Quelli della palude dicono: Fummo tristi “nell'aer dolce che dal sol s'allegra„: ora ci attristiamo qui, dove abbiamo fango per la gola invece d'aria, e oscurità invece di sole. Contrappasso! Questi sono gli ultimi, i più di sutto, degl'incontinenti; i primi e più di sopra sono quelli “che paion sì al vento esser leggieri„. La lonza è

una fiera leggiera e presta molto:

contro la lonza vale “l'ora del tempo„, quando il sole monta, e la dolce stagione, quando dolce è l'aere. È dunque, la lonza, l'incontinenza di quei che porta il vento, e sì di quei della palude pingue: è l'incontinenza, indicata col suo principio e con la sua fine. Così Dante nel purgatorio dipinge il peccato delle tre cornici superiori, come una strega che le appare nella quarta cornice che è dell'accidia. E questa femmina è l'accidia, così come si mostra, balba, guercia, zoppa, monca, scialba. Sotto lo sguardo del sognante (la concupiscenza comincia dagli occhi!) diventa dolce sirena, che canta e sta dritta ed è colorita d'amore. È l'accidia che diventa concupiscenza. Comparisce una donna santa e presta e fende alla sirena i drappi e ne mostra il ventre, che puzza. Ecco la sirena sotto la pioggia che fa putir la terra; (Inf. 6, 12) ecco la sirena nella belletta negra. (Inf. 7, 124) La sirena è dunque manifestamente lussuria, gola e tristizia o accidia. E anche avarizia, che, oltre la chiara lettera, anche le imagini del Poeta lo provano; che gli avari e prodighi sono stati “guerci„ (Inf. 7, 40) e risorgeranno col pugno chiuso e coi crin mozzi; il che s'accorda con le mani monche e con la fiacchezza generale della sirena, prima che la sguardo altrui la vivifichi. I capei mozzi significano (non dico esclusivamente) il partirsi della fortezza, come nel fatto di Sansone,[341] e così il pugno chiuso, oltre la tenacia di chi mal tiene, significa ciò che la man monca: l'inettitudine a qualunque operazione. Ora dice un avaro del purgatorio, e dice dell'avarizia intendendo certo anche del suo contrario; (Pur. 19, 121)

Come avarizia spense a ciascun bene
lo nostro amore, onde operar perdesi,
così giustizia qui stretti ne tiene.

E gli avari sono, come quelli del vestibolo e come quelli della palude pingue, inconoscibili, e perciò innominabili. Perchè? Perchè non operarono. La femmina balba è dunque l'accidia che diventa lussuria, gola e avarizia; è la concupiscenza che si risolve in accidia. In vero contro lei ha forza una donna santa e presta, e contro lei vale il battere a terra le calcagne, cioè camminare, cioè operare, e contemplare le bellezze del creato. Così contro la lonza vale l'ora del tempo e la dolce stagione, e l'alacrità che ne viene all'animo. Dunque la lonza è l'incontinenza, e comprende dai portati dal vento tutti quei peccatori sino ai tristi nella belletta.[342]

Il leone è la violenza o bestialità, come la lupa è la frode e il tradimento. Di vero, hanno fame tutte e due le fiere: l'uno fame rabbiosa, l'altra fame di tutto. La lonza no, non ha fame, e impedisce, ma non uccide. Invero ella raffigura il non contenere la “concupiscenza„. La concupiscenza è qualcosa tra sè e sè. Gli avari, golosi e lussuriosi ebbero soverchio l'amor del bene, bene che non fa felici in questa vita, come si vede che son gioie quelle, che finiscono in tristizia, e piaceri quelli, che terminano in puzza; nè nell'altra, come è inutile spiegare: ma amarono il bene; e questo amor soverchio è concupiscenza. Ma oltre l'amor soverchio del bene, e oltre l'amor lento di questo bene medesimo, fonti tutti e due di peccati, c'è un'altra fonte e un altro amore: l'amore del male, (Pur. 17, 91 segg.), ossia, virtualmente almeno, il mal volere. Dal terzetto

Benigna volontade in cui si liqua
sempre l'amor che drittamente spira,
come cupidità fa nell'iniqua,
(Par. 15, 1)

esce nitidamente la proporzione: amor diritto sta a volontà buona, come cupidità sta a volontà iniqua: dunque cupidità è amor del male. E il male che s'ama, non può essere di Dio e di sè, ma solo del prossimo. Orbene quest'amor del male o cupidità è ciò che nelle fiere è la fame; fame che è rabbiosa nel leone, e molteplice e insaziabile nella lupa. Peraltro la cupidità che è nella violenza o bestialità, se guardiamo a Pier della Vigna, è amor del male di sè, se guardiamo a Capaneo è amor del male di Dio; se guardiamo, intendo, a questi due per un esempio: ebbene non è ciò in contraddizione con la teorica del purgatorio? No: perchè tal cupidità o cupidigia è cieca, come tale ira è folle, come tal bestialità è matta.

Eppure no, non basta dire che quella cupidigia è cieca, per sanare la contraddizione che sarebbe tra la teorica dell'amore nel purgatorio, e questo amor del male che nell'inferno è anche di sè e di Dio.[343] Perchè nel purgatorio Dante non ha avvertito che, per alcuna cecità, l'uomo può odiar sè e Dio? E invece ha detto: non può. Come mai, se nell'inferno aveva veduto, cioè pensato, altrimenti? Ecco: l'amore del male non può veramente aver per obbietto sè e Dio. Può questo obbietto, il mal di Dio e di sè essere d'altra potenza dell'anima. Di quale? Della volontà.

Ben l'amore è distinto del volere. Leggete il verso (Pur. 18, 96)