) può esserci, poichè la vita umana comincia con la vanità del senso, cioè con la notte, cioè con la tenebra. O a dir meglio, comincerebbe: chè venne il Redentore e nella sua morte fummo battezzati, e nel battesimo ottenemmo la virtù illuminatrice e fecondatrice. Ma è inutile ripetere come per la maggior parte degli uomini Gesù si sia incarnato invano e invano sia morto sulla croce. In verità c'è bisogno della autorità imperiale a confermare, per così dire, la redenzione.

L'età, che è accrescimento di vita, è soggetta a smarrirsi. Si smarrì pur Dante, sebbene così favorito dal cielo, così guidato da Beatrice viva, così consigliato e revocato da Beatrice morta; e si smarrì, avanti che l'età sua “fosse piena„. (Inf. 15, 51) Ora tutto il genere umano, “per via delle blande dilettazioni dell'adolescenza„ ha bisogno di essere diretto. (M. 1, 17) Questo smarrimento, in quella prima età, è cagione del pervertimento di tutto. Dante a Marco Lombardo chiede perchè il mondo sia così pieno di “malizia„. Risponde Marco che ciò proviene dalla mancanza di guida e freno, di prudenza regale e di giustizia legale, nei primi tempi in cui l'anima semplicetta s'inganna. Dei due Soli, uno ha da valere nella notte. Ci ha da essere, per la via del mondo, l'imperatore, che è scevro d'ogni cupidità; mentre il pastore, no, non può esserne scevro, e correndo dietro ai beni ingannevoli si trae dietro tutta la greggia. (Par. 16, 58) E Beatrice nel paradiso reitera l'argomento. La cupidità che affonda il genere umano, proviene dallo sviarsi degli uomini, prima “che le guancie sien coperte„; nè meraviglia: “in terra non è chi governi„. (Par. 27, 121)

Questo sviarsi nell'adolescenza è causato, si è già detto, dal peccato originale, i cui effetti persistono dopo il battesimo, sebbene questo abbia la virtù di menomarli e li menomi, così che i parvoletti sono appunto migliori degli adolescenti, e dimostrano d'aver lume nella ragione e bontà nel volere. (ib. 127) Ma il lume presto si oscura, ma il volere si rende servo di nuovo. Marco afferma che appunto quel lume fa difetto: non c'è chi discerna, per gli adolescenti, il bene e il male; (Pur. 16, 75 e 95) non c'è chi sostenti e nutra il libero volere, nella fatica ch'ha da durare “nelle prime battaglie„. Ed esplicitamente, nella sua opera politica, Dante assevera: “Il genere umano, quando è più libero, meglio si trova... Principio primo della nostra libertà è la libertà dell'arbitrio... Questa libertà, o questo principio di tutta la nostra libertà, è il più gran dono fatto alla natura umana da Dio, chè per esso siamo felicitati qui come uomini, altrove come iddii. Che se così è, chi sarà che non dica che il genere umano si trovi meglio, quando più possa usare di questo principio? Ma standosi sotto il Monarca è libero come non mai...„ (M. 1, 14) Il Monarca o l'imperatore custodisce dunque questo libero arbitrio, e lo restituisce quando è tolto. Sicchè nell'epistola ai Fiorentini Dante usa l'ardita espressione “giogo della libertà„ per significare questo imperio che affranca. (Ep. VI, 2) E insiste dicendo che quelli che s'oppongono al dominio imperiale sono in ceppi e catene, e respingono chi vuole slegarli e liberarli. “Non vedete, ciechi che siete, la tiranna cupidità... che vi tien prigionieri nella legge del peccato e vi proibisce di ubbidire alle sacrosante leggi, che danno sembiante della giustizia naturale: la cui osservanza, se lieta, se libera, non solamente si prova non essere servitù, anzi, a chi ben guarda, appare essere la suprema delle libertà? Che altro infatti è libertà, se non il libero corso del volere all'azione...?„ (ib. 5) E così una specie di Cristo è Enrico, a cui sembrano dirette, come al Cristo, le parole di Isaia: Vere languores nostros ipse portavit. E agnello di Dio lo chiama nell'epistola a lui: Ecco chi tolse i peccati del mondo! (Ep. VII, 2) E ciò, dunque, perchè egli rende la libertà, perchè cancella gli effetti del peccato originale, ossia, con tutti i peccati cioè con tutta la malizia o cupidità che v'è implicita, quella prima miseria, quel primo languor della nostra natura, quell'originale servitù e ignoranza. Egli, l'imperatore, ribattezza dunque il genere umano.

Restituisce il lume e la libertà, ossia fa uscire il genere umano — la maggior parte degli uomini — dalla selva oscura. Anche nel Convivio è detto “cavalcatore dell'umana volontà„. Cioè, nella selva monta in sella, e fa uscire la volontà dal passo. Dopo, spronerà o frenerà la fiera. Nella selva è luce di grazia, è Delia, è Phoeba, è altro sole; dopo... si vedrà che è per essere. Nelle tenebre della selva è il minor luminare, che splende da sera a mane, facendo l'uffizio di sole notturno, altrettanto, se non più, necessario del sole diurno; perchè, ripeto, nella notte del senso si decide il destino dell'uomo. Egli è la luna; ed è mirabile a osservare che sempre, quando il Poeta parla di libertà di volere, torni in volta la luna. Nel discorso di Marco ella è detta un de' due soli. (Pur. 16, 107). E qui si noti come di libero arbitrio e di lume a bene e a malizia, Dante parli nella parte centrale del suo poema; parte costituita dai tre canti dal sedicesimo al diciottesimo del purgatorio: poichè, tralasciando, come deve essere tralasciato, il canto proemiale di tutto il poema, abbiamo, avanti il decimosesto del Purgatorio, quarantotto canti, e altrettanti dopo il decimottavo.[316] Ebbene in questa triade in cui è esposta la dottrina centrale del libero volere, dopo il ragionamento di Marco il sole era nel corcare. (17, 9) Sorgeva la luna. Quando Virgilio ha conchiuso il trattato della nobile virtù, rimandando a Beatrice, ecco (18, 76)

la luna, quasi a mezza notte tarda,
facea le stelle a noi parer più rade,
fatta com'un secchione che tutt'arda;

e correa contra 'l ciel, per quelle strade
che il sole infiamma allor che quel da Roma
tra' Sardi e' Corsi il vede quando cade.

Virgilio rimanda a Beatrice; e Beatrice continua infatti il trattato, e definisce la nobile virtù: (Par. 5, 19)

lo maggior don, che Dio per sua larghezza
fesse creando, e alla sua bontate
più conformato, e quel ch'ei più apprezza,

fu della volontà la libertate...