cui buon volere e giusto amor cavalca,

e ricordate il terzetto della cupidità, che è detta liquarsi nell'iniquo volere, e non essere una cosa con quello. Il superbo (dice Virgilio) e l'invido e l'iroso amano il mal del prossimo, ma con esso amano anche il bene proprio; il primo, eccellenza, il secondo podere, grazia, onore e fama, il terzo, vendetta. Poniamo che il superbo sopprima il vicino, che l'invido impedisca ad altri di sormontarlo, che l'iroso si vendichi. Essi allora non si appagano d'amare il male del prossimo; bensì lo vogliono; ed è, la loro, iniqua volontà.

E Pier della Vigna? Egli volle, sì, il male di sè; chè a sè fece ingiuria, a sè giusto; e ingiuria è fine di malizia, e fine non è se non della volontà. Volle dunque il male di sè. O per questo s'ha a dire, che il male di sè, l'amava? No: tutt'altro: di sè amava il bene, cioè la vendetta ch'egli prendeva come bene. In questo amare il bene e fare il male, o amare il mal del prossimo e fare il suo, è quella stolidezza che ognuno nota sempre nel peccato; e più è da notare in questi in cui entra l'ira o il disdegnoso gusto. Ma in tutti si vede. Il più ignorante dei peccatori (una specie di mulino a vento o di maciulla) è quegli che era il più sapiente degli angeli: Lucifero.... Or bene se a Dante si chiedesse: o non amò egli il mal di Dio? risponderebbe che no: egli amava l'eccellenza che è un bene, e la sperò: se la sperava, la riteneva possibile, non credeva che Dio fosse Dio, anzi credeva che fosse un suo vicino da sopprimere; onde se amò il mal di Dio, l'amò ma come di prossimo, non come di Dio, ch'egli non volle riconoscere. Così risponderebbe, o altrimenti; che certo non presumo di rispondere io per lui, specialmente nel fatto di Lucifero, che sto per dire, è l'unico che presenti difficoltà. A ogni modo, Dante ha detto che, quando l'amore è o torto o soverchio o lento,

contra il fattore adovra sua fattura.

Non si può dire che chi opera contro uno, l'ami. Eppure Dante dice che in nessun caso l'amore volge il viso dall'esser primo. Ma nell'opera della fattura contro il Fattore c'è altro che amore, il quale è dell'operazione la sementa! L'amor del male si è liquato in volontà iniqua. E l'amor del male non è mai verso Dio e la volontà iniqua è sempre contro Dio. L'amore, per conchiudere, ha sede nell'animo (Pur. 17, 93); e l'animo invero cerca sempre il bene suo, cioè Dio. Ma oltre l'animo, noi abbiamo la ragione, cioè la volontà e l'intelletto.

La cupidità è, per Dante, amor del male, e l'amor del male si trova sempre con un amor del bene: speranza d'eccellenza, timor di perdere podere grazia onore e fama, brama di vendetta. Nelle due ultime fiere è questa cupidità, perchè non solo c'è la fame che sarebbe l'amor del cibo che è un bene, ma la brama di offendere altrui, che è l'amor del male; il leone e la lupa vengono contro Dante, con l'atteggiamento di volerlo divorare. Hanno tutti e due cupidità; ma il leone non mostra che una fame rabbiosa e la brama, diciamo, di mangiarsi il viatore; la lupa sembrava carca “di tutte brame„. L'amor del male, o cupidità, nasce in tre modi: la speranza d'eccellenza, e questa può essere in tante cose, in quante è il timore di perdere perchè altri abbia; il timore di perdere podere, grazia, onore e fama, il qual timore presuppone l'amore di queste quattro cose, che ne comprendono tante altre; la bramosia di vendetta, che è una cosa sola. La cupidità del leone, semplice, è questa brama; la cupidità della lupa, molteplice, comprende tutta quella speranza e tutto quel timore. Che ci sia timore nella lupa, è certo. Perchè viene incontro a poco a poco? perchè incontro e non contra come il leone? E pure è tanto magra, tanto bramosa, tanto famelica! E non uccide subito; ma tanto impedisce il viatore, che lo uccide. E non empie mai la sua voglia, e dopo il pasto ha più fame di prima, e la sua fame è senza fine cupa. Ciò non è nel leone, sebbene non lo dica espressamente il Poeta; ma s'intende che la fame dell'uno non è che rabbiosa, e che la fame dell'altra è insaziabile a differenza di quella. La cupidità di vendetta si sazia con la vendetta; la cupidità di tutte le altre cose non si sazia mai; specialmente quella d'eccellenza. L'eccellenza l'uomo non la può raggiunger mai![344]

Così le due bestie potrebbero chiamarsi, metonimicamente, ponendo la causa per l'effetto, cupidigia o cupidità o amor del male. Ora questa cupidità è ciò che contrasta principalmente alla giustizia. Tolta la cupidità, nulla resta di avverso alla giustizia. (M. 1, 13) Ed è dunque, secondo il pensier di Dante, il contrario della malizia di cui “ingiuria è il fine„ e che si chiama perciò da Cicerone iniustitia. E se leone e lupa sono cupidità per metonimia, con parola propria saranno da chiamare vis e fraus in cui si divide la iniustitia; violenza e frode, in cui si distingue la malizia che ha per fine la ingiuria.

