Consuma dentro te con la tua rabbia.
Nullo martirio, fuor che la tua rabbia.
Riassumiamo. La lonza non ha fame, dunque non ha cupidità, cioè non ha quell'amor del male che si liqua in volontà ingiusta, dunque non ha volontà. Ha però amor soverchio del bene, essendo ella una sirena che dismaga. Oltre a questo amor soverchio del bene, ha la tristizia uguale a quella dei gorgoglianti nel brago, perchè ella, se è la sirena, è anche la femmina balba, guercia, storta, monca, pallida, contro cui giova il camminare e il contemplare, la stagione bella e l'ora mattutina, l'aer dolce e il sole. Il leone ha fame, cioè ha cupidità, cioè amor del male, che si liqua in volontà ingiusta; egli ha sola questa fame, che non può essere che di vendetta; la fame è con rabbia, cioè con tristizia. La lupa ha fame, cioè ha cupidità, cioè amor del male, cioè iniqua volontà. Con esso amor del male, è anche amor del bene che non fa felice, perchè ella è fuia: di più ha tutte brame, cioè l'amor di tutti quei beni che s'accorda con l'amor del male, ossia eccellenza, podere, grazia, onore e fama; e poichè le ha tutte, non si può escludere nemmeno quell'unica del leone; di più, poichè Dante ne parla nel cerchio dell'avarizia, e dice lupo a Pluto, ha in modo segnalato l'amor delle ricchezze, il quale amore è concupiscenza e pur dà principio alla cupidità; di più ha anch'essa la tristizia, se ha la brama unica del leone, e la concupiscenza della lonza, e quell'attristarsi che è in chi teme di perdere podere, grazia, onore e fama. Con tutto ciò ha qualcos'altro a differenza del leone, oltre aver tutte brame invece d'una brama sola. Viene innanzi a poco a poco; sa allettare come sa uccidere; è, più che simile, una stessa cosa col serpente infernale, in cui per invidia al genere umano si trasformò il diavolo, poichè dall'inferno “invidia prima dipartilla„; ha insomma, a differenza del leone, l'intelletto. E se l'intelletto non ne traluce meglio, bisogna considerare ch'ella è bestia, non solo (anche il veltro è bestia, eppur si nutre di sapienza), ma anche che l'intelletto, nel peccato e peccatore, è inordinato, e la sua sapienza è insipienza, ignoranza, cecità!
Si può così vedere che la lupa ha tutto ciò che ha il leone e che ha la lonza; e perciò in lei spariscono e lonza e leone, e riman sola, ed è la bestia.[347] Il che si può veder meglio raccogliendo, in termini scolastici, tutte le proprietà di questo triplice simbolo del peccato attuale. Diciamo dunque che la concupiscenza e la tristizia hanno lor sede nell'appetito: nell'appetito concupiscibile la prima, nell'irascibile la seconda; e che le altre facoltà dell'anima che possano esser inordinate dal peccato, sono la volontà e l'intelletto. E allora la lonza avendo concupiscenza e tristizia, ha inordinato l'appetito concupiscibile e irascibile; il leone, avendo rabbia e fame, cioè tristizia e cupidità (la cupidità liquandosi in volontà iniqua) ha inordinati l'appetito irascibile e la volontà; la lupa, ha come fuia, inordinato l'appetito concupiscibile e irascibile; come cupida, ha inordinata la volontà; come astuta, ha inordinato l'intelletto.[348] Dunque nella lonza, leggiera e presta, è guasto sol l'appetito; nel leone l'appetito (sebbene in una parte sola) e la volontà, nella lupa l'appetito, la volontà e l'intelletto. Ossia, la lupa è tutto il peccato. Or dunque, cominciando dall'imo, raffigura e compendia tutto l'inferno; come lo compendia Lucifero, che ha tre teste che mostrano la deformazione dell'appetito, della volontà, dell'intelletto. E perciò è la frode, e perciò assomiglia non solo a Lucifero, che è la frode chiamata tradimento; ma a Gerione, che ha tre nature ed è la frode semplice; ma ai giganti che hanno l'argomento della mente oltre il mal volere e la possa; ma, in genere, al diavolo che per fare il male congiunge il mal volere e l'intelletto e la virtù della sua natura (che sol metaphorice è appetito sensitivo). Chè la lupa è il diavolo, veramente; come il diavolo è il serpente infernale; tutti e due dipartiti dall'invidia: il diavolo, e io posso fare a meno di spogliare bestiari, chè a me e a tutti deve bastare questo passo: “figura di lupo porta il diavolo, che sempre invidia il genere umano„.[349]
