Come degnasti d'accedere al monte?

Quel latinismo non pare casuale. E io ne induco che accedere al monte significhi “andare verso il fine naturale della felicità„, significato che ben traluce anche dal contesto.[325] E il terzetto s'interpreterebbe così: “Sì, sì: sono Beatrice. Non lo sapevi che qui e la felicità? E dunque dovevi sapere che io ero qui, non altrove. Come riuscisti, con tanto traviamento, a trovare il luogo della felicità?„

La piaggia, per cui Dante va, è diserta. Diserta conferma che era, Beatrice, parlando a Virgilio. (Inf. 2, 62) E Dante la chiama “il gran diserto„ implorando l'Ombra. (Inf. 1, 64) La piaggia raffigura il mondo, che nel purgatorio (16, 58) è detto

tutto diserto
d'ogni virtute...
e di malizia gravido e coverto.

E questo mondo è quello di cui sapeva Marco, e vale “la strada del mondo„ (ib. 107) come poi Marco medesimo spiega, come chiaramente s'induce all'espressione di lui “buon mondo„, (ib. 106) che vale “il buon governo„. La strada del mondo, o il mondo senz'altro, significa il cammino della vita attiva, così illustrato nel Convivio. “Conciossiacosachè... l'umana natura, non pure una beatitudine abbia, ma due; siccome quella della vita civile, e quella della contemplativa; irrazionale sarebbe se noi vedessimo quelle (le intelligenze celesti) avere beatitudine della vita attiva, cioè civile, del governo del mondo, e non avessero quella della contemplativa, la quale è più eccellente e più divina. E conciossiacosachè quella che ha la beatitudine del governare non possa e l'altra avere, perchè lo 'ntelletto loro è uno e perpetuo, conviene essere altre di fuori di questo ministerio, che solamente vivano speculando etc.„. (Co. 2, 5)

Il pie' fermo sempre era il più basso,[326] in questa via del mondo. Cerchiamo di spiegare questo modo di camminare più in relazione con la natura morale di questa via, che con quella materiale. S'intende invero che l'aggiunta del pie' fermo riguarda più il fatto, che quella è la via del mondo o del governare o attiva o civile, che l'altro fatto, che la via era, non si sa bene se piana o declive o ripida. Il canto proemiale, se mai altro della Comedia, è allegorico nella sua moltiloquente brevità e rapidità. Ora, intorno alla distinzione dei due cammini, nella Comedia è usato il simbolo di Lia e Rachele; e Dante pone sè in ispecie di un nuovo Giacobbe. Giacobbe una mattina (si noti, una mattina) si trovò stanco e affranto per aver fatto alle braccia nelle ore antelucane con un uomo.[327] Aveva passato un guado, o, diciamo dantescamente, un passo. Era solo. E venne quest'uomo e lottò con lui usque mane. “L'uomo non potendo vincerlo, toccò il nervo del suo femore, e subito marcì. E l'uomo disse a lui: Lasciami, che già sorge l'aurora. Rispose: No, se non mi benedirai. E l'altro disse: Che nome hai? Giacobbe, rispose. Ed esso: No, non ti chiami Giacobbe, bensì Israele: chè se fosti forte contro il tuo Dio, quanto più non prevarrai contro gli uomini! E Giacobbe l'interrogò: Dimmi, che nome hai? Rispose: Perchè cerchi il mio nome? E lo benedisse in quel luogo. E Giacobbe chiamò quel luogo Phanuel, dicendo: Vidi Iddio a faccia a faccia, e l'anima mia è salva. E sorse a lui subito il sole, appena oltrepassò Phanuel; ed esso zoppicava da un piede....„. Le somiglianze sono grandi. Nella Genesi è un passo di fiume, e un passo, come di fiume, è nella Comedia. Il tempo è il medesimo: temp'era dal principio del mattino. Dante fa menzione del sole che sorge, nel momento che dice d'avere sperato bene: sperata la vittoria su una fiera. E nel racconto biblico il sole sorge dopo la vittoria. Dopo che il patriarca aveva passato Phanuel, anzi; e si direbbe che il Poeta fonda così i due passaggi, del guado di Iaboc e del luogo detto Phanuel, in un solo passo. La narrazione di Dante ha il significato che ho esposto. L'uomo per la grazia di Dio (che è una benedizione di dolcezza)[328] esce dall'oscurità e difficoltà o infermità del peccato originale. Il battesimo, rinnovato con la volontà, gli ridà forza: è forte, dunque, quando riprende la sua via. Di più, è salvo; può dire: l'anima mia è salva. Può dirlo, che già è per dire d'avere bene sperato; e spe salvi facti sumus; e quest'atto di speranza è, per così dire, attestato dagli angeli che cantano nell'Eden: In te, domine, speravi. (Pur. 30, 83, 2)[329] E l'efficacia della virtù della speranza nell'animo di Dante è supremamente protestata poi da Beatrice, che lo previene, a differenza delle altre due risposte a S. Pietro e a S. Giovanni, nella risposta a S. Giacomo, dicendo: “La Chiesa militante alcun figliuolo non ha con più speranza!„ (Par. 25, 52) E con tutto il resto combina la circostanza più notevole. “E sorse a lui subito il sole, appena oltrepassò Phanuel; ed esso zoppicava da un piede„. Il sole già indorava la vetta del colle; e Dante, dopo aver rimirato il passo ed essersi riposato, moveva per la piaggia diserta,

si che il pie' fermo sempre era il più basso.

Non si deve dir dell'uno quel che dell'altro Iacob et claudus et benedictus?[330]

In verità la zoppaggine di Giacobbe è variamente interpretata dai mistici; ma delle interpretazioni prevale questa, che riferisco con le parole d'un discepolo di Bernardo: “Giacobbe zoppicando, perchè da una parte pensa quae mundi sunt, l'altro piede porta sollevato da terra„. Questo piede sollevato da terra significa la parziale mortificazione che è intera in Paolo. “Paolo, pensando soltanto quae Dei sunt, non sa se in corpo o fuor del corpo, lo sa Dio, tuttavia intero in ispirito vola libero al cielo„.[331] Già mi pare si possa indurre che il piede che è basso, significhi, nell'andar di Dante, il pensiero delle cose, quae mundi sunt. Il che non deve sembrare strano; chè i piedi nei mistici significano le affectiones. “I piedi... sono le affezioni dell'anime, mentre camminiamo in questa polvere„.[332] Il che sapeva Pietro di Dante, il quale comenta: “... anima habet duos pedes, per quos bene vel male incedit, idest duos affectus... Pes auctoris, idest affectio, in quo magis adhuc firmabatur, erat infirmior, quod adhuc ad infima terrena relicta alquantulum magis inclinabatur, quamquam superior pes ad superiora ascenderet, et sic claudus ibat„. La dichiarazione sembra venir dalla bocca stessa di Dante, tanto è precisamente detta, sebbene non sia precisamente intesa. Il piè fermo (in quo magis adhuc firmabatur) era infirmior perchè era più basso; era invero il pensiero delle cose quae mundi sunt. Dante era Giacobbe, che usava il suo piede, dirò così, mondano, ossia della vita civile o attiva. Era, per usare un'altra faccia del mito mistico, Giacobbe maritato a Lia. Secondo il concetto di Guerrico, il piede infermo, marcito, percosso, mortificato, sarebbe quello della affezione spirituale, della sapienza, della vita contemplativa, che lo zoppo porta sospeso da terra. Quello su cui insiste, è il piede sano. Le quali imagini vanno poi interpretate alla rovescia, come la morte del battesimo. La infermità del piede sospeso da terra, è sanità; la sanità del piede che poggia sulla terra, è infermità: sanità corporale, infermità spirituale; mortificazione corporale, vivificazione spirituale. Ora il piede su cui Dante insisteva, era fermo, ma basso o inferiore o terreno; fermo e tuttavia meno fermo, infermo, infirmior; l'altro non fermo cioè infermo, era più alto, superiore, spirituale. Credo che a ognuno sia venuto in mente, a questo punto, il pie' destro del veglio di Creta, che è “terra cotta„, e il veglio sta su quel più che sull'altro eretto. Il pie' fermo del veglio, ossia quello su cui insiste, è, dunque, infermo, cioè di terra cotta. Fermiamoci qui, chè non è lecito fare un paragone esatto in tutto e per tutto, perchè nella statua si distinguono i piedi in destro e sinistro, e nel viandante, no. Limitiamoci dunque a riconoscere che Dante vuol dire, ch'esso insisteva sul piede peggiore, la qual idea di “peggio„ è espresso nella statua con l'imagine della terra cotta, e nel viandante con la figurazione di più basso: concetti non troppo diversi, perchè l'idea di “terra„ è anche nel “basso„, come quello che anche significa terreno o mondano; e Dante avrebbe potuto dire: il pie' fermo era quel della terra, o in simili modi. Ma occorre, ripeto, limitarci; perchè nella statua la nozione di destro porta l'idea di spirituale, la quale nel viandante è figurata nel piede, non destro o sinistro, ma più alto, sollevato, sospeso. Quel che però è comune a statua e viandante, è che l'idea di vita attiva è figurata nel pie' fermo, nel pie' su cui si poggia camminando o stando. Solamente, nella statua, poichè la distinzione delle due vite è già nell'essere destro o sinistro de' due piedi, si ha questo nitido concetto: La vita attiva, cioè il governo del mondo, è nell'autorità spirituale; il che non deve essere. E l'autorità spirituale è detta terra cotta, non per ispregio, ma per ricordare forse la povertà evangelica e per insinuare il concetto di mortificazione e di astrazione dal corpo, oltre che per esprimere la fragilità di quella base. Qui, nel cammino per la piaggia diserta, Dante ha voluto dire che il battesimo rinnovato nella volontà, aveva di lui mortificata (cioè vivificata) sol una parte; e che egli insisteva sulla parte rimasta sana (cioè inferma, bassa, terrena, mondana). Il che non solo conferma che Dante procedeva per la via del mondo, ma afferma che questa è cammino buono e non ottimo, come quello che si percorre con una soltanto mezza mortificazione, cioè con una vita soltanto a metà vera.

