Quelli non ebbero volontà, questi l’asservirono all’appetito, cioè alla parte d’esso che è detta irascibile; ma nè quelli nè questi fecero il male, come nè il bene. Sono accidiosi e questi e quelli. Così gli interpreti avrebbero concluso, se non si fossero lasciati traviare dalla parola ira, che Dante pose bene a malizia! Così gli interpreti avrebbero concluso, pensando che, come l’ira è peccato di malizia, Dante d’uno punito per ira avrebbe riferito il male che fece, come lo riferisce per gli altri puniti per malizia. Mentre de’ rei d’incontinenza può bensì narrare o far narrare un particolare peccato, come per Francesca, ma può solamente accennare a un loro vizio abituale, come per Cleopatras e Ciacco e gli avari. Per gli accidiosi poi, ossia incontinenti e privi d’irascibile (sono di due ragioni, rissosi e fitti nel fango: l’abbiamo detto molte volte), a più forte ragione doveva astenersi da riferire fatti concreti. Essi sono puniti per non fare; cioè per non aver fatto sono accidiosi, per non avere dominato o usato l’ira cioè l’irascibile, sono incontinenti. Non sono rei dunque di male fatto al prossimo nè a sè, nè voluto fare a Dio: e perciò non sono rei d’ira. E gl’interpreti avrebbero, dopo questo, fatto un altro passo. Non avrebbero cercato più gli altri due peccati, invidia e superbia, nella palude, poichè, secondo la dichiarazione del Purgatorio, essi non sono mai scompagnati dal male del prossimo. Vengono l’uno da timor di perdere podere, grazia, onore e fama, e l’altro da desiderio d’eccellenza, ma l’uno per quel timore, l’altro per questa speranza, hanno bisogno che il vicino sia soppresso e altri non sormonti. Avrebbero dunque gl’interpreti esaminato di chi e in qual luogo Dante raccontasse o accennasse un fatto o fatti di soppressione del vicino o d’altri, e avrebbero detto che in quel luogo si puniva la superbia e l’invidia; come certo avrebbero concluso che si puniva l’ira dove erano raccontate vendette. Si sarebbero, a ogni modo, lasciati a tergo la palude pingue, perchè loro sarebbe parso impossibile che dei tre peccati che nascono dall’amor del male e si estrinsecano col male del prossimo (almeno, del prossimo), non fosse detto se non che:

Bontà non è che lor memoria fregi.

E qui prevengo un’obbiezione.

— La gente fangosa si strazia come è raccontato in Dante e si fa quanto male può. Ciò è in contradizione con quanto si vorrebbe inferire dal verso:

in sè medesmo si volgea co’ denti. —

Rispondo, prima, che quel male che essi si fanno è come inteso fatto da sè a sè ed è significazione della mala volontà che essi ebbero in vita, la quale pure non trascese ad ingiurie, in vita. In morte, sì, trascende, a lor punizione. Quello che agli ignavi sono i mosconi e le vespe, stimoli all’attività ad essi morti i quali vivi non la ebbero, sono a questi altri ignavi del male, tali cioè che furono portati continuamente al mal del prossimo, gli strazi de’ loro compagni. Con quanta accortezza e profondità ciò fosse pensato da Dante, vede ognuno.

Un’ultima osservazione. Degli interpreti di Dante sono alcuni dottissimi e acutissimi; primo di tutti, oserei dire, Isidoro Del Lungo. Ebbene egli, pure abbagliato con gli altri dalle parole cui vinse l’ira, si può dire che convenga con me, sebbene nella palude Stigia egli cerchi e creda di aver trovato, oltre l’ira e l’accidia, la invidia e la superbia. Ci sono infatti, in un certo modo, ci sono. Si può dire (e già l’ho detto) che nella palude pingue sia punito l’amor del male scemo di suo dovere. Ora l’amor del male è pur triplice e, quando spinge all’ingiuria, diventa non ira soltanto, ma pur invidia e superbia. Sì che si può concludere che veramente nel brago sia l’ira, l’invidia e la superbia, ma senza effetto: mala volontà, ma accidiosa.

Pag. 70: “Dunque nè accidiosi, nè superbi, nè invidiosi, per me, nello Stige, ma soli iracondi„.

Dunque nè iracondi nello Stige, propriamente, nè invidiosi, nè superbi, ma soli accidiosi, accidiosi come quelli immediatamente dentro Dite: nella vita attiva quelli dello Stige, nella vita contemplativa quelli dentro Dite; quelli messi con altri peccator carnali, d’incontinenza, questi con altri peccatori spirituali, di malizia: accidiosi come quelli di qua e di là d’Acheronte: nella vita attiva gli ignavi, nella vita contemplativa i sospesi; e accidiosi come quelli bensì, ma con una differenza; poichè quelli intorno Dite sono accidiosi con mala volontà, quelli intorno Acheronte, sono tali o senza o contro volontà. Contro volontà, i sospesi, ma sino a un certo punto. Dice Virgilio nel Purg. (III 40 e segg.)

E disiar vedeste senza frutto