Per quanto dottrinalmente la lupa comprenda anche il leone, oltre che la lonza, e perciò le fiere si riducono alla bestia, non credo che Dante considerando a parte la lupa, vi vedesse sempre quel compendio di tutto il male. Certo la dispregia più. Se, come è probabile, egli sentiva in tutti tre i nomi, leonza, leone, leopede,[350] l'idea di leone, il dispregio è anche nel nome di lupa, che varrebbe: leone di piedi. Quindi io credo che, quando la vedeva a parte, egli non discernesse in lei la natura del leone, che conserva anche nel suo senso simbolico qualcosa della sua nobiltà naturale, per quanto nella violenza sia compresa sodoma e l'usura; che peraltro sono pecche di letterati grandi e di nobiluomini. E non vi discerneva allora la concupiscenza e tristizia della lonza; chè, in fin dei conti, la lupa non è fuia e non si ammoglia se non metaforicamente: altro è libidine d'oro, o di terra e peltro, o di dominio, e vai dicendo; altro, di carne. E allora, togliendo alla lupa il leone e la lonza che in lei sono spariti, e fondandoci soltanto sulla equivalenza di cupidità ed amor del male con relativo desiderio o speranza del proprio bene, dobbiamo dire che le sue “tutte brame„ sono, esclusa l'unica del leone e l'amor soverchio e lento della lonza, quali? Queste: desiderio di soppressione del vicino e speranza d'eccellenza; timore di perder podere grazia onore e fama, e amore o desiderio che altri non sormonti. Avrà dunque i peccati, quali sono nel purgatorio (ma via! anche nell'inferno!) di superbia e d'invidia. Ma la lupa è maledetta nel cerchio dell'avarizia nell'inferno, Maledetto lupo! e nella cornice dell'avarizia nel purgatorio, Maledetta sii tu, antica lupa! E dunque Dante stesso ci dice che tra quei beni desiderati dall'invido e dal superbo, sono anche quelli che l'avaro ama tenere; ci dice che nella lupa è anche avarizia; anzi che ell'è inizialmente avarizia.[351] Superbia, invidia ed avarizia, dunque, sono in lei: le tre faville che accesero i cuori in Fiorenza, quando vi venne il giostratore con la lancia di Giuda. (Inf. 6, 74) In Fiorenza si scatenò allora la lupa, e dalla lupa fu offeso e cacciato Dante, che già di sè dice che era “nemico ai lupi„ che insidiavano l'ovile ov'egli dormiva agnello. (Par. 25, 6) E lupi erano, come dice Brunetto, quelli che non vollero che il dolce fico fruttasse tra i lazzi sorbi: lupi, cioè “gente avara, invidiosa, superba„ (Inf. 15, 68). Si scatenò la lupa per Fiorenza; e come l'invidia prima fu quella che la dipartì dall'inferno, quando consigliò la culpa vetus, così anche qui, anche ora, come potè la lupa venire nella terra? Ciacco dice che la città era piena “di invidia„. (Inf. 6, 50) Dante ha sempre il pensiero al primo peccato umano! Solo, per chi legge a fior di vista, Dante qui fa dire a Ciacco prima, che c'era invidia, poi, come correggendosi in cotal modo goffo: ho sbagliato: superbia, invidia e avarizia! No: si tratta dell'invidia diabolica, come quella prima gran volta, la quale sprigiona nel mondo il peccato che è la superbia, come quello dei progenitori, l'invidia come quella di Caino; più l'avarizia, che è di tutti e due, essendo un po' concupiscenza e un po' cupidità.[352]
[XXIX.]
VIRGILIO
La lupa respingeva Dante a poco a poco nella selva oscura. Ella è la malizia di cui il mondo, ossia il cammino della vita attiva o civile, era gravido e coperto. Ella è, più in particolare, la superbia invidia ed avarizia che accesero i cuori in Fiorenza intorno al trecento. E nel trecento pone Dante la visione, dal qual anno, e da quelli infausti comizi, Dante ripeteva il suo esilio e la vita errabonda e nulla per la quale vile apparì agli occhi degli italici. Non dunque nel trecento proprio la lupa respingeva Dante nella selva dell'ignobilità. Nè quando scriveva il Convivio; nel quale è la rassegnata intenzione di rimpatriare; il che vuol dire che non credeva allora che in Fiorenza si accovacciasse la lupa, così nemica a lui agnello, o credeva almeno ch'ella fosse fatta mansa. Più tardi; più tardi, quando egli credè che tutta la cupidità, che osteggiava l'agnello di Dio, si riassumesse nella vulpecula foetoris... venantium secura, che beveva alle correnti dell'Arno e si chiamava Florentia. Dante aveva preso a Cicerone questa imagine di frode; di frode, poichè la frode egli vede precipua nella vulpecula, nè solo in quanto è volpe, ma in quanto e' la trasforma in vipera conversa contro le viscere della madre, in Mirra che occupa notturna il talamo del padre. Di frode anzi e di violenza, fraus e vis, poichè ne fa anche un'Amata che s'ancide, e la vede alzar le corna ed esalar fumo. Più tardi, la lupa respingeva Dante; quando la vulpecula ebbe ragione dei cacciatori, ed egli cambiò, occorrendogli una forma unica, oltre che più grandiosa, la volpicella, che era vipera e Mirra e Amata e pecora infetta e cornigera e fumigante, in lupa, che è predatrice e meretrice, astuta e sanguinaria. Ed è tale di per sè, e anche per il venir dopo le altre due fiere, e comprendere, essa, la bestia, sì la concupiscenza della lonza e sì la violenza del leone. Tutto dunque porta a credere che egli concepì la lupa, quando la volpicella ebbe vinti i cacciatori; e che narrò d'esserne ripinto quando, confermato il bando, con la morte di Arrigo e il trionfo di Fiorenza e dei Guelfi, egli aveva perduta ogni speranza di giungere alla felicità della vita civile, e temeva di ritornare a quella condizione di viltà, da cui il Convivio era stato destinato già a toglierlo.
