Dove ciò? Nel cielo della luna. Riparla poi della libertà: (Par. 27, 124)
Ben fiorisce negli uomini il volere,
ma la pioggia continua converte
in bozzacchioni le susine vere.
Ebbene, di lì a poco (non senza notare l'accorgimento di menzionare la luna nel verso 132) ecco esprime l'oscurarsi del lume di grazia, avuto col battesimo; così:
così si fa la pelle bianca nera
nel primo aspetto della bella figlia
di quel che apporta mane e lascia sera.
La qual bella figlia è la luna, senza dubbio, che fa l'uffizio contrario del suo padre, da cui ha luce di grazia, pur avendone anche per sè: illumina da sera a mane.[317] È la luna, e l'annerarsi della sua pelle bianca, che materialmente può spiegarsi come un'eclissi, rinforza con molta misteriosa evidenza la spiegazione del fatto che Dante non parli nel primo canto della luna che era tuttavia piena e giovò a Dante nell'uscir dall'oscuro e folto della selva. La selva era oscura, perchè nera s'era fatta per l'errante la pelle bianca della luna; ma la pelle era bianca, ed egli non la vedeva, perchè la grazia è occulta e misteriosamente opera. La luna splendeva, ma (di codesto riparleremo) incerta, come nel viaggio inferno d'un de' due predecessori di Dante. Al principio, il viaggio di Dante fu come quello d'Enea: “quale per la luna incerta, sotto povera luce, è il cammino nelle selve, quando Giove nascose nell'ombra il cielo e la notte nera tolse alle cose il lor colore„.[318] C'è, c'è la luna, o uomini, per la vostra notte e vanità e servitù e miseria; c'è la prudenza infusa, c'è la prudenza regale; ma in potenza, non in atto. C'è l'autorità imperiale; ma chi pon mano ad essa? Manca l'imperatore. C'è la luna, ma voi prima vi sviate e poi vi perdete, come se ella non fosse. E per questo Dante, nel parlare del volere che si fa servo, della prudenza che resta in potenza e non si fa atto, menziona la luna e menziona la cupidità nella quale s'addentra e s'affonda l'umanità smarrita. Di cupidità parla Beatrice, di malizia parla Marco; e l'una e l'altro come di effetto del primo sviarsi. E tutti e due dicono: Eppur la luna splende! È un altro sole, anzi; è la bella figlia del sole![319] L'imperatore o lo impero o l'autorità imperiale è raffigurata in questo lume che guida, come in un cavalcatore che regga. Questo è il liberatore, il redentore, il battezzatore. È rappresentato nella luna, che riceve lucem gratiae, e serve a rendere agli uomini la grazia battesimale. Tra la luna, che scorge Dante al passo della selva senza farsi a lui vedere, sebbene sia tonda, e Lucia, che lo porta all'entrata del purgatorio, senza farsi sentire a lui assopito, è grande somiglianza. Orbene, mentre Dante è assopito, che Lucia lo porta in collo, egli ha una visione che annunzia e raffigura in altro modo, dentro l'anima, il fatto che avviene di fuori. Egli narra: (Pur. 9, 19)
In sogno mi parea veder sospesa
un'aquila nel ciel con penne d'oro,
con l'ale aperte ed a calare intesa:
ed esser mi parea là dove foro
abbandonati i suoi da Ganimede,
quando fu ratto al sommo consistoro.
Fra me pensava: forse questo fiede
pur qui per uso, o forse d'altro loco
disdegna di portarne suso in piede.
Poi mi parea che, più rotata un poco,
terribil come folgor discendesse,
e me rapisse suso infino al foco.
Ivi pareva ch'ella ed io ardesse,
e sì l'incendio imaginato cosse,
che convenne che il sonno si rompesse.