Or possiamo noi vedere l'atteggiamento materiale, come vediamo il concetto morale? È certo difficile. Difficile è anche rendere visibile quell'interpretazione della zoppaggine di Giacobbe. Alterum pedem a terra suspensum portat: cioè da una parte cogitat quae Dei sunt: sta bene; ma non lo posa mai il piede mortificato? cammina su una gamba sola? Si può giurare che Giacobbe non era claudus a questa foggia; ma il mistico si figura avanti gli occhi lo zoppo nell'atto di fare un passo: vede una gamba rattrappita in alto, più in alto che non salga l'altra sana. Così a me pare rappresenti sè stesso Dante. Sicchè la frase equivarrebbe, come in una formula matematica, a quest'altra: il piè infermo (ossia quello su cui il corpo non poggiava) sempre era il più alto, o men basso. E forse, così figurando, il piè fermo sarebbe predicato; o, a meglio dire, nel senso plastico sarebbe soggetto, e predicato nel senso mistico. Nel senso mistico la frase varrebbe: il piede inferiore, ossia l'affermazione della vita attiva o del mondo, era quello su cui insistevo. Ma nel senso plastico, a me pare difficile trovare un atteggiamento che stia; se non forse quello di uno zoppo che salga per la pendice, dolce o men dolce, allo stesso modo che il bambino vien su per le scale; che mette sul gradino un piede, sempre quello, e poi porta su, sino al primo, l'altro. Il piede su cui poggia, per salire, è sempre il più alto; il più basso non fa mai forza. Or Dante, se ha voluto dir così, ha chiamato fermo il piede che non fa forza e che nello zoppo, è il piede infermo; e si muove sì, nè quindi si può chiamar fermo in modo assoluto, ma non ha un movimento utile al cammino e alla salita. È fermo, cioè inerte. Un arzigogolo? Non l'ho fatto io. Ma il lettore pensi pur da sè, tenendo in mente che piede fermo è contrario di piede infermo, e che il piede che carnalmente è infermo o mortificato o marcito, è spiritualmente fermo o vivificato o sano.