E questa cupidigia, fonte d'ingiustizia, è sovente figurata come la lupa (nella lupa sparisce il leone). Che la lupa s'ammoglia ad animali che molti son già e più saranno; sicchè non è soltanto famelica, ma seduttrice. Il che osservato a dovere avrebbe vietato a più d'uno di supporre che Dante si confessi reo di ciò che la lupa raffigura. No: la lupa quali uccide, a quali s'ammoglia; e Dante rischiò d'esserne ucciso, non d'esserle drudo. E ciò si conferma dall'altra rappresentazione della medesima lupa, trasformata in fuia. Ella ha le ciglia intorno pronte e bacia spesso un gigante e volge intorno l'occhio cupido e vago, e ognun sa come Dante la chiami. (Pur. 32, 150) E un Messo di Dio l'anciderà, come dal cielo deve venire colui per cui la lupa discederà, (Pur. 20, 10) e quello, nutrito di sapienza, virtù e amore, che la ricaccerà nell'inferno, donde l'invidia la mosse. (Inf. 1, 101) Nel canto proemiale Dante non si dilunga intorno a questo aspetto della lupa; anzi, per quanto un cenno ne faccia, non ha scelta l'imagine in modo, ch'egli potesse farne più che un cenno. Ma insomma la lupa è anche una fuia, sciolta, e cupida anche d'altro che di terra e peltro. E così assomiglia a quella “illudens cupiditas, more Sirenum, nescio qua dulcedine vigiliam rationis mortificans„ (Ep. V 4); ricorda quella “dominantem cupidinem„, che non solo vuol impedire (cohibentem) con minaccie (vane, quella volta, perchè c'era in Italia quello che Dante potè credere il Veltro, e non fu!), ma blandisce con velenoso sussurro; (Ep. VI 5) e accieca. (ib. e 3) E anch'essa è bramosa e in questa frase sono le due qualità della lupa, la fame insaziabile e la seduzione: dira cupiditatis ingluvies illexit. (ib. 2) E Dante preparava nel pensiero la figura di questa lupa, quando parlava della culpa vetus (che fu causata dall'invidia del serpente).... quae plerumque serpentis modo torquetur et vertitur in se ipsam. Infatti la lupa fu scatenata nel mondo dall'invidia del diavolo, ossia fu prodotta dalla prima colpa, nè per altra ragione ella è chiamata “antica„, (Pur. 20, 10) come “antica„ è la selva dell'Eden, (ib. 28, 23) E Dante s'apparecchiava alla sua terribile sintesi del male, quando parlava d'una vulpecula fetida, che è anche una vipera, una pecora marcia, una Mirra, un'Amata, una parricida, una ribelle, pur piena di carezze e finzioni per allettare i vicini. Ora ognun vede che questa cupidità allettatrice, blanda, di molti uomini, che accieca e avvelena, e che è serpente, è proprio la frode. Si sa dove Dante pone le fuie e le Taidi e le Mirre.

L'avarizia in Dante sta in questo rapporto con la cupidità: nella seconda è sempre la prima, nella prima non è mai la seconda.[345] Nessun avaro del cerchio d'inferno e della cornice del purgatorio è anche cupido. Ciò per una chiarissima ragione. La cupidità è amor del male; nell'avarizia, almeno del purgatorio (ma anche dell'inferno, via!), non è amor del male; bensì amor soverchio del bene. Perchè allora parlar di lupa, proprio in quel canto dell'avarizia, nel purgatorio? Perchè l'avarizia può divenire cupidità, che “quaerit aliena„ (M. 1, 13), e allora da mal tenere diviene mal prendere. Ma il mal prendere, in Dante, non è già peccato d'avarizia! La lupa predatrice non è già avarizia, ossia mal tenere, ossia perdita di “operare„, ossia ignavia inconoscibile, come di quelli del vestibolo e del brago! No: dobbiamo dire: la lupa è frode, la frode germina dalla cupidità, che può scambiar il nome con essa; e dunque la lupa si può anche chiamar cupidità. Ora la cupidità è amor del male che nasce dal soverchio amore del bene o dei beni. E così possiamo dire che il seme è avarizia, il germoglio è cupidità, la pianta è frode.

Ma le metafore non colgono mai giusto. Non si può dire che avarizia sia un seme; poichè in verità ella è una pianta venuta da un seme che si chiama amor soverchio del bene; anzi da un germoglio che sbullettò da un seme che si chiama amore. La cupidità proviene da questo seme istesso, ma sul germoglio s'insetò un altro germoglio; e così divenne cupidità. La qual cupidità crescendo a pianta, non è più cupidità, bensì ingiustizia. Or che ha ella in comune con l'avarizia? Il seme; ma il seme è unico per tutte le piante: