Badiamo che io non intendo affermare l'etimo di aeidein da a privativo e vid vedere. No: intendo asseverare che cotesto etimo era presente agli antichi cantori. Si confrontino i due versi di Od. 1, 337 seg. che terminano il primo con oîdas e il secondo con aoidoí. Si mediti il 64 di 8: Degli occhi, sì, lo privò, ma gli dava la soave aoidén. Si ripensi l'espressione su riferita: mostrava l'aoidén. Persino, oso dire, giova osservare, riguardo l'accecamento di Polifemo, mangiator d'uomini e bevitor di vino, che polyphemos, oltre a essere il nome del terribile Ciclope, è epiteto dell'aoidos Femio (22, 376). Phemios il cui nome somiglia del resto a quello di Polyphemos. E il Ciclope, che mostra nella Odissea la sua musicalità solo quando (9, 315)

egli con sufoli molti parava le pecore al monte.

musicalità che del resto è nel suo nome, se esso vale, come in 2, 150, «pieno di sussurri o di voci», il Ciclope è presso Teocrito un dolce cantor d'amore, e nessuno dei Ciclopi sa sonar la piva come lui (Theocr. Id. 11).

[4]. Ricordo che tutto porta a credere che la Comedia sia stata cominciata dal poeta nell'anno quadragesimo ottavo della sua età, o dopo. E quello è il poema della contemplazione, opposta alla vita attiva.

[5]. Così in vero lo rappresentò il Manzoni con le Muse (bastava una) che l'accompagnano «la mal fida Con le destre vocali orma reggendo».

[6]. Non solo i poeti moderni, così assolutamente fissati sull'amore e sulla donna, ma anche gli antichi poeti tragici e persino i poeti corali immediatamente successi alla poesia epica, si diedero a colorire l'elemento femminile ed erotico dei poemi omerici. E le donne designate e mentovate in essi poemi, non bastarono, e se ne crearono di nuove. Ciò accrebbe l'interesse dramatico del ciclo, ma segna in esso la diminuzione di essenza poetica. Così Orlando innamorato e furioso per amore è più dramatico ma meno poetico di Rolando della Canzone.

[7]. Augusto Conti narra di una sua bambina: «Quando mirava la luna o le stelle, metteva voci di gioia, e me le additava, e chiamavale come cose viventi; offrendo loro quel che avesse in mano, anche le vesti». Rivado col pensiero a tutte le poesie che ho lette: non ne trovo una più poesia di questa!

[8]. Tale, p. e., è quello di Andromaca che piange su Ettore (II. 22, 510):

Nudo, e sì che di vesti ce n'hai ne la casa riposte.

Morbide e grazïose, lavoro di mani di donne!