[19]. Georg. 2, 458 sqq. 1. 300 sqq. e altrove.

[20]. Georg. 4, 125 sqq.

[21]. Georg. 2, 412 sqq.

[22]. Serm. 2. 6, 1 sqq.

[23]. Plat. Apol. 28 B. sqq. Georg. 1, 291 sqq.

[24]. Aen. 8, 155 sqq.

[25]. Sen. Ep. 122, 11. cf. Apoc. 2.

[26]. Sen. Ep. 122, 11. E continua a leggere il fattarello che segue. Montano avendo subito cominciato con un'alba «Febo comincia a metter fuori le ardenti fiamme, e il dì rosseggiante a spargersi per la terra; e già la rondine triste comincia a recare ai garruli nidi il cibo, con assiduo va e vieni, e a somministrarlo bene scompartito col molle becco»; un tal Varo, esclama: È l'ora che Buta va a letto. Perchè Buta era un fuggi-luce, un vivi-al-lume di lucerna, uno insomma che faceva di notte giorno. Di lì a poco, Montano declamava: «Già i pastori ricoverarono nella stalla i loro armenti; già la notte cominciava a dare il nero silenzio alle terre assopite». E Varo: «Che dice? È già notte. Andrò a fare la salutazione mattinale a Buta».

[27]. AP. 15 sqq.

[28]. È superfluo aggiungere che per quanto non tutto nella Comedia sia poesia, e non tutta la poesia che v'è, sia pura, per altro quel poema è nella sua concezione generale il più «poetico» dei poemi che al mondo sono e saranno. Nulla è più proprio della fanciullezza della nostra anima, che la contemplazione dell'invisibile, la peregrinazione per il mistero, il conversare e piangere e sdegnarsi e godere coi morti.