La visione significa che la grazia lo porta, senza sua fatica, al purgatorio, espresso qui, come nel primo canto dell'inferno, mediante il fuoco che in esso è ultimo e monda il cuore e acuisce gli occhi alla visione. Ma perchè sul monte Ida? perchè in forma d'aquila? perchè con penne d'oro, e perchè simile a folgore; imagini che sono nell'epistola ai Fiorentini a significare lo imperatore?[320] Perchè appunto impero e grazia, impero e giustizia, impero e libertà, impero e remission di peccati sono come sinonimi in Dante. Non è l'imperatore l'agnus dei che toglie i peccati del mondo? che è carità e giustizia? E tra luna e Lucia vi è grande relazione. Lucia è così detta perchè la grazia è dealbatio, cioè bianchezza di luce;[321] ma chi non dirà che Dante abbia detto lucem gratiae invece che il comune lumen gratiae, perchè fisso nella somiglianza che è tra la luna, che quella luce riceve, e Lucia che è la grazia?

Tutto il genere umano sarebbe dall'aquila imperiale portato in sino al fuoco della purificazione, come Dante. Donde alcuno, come Dante, avrebbe potuto, volendo, assorgere anche alla visione, alla quale è condizion necessaria quel fuoco di mondizia. Così Dante ha detto. E trasformando la colomba evangelica in aquila romana, ha significato il concetto, non so dir quanto ardito, ma che pure ha espresso nelle epistole, nel Convivio e nel trattato della Monarchia, che l'imperatore è un nuovo Cristo che libera il genere umano dalla miseria del peccato originale, da quello che fu e resta il diverticulum totius nostrae deviationis,[322] e perciò da tutti i peccati che sono conseguenze di quella e di quello.

Egli è intanto, o potrebbe essere, come deve essere, colui che fa uscire dal passo della selva la quale è l'ignoranza e difficoltà o servitù originali, il genere umano. Per limitarci al primo membro del trinomio dell'Aquila del paradiso, tenebra, ombra e veleno della carne; ebbene l'aquila delle penne d'oro, che ebbe il suo primo nido là donde fu ratto Ganimede, l'aquila imperiale che scende come folgore, rischiara al genere umano la “tenebra„.

Ma certo vale e contro l'incontinenza e contro la malizia. Contro questa l'aquila si trasforma in veltro.

[XXVII.]
IL PIE' FERMO

Il colle era in faccia a Dante. Dante

riprese via per la piaggia diserta
sì che il pie' fermo sempre era il più basso.

Il colle significa beatitudine. Invero è opposto alla valle paurosa, (Inf. 1, 14) che è un basso loco, dove tace il sole, (ib. 60 sg.) e tutt'uno con la selva oscura, (ib. 15, 50) mentre il colle è alto, luminoso, bello. Di questa il significato simbolico, per dirlo con una parola sola e con la parola che verosimilmente avrebbe usata il Poeta, è “miseria„ o pièta. Dunque il colle si ha a chiamare il contrario di miseria, cioè beatitudine. Così Virgilio lo chiama (ib. 77) il dilettoso monte ch'è principio e cagion di tutta gioia.

Qual beatitudine? Chè in questa vita, di beatitudini ve n'ha due. “Veramente è da sapere che noi potemo avere in questa vita due felicità, secondo due diversi cammini buoni e ottimi, che a ciò ne menano: l'una è la vita attiva, e l'altra la contemplativa, la quale (avvegnachè per l'attiva si pervegna, come detto è, a buona felicità) ne mena a ottima felicità e beatitudine„. (Co. 4, 17) Marta e Maria sono in quel luogo del Convivio i simboli di queste due vite; e Dante ricorda le parole di Cristo: “Marta, Marta, sollecita se', e turbiti intorno a molte cose....„ Nella Comedia a queste persone sono sostituite Lia, cui appaga l'operare, e Rachele, cui appaga il vedere. (Pur. 27, 108) Lia va, movendo le belle mani; Rachele siede. (ib. 93) Poichè Dante figura qui di andare, e non si appaga di guardare e non resta seduto, ed è sollecito e si turba, possiamo dir subito, che il cammino che fa, è quello della vita attiva, e che il colle rappresenta la felicità buona e non ottima. C'è di più. Nel capitolo citato del Convivio Dante riesce a dire che questo cammino buono si fa con l'esercizio delle virtù morali; in altro dichiara che la felicità e beatitudine nostra consiste nell'uso del nostro animo, e che quest'uso “è doppiò, cioè pratico e speculativo (pratico è tanto, quanto operativo), l'uno e l'altro dilettosissimo; avvegnachè quello del contemplare sia più, siccome di sopra è narrato. Quello del pratico si è operare per noi virtuosamente, cioè onestamente, con prudenzia, con temperanza, con fortezza e con giustizia; quello dello speculativo si è, non operare per noi, ma considerare l'opera di Dio e della natura„. (Co. 4, 22) Avanti il colle, noi vediamo che comincia l'uso dell'animo che fugge ancora e poi fa che Dante riprenda via. Dunque Dante cerca una delle due felicità con l'uso dell'animo, e questo uso è il pratico, poichè opera, cioè cammina, e non si limita a considerare. Senza che, abbiamo veduto che ha esercitato la prudenza, uscendo dal passo, e che l'animo, fuggendo e cacciando, ha cominciato ad esercitare le virtù di temperanza e fortezza, chè l'appetito o animo, “come buono cavaliere lo freno usa, quando elli caccia, e chiamasi quello freno temperanza, la quale mostra lo termine infino al quale è da cacciare: lo sprone usa, quando fugge per lo tornare al loco onde fuggir vuole„. (Co. 4, 26) Ho detto che comincia: in vero qui l'animo non mostra che la natura sua, di “cacciare e fuggire„, e la sua perfezione che è “quantunque ora esso caccia quello che è da cacciare... e fugge quello che è da fuggire„. (ib.) Che tali due virtù eserciti poi, e con esse la giustizia, vedremo fra poco:[323] basti per ora ripetere che uscendo per la prudenza e cominciando, uscito, a usar l'animo, è molto probabile che il Poeta intenda di simboleggiare l'uso pratico dell'animo che comincia appunto dall'esercizio della prudenza.

Dante va, cioè opera; ma, più generalmente, vive. Non è uscito egli dalla selva della quasi morte? Non ne è uscito con la figurazione del battesimo che è una morte che rigenera o rifà vivi? Vive, dunque. La vita è una via: vecchio concetto. E S. Agostino lo illustra così: “Via fu detta codesta vita: finisti la vita, finisti la via. Camminammo, e il vivere non è che accedere„.[324] Vien subito in mente l'espressione di Beatrice: (Pur. 30).