Nel trecento tredici, dunque, ruinava in basso loco, sebbene egli riferisse quel ruinare nell'oscurità e ignobilità al trecento, quando quel ruinare cominciò virtualmente. Egli era ricacciato dalla via del mondo, cui dominava l'ingiustizia ossia la malizia di cui ingiuria è il fine, che torna al medesimo. Prima di essere contrastato dal leone e dalla lupa, che sono tutti e due cupidità, ossia malizia, ossia ingiustizia, egli aveva avuta innanzi al volto la lonza, cioè l'incontinenza di concupiscibile nel suo principio e d'irascibile nel suo effetto. L'aveva vinta o quasi vinta. E come? Usando contro lei lo sprone e il freno, la fortezza e la temperanza; quella contro l'effetto, questa contro il principio.[353] Usò dunque, per grazia di Dio, la prudenza nell'uscir del passo; la temperanza e fortezza, al cominciar dell'erta; e usò la virtù di giustizia contro le due fiere fameliche o contro la bestia: usò la virtù di giustizia contro quel complesso di superbia, invidia ed avarizia, il quale prima che da Ciacco sia enunziato, fa dire a Ciacco; Giusti son due. E Brunetto mostra chiaramente di creder Dante, il dolce fico, ben diverso da quella gente avara, invidiosa e superba. Usò contro l'ingiustizia, la virtù di giustizia, o a dire anche meglio coll'affermare d'essere stato minacciato e ripinto e quasi ucciso dell'ingiustizia, la quale è pure una sirena che seduce, afferma e conferma di essere stato giusto, ben differente dagli animali a cui la lupa s'ammoglia, nemico a questi, cioè ai lupi, odioso al gigante che delinque con lei fatta fuia. L'esercizio delle quattro virtù cardinali è l'uso pratico dell'animo. Dunque il cammino, nel quale egli esercitò quelle virtù e usò praticamente l'animo (chè dal passo in poi, fuggendo e cacciando, sebbene necessariamente claudus, mostrò d'essersi svegliato dal torpore) era la via del mondo o la vita attiva. Tornava alla selva, quando gli comparve l'Ombra. Virgilio è studium, cioè studio e amore.[354] Pareva fioco per lungo silenzio, ossia da lungo tempo non faceva udir la sua voce. Poco dopo Dante esclama verso Virgilio: (Inf. 1, 82)
O degli altri poeti onore e lume
vagliami il lungo studio e il grande amore
che m'han fatto cercar lo tuo volume!
Possiamo, dal confronto, arguire che lo studio cioè amore, d'arte poetica e di sapienza, strettamente unite nel pensier di Dante, tacesse da lungo tempo, ma non per Dante medesimo. Invero da lui, da lui solo aveva tolto lo bello stile che gli aveva fatto onore. Con che egli fa sul limitare del poema sacro la professione, che deve allo studio, e perciò all'arte e alle scienze o filosofia, e non al solo alto ingegno, il suo canto.[355] Dappoichè si riferisce al trecento, lo bello stile è quello di cui Bonagiunta significa il cominciamento e il tipo con la canzone Donne che avete; è quello delle nove rime, alle quali devono aggiungersi le prime, almeno, canzoni conviviali, ricordate nel poema una a piè del monte, Amor che nella mente, (Pur. 2, 112) una nel ciel di Venere, Voi che intendendo (Par. 8, 37); è quello delle dolci rime d'amore; (Co. c. 3) è il dolce stil nuovo.
E tale professione modesta di ossequio allo studio egli poi ripete in tutte le protasi e invocazioni del poema, invocando con l'alto ingegno le Muse e la memoria (cioè l'abito delle scienze) (Inf. 2, 7); chiamando in aiuto della navicella dell'ingegno, le sante Muse; (Pur. 1, 1) rivolgendosi al buono Apollo, per soccorrere l'intelletto. (Par. 1, 7)