Pag. 59: “Questo cerchio (il 5º) dell’Inferno dantesco è il luogo dove molti interpreti pongono tutti i peccati che non riescono a trovare altrove. Manca la pena dell’accidia, dell’invidia, della superbia: ebbene, siccome, dicono, queste devono esserci, troviamole nel quinto cerchio„.

In verità DEVONO ESSERCI. Ma via: ammettiamo la possibilità che Dante se ne dimenticasse o che dopo il 7º canto avendo cambiato sistema trascurasse nientemeno che i peccati capitali più gravi, l’invidia e la superbia (l’accidia è fuor di questione). Ammettiamo questa possibilità; ma ammettiamo anche la possibilità che superbia e invidia ci siano. Gl’indagatori della Divina Commedia hanno avuto ragione di ricercarle, ma hanno avuto due torti:

1º di averle cercate nella palude pingue;

2º di non aver cercato un terzo peccato che manca con gli altri due, e che non è l’accidia, e che con gli altri due è detto spirituale, che con gli altri due è strettamente unito, che con gli altri due è da Dante nel Purgatorio fatto discendere dall’amor del male e che perciò con gli altri due dovevano cercare. Furono due parolette — vinse l’ira — quelle che tennero tutti i commentatori di qua dal vero modo di interpretare la costruzione morale della Comedia.

L’anime di color cui vinse l’ira, come non sono d’iracondi? Così pensarono tutti e s’ingannarono. E certo Dante propose a noi un nodo, un enigma forte; ma ci dette ancora come solverlo e spiegarlo. Chi frena l’ira, è per lui continente o temperato; chi non la frena, se ne lascia prendere la mano, chi ne è vinto, è incontinente o intemperante: d’irascibile, s’intende. Ora incontinenza non è malizia. E l’ira peccato capitale è peccato di malizia, come Dante si fa dichiarar nel Purgatorio:

esso

amor

(del male)

nasce in tre modi in vostro limo,

nel modo dell’ira, dell’invidia e della superbia. Dunque in Dante incontinenza d’ira non è il proprio peccato d’ira. Questo va unito col mal del prossimo, del prossimo almeno: dico almeno, perchè nella colpa d’ira quale si purga nel secondo regno, non può essere l’odio proprio e l’odio dell’esser primo: col male, dunque, d’altrui. Ora Dante espressamente dice di Filippo Argenti: