Ma sul limitare del poema vi è anche, nel silenzio di Virgilio, la riprensione, che a quella professione va spesso unita, degli stolti rimatori, degli immuni d'arte e scienza, dei prosuntuosi per il solo ingegno, degli annodati e impacciati. Il che si vede anche nel vestibolo dell'ultima cantica, quando il Poeta afferma che rade volte si coglie l'alloro del trionfo poetico o imperiale. Ma basti, aggiunge, aspirarvi. Poi che la rarità di quei trionfi proviene dal fatto che gli uomini disdegnano la vera gloria, la ghirlanda d'alloro che cinge la fronte del nume, dovrebbe tremar di gioia, solo a vederne il desiderio in alcuno. E Dante è di questi, o è questo che desidera e sogna; e l'opera sua sarà forse non più che favilla, che può destare però un grande incendio, invitando col suo esempio altri. E tale esempio è da tutti imitabile, perchè è di studio. Modesto è il Poeta, dopo aver compiute le prime due cantiche e nell'iniziar la più sublime; modesto è anche sulla soglia del poema, dichiarandosi e facendosi discepolo, che scriverà a dettatura.
E questa intonazione di modestia fa probabile che con la tacita riprensione di quelli che non istudiano, egli tocchi pur di sè, dicendo d'avere non disconosciuto ma intermesso lo studio. Invero è vergognosa la sua fronte, quando sa il nome dell'Ombra. Perchè? Dante dice che il lungo studio e il grande amore gli han fatto cercare il volume di Virgilio, e soggiunge che da Virgilio tolse lo bello stile. Tra l'aver tolto lo stile e l'aver cercato il volume egli afferma, pare, che passò tempo in mezzo. Onde la vergogna. Tolse invero lo stile, sin da quando trasse fuori le nove rime; cercò il volume di Virgilio, quando? Ho cercato: viene a dire, riferendosi al trecento. Or bene ricordiamo che Virgilio è studio e amore, oltre che d'arte, anche di sapienza; perciò di Beatrice: amor di Beatrice. Beatrice ha a dolersi, e si dorrà, d'un traviamento di Dante, che durò dieci anni. Dunque in questi dieci anni Virgilio era stato muto nel cuor di Dante. Vero è che nella Vita Nova dice che tal traviamento fu di alquanti die; dopo i quali ebbe le visioni che lo ricondussero a Beatrice, inducendolo a studiare. Vero è che questo studiare durò trenta mesi, come si dice nel Convivio; in cui, restando fermo che lo studio era per confortarsi nella morte di Beatrice, riesce però ad altro disegno d'arte, che la mirabile visione. Ma il Poeta cancella, come il ritorno dell'amor suo per Beatrice morta, così quei mesi e anni di studio, e mette l'uno e l'altro, che sono in fine una cosa sola, nel trecento. Nel trecento dunque gli apparve quel Virgilio, che gli aveva suggerito qualche tempo prima della morte di Beatrice il cominciamento delle rime nuove. Nel trecento egli afferma di aver ripreso in mano il volume, che già studiò adolescente. O meglio: adolescente dall'imitazione dei poeti regolari, che sono anche filosofi e nascondono sotto belle finzioni un verace intendimento, tolse il bello stile; lo tolse, sì, da Virgilio, ma Virgilio è, in quella frase, figura dello studio e dell'amore d'arte e sapienza, e sia pure ch'egli lo figuri come non solo il più grande ma il più studiato dei poeti: ora, nel trecento, o meglio, nell'accingersi a descrivere la mirabile visione, Dante dichiara d'aver innanzi specialmente il suo volume, l'Eneida, l'alta tragedia. E tutto significa: “Quando vidi dalla malizia o ingiustizia impedita a me la vita civile (il che fu virtualmente nel trecento, perchè fu in visione profetica, ma realmente nel trecentotredici, alla morte d'Arrigo), io mi rivolsi allo studio, che già m'aveva in altri tempi, prima del trecento, dato gloria, e stabilii di fare un poema, il poema che faccio, che deve essere un'altra Eneida, un'Eneida volgare, un'Eneida inferiore, almeno per le due prime parti; che sarà, rispetto all'alta tragedia di Virgilio mio modello, una comedia„.
