Certo egli ricorda quell’anima espiante, che dice contrita:

Vidi che lì non si quetava il core;[60]

quell’anima che con le altre, che furono avare, giace a terra supina e distesa, aderendo al pavimento, sì come il loro occhio non si volse in alto, fisso come era alle cose terrene, alle cose che non durano. E sono immobili e legate, quell’anime, come queste del paradiso sono supremamente mobili per la figurata croce, segno del sacrificio supremo:

Di corno in corno e tra la cima e il basso

.... scintillando forte

Nel congiungersi insieme e nel trapasso.[61]

Nè vane sono le parole di Cacciaguida, sì quando descrive il riposato vivere di Fiorenza dentro della cerchia antica, senza lusso, senza smisurato spendio, sì quando parla di Can della Scala, che, impresso nascendo dalla forte stella di Marte, mostrerà i primi segni di tale influsso in non curar d’argento e farà tali magnificenze da vincere l’invido silenzio dei nemici. E l’Uomo è in Giove, nella spera della giustizia, nel cielo dei giusti re; i quali fanno ricordare i gran regi che hanno a essere tuffati nel brago di Stige e sì con loro parole li ricordano. Rilucono colassù nell’occhio dell’Aquila due spiriti, Traiano e Rifeo, che furono cristiani sotto apparenza di gentili, e la loro presenza è un rimprovero a quei cristiani che per non essere giusti o per non aver fede resero a sè inutile il sacrificio della Croce. E questo, delle spere di Venere, del Sole, di Marte e di Giove, è come un paradiso medio, assegnato alle virtù, per cui esercitare l’uso della nostra nobilissima parte che è l’animo, patisce ‛mistura alcuna’ dell’appetito, che non ha luogo nell’uso più pieno di beatitudine, che è lo speculativo (cfr. Conv. IV 22). Parrebbe dunque cessasse a questo punto la corrispondenza delle virtù premiate coi vizi puniti o purgati, e nel cielo della giustizia fosse il contrapposto a tutti i peccati d’ingiustizia; e così cessa e così è. Pure, formalmente, la corrispondenza continua. Contrapposto al cerchietto e alla cornice della violenza e dell’ira, è certo il cielo di Saturno; di Saturno, il re mite della pace; splendore,

Che sotto il petto del Leone ardente

Raggia mo misto giù del suo valore,[62]

il che è forse notato a significare che può da questo pianeta, secondo sua congiunzione, scendere influsso di foco d’ira. A ogni modo Saturno è l’astro degli uomini rustici e pacifici, non che dei contemplanti. E contrapposto a Malebolge e alla cornice dell’invidia sembra il regno dei Gemini, dal quale riconosce Dante il suo ingegno, Dante che pure nel Purgatorio (XIII 133) professa d’aver poco offeso Dio con l’invidia. Da quella spera delle stelle fisse volgendosi Dante con gli eterni Gemelli abbassa gli occhi e vede