La scelta di Virgilio a impersonare lo studio dell'arte e della sapienza, si deve, oltre che al fatto che Virgilio è il pedagogo del medioevo, anche, e specialmente, al volume, che Dante subito mentova a lui, pronunziando le due parole che dicono di lui l'essenza mistica: studio e amore. In quel terzetto traluce il senso reale di tra il velame allegorico. E ne vien fuori che se l'Ombra che personifica lo studio si presenta nel gran deserto nell'anno centesimo, lo studio per altro che mise Dante nel volume di quell'Ombra non cominciò allora, sì molto tempo prima, poichè allora era già lungo, sebbene fosse un po' tralasciato, nel fervore della breve vita politica. Del resto Dante considerava Virgilio come l'altissimo dei poeti, e nel nobile castello lo fa maestro dei poeti, come Aristotile v'è maestro di color che sanno. Chè il primato d'Aristotile non è impedito da ciò ch'egli è discepolo di Platone, come Platone è scolaro di Socrate; il che Dante, che pure mise presso ad Aristotile, più d'ogni altro, ma sempre nella “scuola„ di lui, Socrate e Platone, sapeva. “Altri furono, e cominciamento ebbero da Socrate, e poi dal suo successore Platone... Accademici chiamati... Aristotile, che da Stagira ebbe soprannome, e Senocrate Calcidonio... per lo modo Socratico quasi ed Accademico limaro... la filosofia„. E così, pur sapendo che Omero è predecessore e maestro di Virgilio, Dante poeta fa che a Virgilio e non a Omero, per quanto questi abbia la spada in mano e venga innanzi “a' tre siccome sire„ e sia poeta sovrano, appartenga la “scuola„ poetica del suo nobile castello. In verità (Inf. 4, 95)
quel signor dell'altissimo canto
che sopra gli altri com'aquila vola.
e che però è il vero “poeta sovrano„, è, per me, il medesimo che “la voce sola„ proclama “altissimo poeta„. Lo deduco da questo, che Dante fa altrove volar come aquila sino alle stelle quelli che hanno, oltre valor d'ingegno, anche assiduità d'arte e abito di scienze, frutti di studio. (VE. 2, 4) Or qui è ben giusto che maestro, come egli lo chiama poco prima (v. 85), sia detto colui che personifica lo “studio„; colui che, come poco prima esso gli dice (v. 73), onora “ogni scienza ed arte„. Che se Omero ha la spada, sarà per le guerre che cantò:[356] e se è detto poeta sovrano e sire, tale lo dice Virgilio, perchè Dante vuole che i suoi poeti siano l'uno all'altro cortesi, e perchè in verità egli non voleva fare grande differenza tra loro. Voleva, insomma, mettere Omero più presso a Virgilio di quel che metta presso ad Aristotile Socrate e Platone.[357] Del resto come i tre fanno onore a Omero, lasciandolo andare dinanzi come Sire, così e i medesimi tre e Omero fanno onore a Virgilio andandolo a incontrare e gridandolo altissimo, in quest'ordine, Omero, Orazio, Ovidio terzo, Lucano l'ultimo. In tal numerato canone, sì che dando luogo a Dante, lo fanno sesto, vanno incontro a chi sarà primo fra essi, e non, come dovrebbe essere se non si vuol guastare la serie, quinto. E a me pare assurdo che Virgilio avesse tra loro il posto di secondo in tutto il canone, tra Omero e Orazio satiro, e che, se mai, non lo dicesse. Invece la compagnia resta sempre in quell'ordine, e quando si scemerà, ne porterà, come ora sopravvengono il primo e l'ultimo, Virgilio e Dante.
A lui, al primo de' poeti, al poeta per eccellenza, all'autore dell'Eneida grida Miserere, l'uomo respinto dal cammino della vita attiva, impedito a lui come a ogni giusto, e già sull'orlo della selva oscura, in cui gli uomini son come morti o come non nati. A lui domanda aiuto contro la bestia. Potrebbe Virgilio essergli scorta anche nel cammino verso il bel colle, al qual cammino sembra confortar sulle prime lo smarrito viatore? Perchè non sali...? gli dice. Sì, potrebbe: in vero e nel Convivio e nella Monarchia Dante ha spesso l'autorità dell'autore dell'Eneida, per le sue teoriche civili e politiche. Ma Virgilio, quando vide lacrimar Dante, conobbe che per campare egli doveva tenere “altro viaggio„, ossia interpretando l'allegoria poetica, “l'altro„. Per giungere al colle? Sì, se il colle si spogliasse, nel pensier di Dante, lì per lì (come non è inverosimile), dell'aggiunto che ha al suo significato di “beatitudine„; dell'aggiunto d'inferiore o di buona rispetto a ottima. Ma questo è certo, a ogni modo, che il fine indicato da Virgilio all'altro viaggio, non è l'andare al colle, ma il campare dal “loco selvaggio„, che è tutt'uno col “basso loco„ dove il sol tace, e con la selva oscura. Insomma gli dice: “Se vuoi non essere ignobile, e parvolo per sempre d'animo, devi seguire l'altro cammino, quello della vita contemplativa: la vita attiva o di governo è impedita a te, e a ogni giusto, dalla bestia, contro la quale non può aver potere che il Veltro„.
Il qual Veltro verrà, e avrà per suo cibo sapienza amore e virtù, ossia sarà come il Dio uno e trino, Potestà Sapienza e Amore, che viene o scende: sarà dunque come un Cristo redentore e battezzatore. Sarà salute dell'Italia, che Virgilio chiamò umile quando apparve al fatale Enea, e per cui Enea fece guerra; sarà dunque come un Enea, il quale raffigura pure nelle altre opere di Dante il forte e il temperante (Co. 4, 26), il nobile per eccellenza, cioè che ha tutte le virtù convenienti alle diverse età (M. 2, 3) e che qui è detto il giusto figliuol d'Anchise. Sarà dunque quell'autorità imperiale, che altra volta Dante impersona in Enea, e che a Dante tante volte suggerisce l'idea del Cristo, che toglie i peccati del mondo. Sarà la autorità imperiale che battezza, quando la volontà può e deve, concorrere e adattarsi al sacramento ricevuto negli anni puerili; che battezza imponendo il dolce giogo della libertà; che fa uscir dalla selva oscura il genere umano, ridonandogli o affermandogli la libertà dell'arbitrio; che dirige le anime degli adolescenti, le quali, per i blandi diletti, possono traviare; che cavalca l'umana volontà usando lo sprone della fortezza e il freno della temperanza; che toglie di mezzo l'ingiustizia (la cui origine è le cupidità) e fa regnare, nella sua purezza, la giustizia, e per essa e con essa, ricacciata nell'inferno la bestia senza pace, la pace, supremo fine degli uomini e singoli e uniti. È un nuovo Cristo, che l'Unto di Dio unge, per così dire, periodicamente a restaurare l'opera sua: illuminando le anime, liberandone il volere e facendolo uscire all'opera, cioè distruggendo il peccato originale, cioè irraggiando, in modo misterioso e invisibile, la selva oscura nella notte dei sensi, e mostrando il passo della fiumana allo stanco viatore; e distruggendo il peccato attuale che con l'originale è nella relazione, in cui le fiere son con la selva. Non ci sarebbero i peccati nel mondo, se non fosse quella prima ignoranza e difficoltà nel vedere e nell'operare; non si incontrerebbero le fiere, nè la snelletta nè le micidiali, se non ci fosse la selva; ma non ci sarebbe la selva, o come Dante fa vedere nell'unico modo che gli sia concesso, non si ritornerebbe nella selva, se non ci fosse quella culpa vetus, che fu suggerita dall'invidia del serpente, e si attuò in tutte le inordinazioni dell'anima umana, nella corruzione dell'appetito della volontà e dello intelletto; se non ci fosse la lupa scatenata nel mondo dall'invidia prima, e che è tutto il peccato attuale; e si fonde e confonde nella selva stessa, ripingendo in quella l'uomo o l'umanità fintantochè e la selva e la lupa, avanti e dietro il viatore, non significano che una sola paura, una sola morte, un solo peccato: il peccato.
L'imperatore, secondo il Poeta, è un Cristo che si rinnova, e toglie la culpa vetus, o l'antica lupa, cioè in uno il peccato originale e l'attuale. E questo è a Dante affermato dallo Studio, su cui anche in altra opera si fondava, a proposito di questa medesima materia; quando inveiva contro le “istoltissime e vilissime bestiuole (senza scienza e arte) che a guisa d'uomini„ pascono, e notava la loro prosunzione di voler sapere “filando e zappando„, invece che, come è chiaro, studiando.
[XXX.]
LO TUO VOLUME
Lo studio del volume è nell'altro viaggio guida precipua di Dante: la Tragedia scorta continuamente la Comedia. Così Virgilio enunzia il viaggio in cui sarà duce a Dante: (Inf. 1, 114)